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Vecchio 06-May-2007
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. . . un unico e particolare tipo di scarpe che possono essere sì utili e necessarie in certi scavi, ma del tutto inutili (per non dire potenzialmente pericolose per i reperti stessi) in altri casi.

Capisco che anche uno scavo paleolitico possa comportare dei rischi per i piedi di un archeologo, ma qual'è la probabilità reale di trovare, in un suolo di 50'000 anni fa, un chiodo che richieda degli scarponi per evitare di ferirsi?
Il potenziale pericolo per i reperti stessi NON è sullo stesso livello di importanza della salute delle persone.

Prima io metto qualsiasi lavoratore in condizioni di piena (piena) sicurezza e ne garantisco la assoluta integrità fisica -e non me ne frega niente se è un muratore, un camionista, un archeologo o un barelliere che è venuto a soccorrere l'Archeologo infortunato- prima mi preoccupo della sicurezza sul lavoro, e poi -solo dopo- mi preoccupo di come il muratore tira sù i muri, di quanto efficiente sia il camionista a condurre il suo camion o di quanto bravo sia l'Archeologo a recuperare i suoi preziosi dati e i suoi reperti.

Prima la sicurezza, dopo l'efficienza sul lavoro.

Quanti chiodi ci possono essere in uno scavo paleolitico?
Anche tantissimi: dipende sprattutto da quanti ce ne abbiamo portati noi, o quelli che lavorano a fianco a noi o che hanno montato le pedane, le passerelle e le baracche prima che iniziassimo noi.
E quando dico "scavo paleolitico" non intendo solo lo strato che stiamo minuziosamente pulendo, ma tutte le zone dove l'Archeologo potrebbe passare, fermarsi, andare a mangiare un panino, a prendere un attrezzo o un foglio pulito o anche a fare quelle cose che non si possono delegare a nessuno . E persino quelle aree dove normalmente non passerebbe, ma che potrebbe essere obbligato a percorrere per situazioni di emergenza di altra natura (piano evacuazione).
Poi non ci sono mica solo i chiodi: un altra funzione importante delle calzature antinfortunistiche è l'isolamento elettrico. Non ci sono chiodi, nessuno nessuno nessuno, non spostiamo nulla di pesante che potrebbe schiacciarci la punta del piede e non usiamo attrezzi con i quali potremmo colpirci da soli i nostri piedi o colpire il piede del collega, però usiamo faretti alimentati con la 220? Daccapo: ci vogliono comunque calzature antinfortunistiche adeguate per il rischio di elettrocuzione.

La stragrande maggioranza degli Archeologi che operano sul campo in Italia oggi come oggi, lavorano in un cantiere che o è (spessissimo) un cantiere edile a tutti gli effetti dove l'Archeologo è solo una delle mille figure che partecipano, oppure è magari anche un cantiere solo di scavo archeologico, ma con tutte le problematiche del cantiere edile generico (perché si installano impianti, si montano staccionate o recinzioni, si utilizzano mezzi meccanici per movimentare della terra etc. etc. etc.).

In queste condizioni e considerato che le statistiche individuano con chiarezza la lesione agli arti inferiori e soprattutto ai piedi come rischio ricorrente nell'operato dell'Archeologo, noi dovremo obbligatoriamente (perché questo ce lo impone la Legge) valutare come proteggere il Lavoratore e se non saremo capaci di prevedere la rimozione di tutte ma assolutamente tutte le possibili cause, dovremo dotare e obbligare ogni singolo con dispositivi di protezione individuale (nello specifico anti schiacciamento ed anti perforazione), scegliendo sotto la responsabilità del datore di lavoro i più appropriati fra quelli disponibili in commercio o ragionevolmente realizzabili.

Non è questione di un modello di calzatura antinfortunistica anziché un altro, ma di alcune tipologie di rischio ben precise da contrastare con dispositivi certificabili.
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