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lama su
. . . un unico e particolare tipo di scarpe che possono essere sì utili e necessarie in certi scavi, ma del tutto inutili (per non dire potenzialmente pericolose per i reperti stessi) in altri casi.
Capisco che anche uno scavo paleolitico possa comportare dei rischi per i piedi di un archeologo, ma qual'è la probabilità reale di trovare, in un suolo di 50'000 anni fa, un chiodo che richieda degli scarponi per evitare di ferirsi?
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Il potenziale pericolo per i reperti stessi NON è sullo stesso livello di importanza della salute delle persone.
Prima io metto qualsiasi lavoratore in condizioni di piena (
piena) sicurezza e ne garantisco la assoluta integrità fisica -e non me ne frega niente se è un muratore, un camionista, un archeologo o un barelliere che è venuto a soccorrere l'Archeologo infortunato- prima mi preoccupo della sicurezza sul lavoro, e poi -solo dopo- mi preoccupo di come il muratore tira sù i muri, di quanto efficiente sia il camionista a condurre il suo camion o di quanto bravo sia l'Archeologo a recuperare i suoi preziosi dati e i suoi reperti.
Prima la sicurezza, dopo l'efficienza sul lavoro.
Quanti chiodi ci possono essere in uno scavo paleolitico?
Anche tantissimi: dipende sprattutto da quanti ce ne abbiamo portati noi, o quelli che lavorano a fianco a noi o che hanno montato le pedane, le passerelle e le baracche prima che iniziassimo noi.
E quando dico "scavo paleolitico" non intendo solo lo strato che stiamo minuziosamente pulendo, ma tutte le zone dove l'Archeologo potrebbe passare, fermarsi, andare a mangiare un panino, a prendere un attrezzo o un foglio pulito o anche a fare quelle cose che non si possono delegare a nessuno

. E persino quelle aree dove normalmente non passerebbe, ma che potrebbe essere obbligato a percorrere per situazioni di emergenza di altra natura (piano evacuazione).
Poi non ci sono mica solo i chiodi: un altra funzione importante delle calzature antinfortunistiche è l'isolamento elettrico. Non ci sono chiodi, nessuno nessuno nessuno, non spostiamo nulla di pesante che potrebbe schiacciarci la punta del piede e non usiamo attrezzi con i quali potremmo colpirci da soli i nostri piedi o colpire il piede del collega, però usiamo faretti alimentati con la 220? Daccapo: ci vogliono comunque calzature antinfortunistiche adeguate per il rischio di elettrocuzione.
La stragrande maggioranza degli Archeologi che operano sul campo in Italia oggi come oggi, lavorano in un cantiere che o è (spessissimo) un cantiere edile a tutti gli effetti dove l'Archeologo è solo una delle mille figure che partecipano, oppure è magari anche un cantiere solo di scavo archeologico, ma con tutte le problematiche del cantiere edile generico (perché si installano impianti, si montano staccionate o recinzioni, si utilizzano mezzi meccanici per movimentare della terra etc. etc. etc.).
In queste condizioni e considerato che le statistiche individuano con chiarezza la lesione agli arti inferiori e soprattutto ai piedi come rischio ricorrente nell'operato dell'Archeologo, noi dovremo obbligatoriamente (perché questo ce lo impone la Legge) valutare come proteggere il Lavoratore e se non saremo capaci di prevedere la rimozione di tutte ma assolutamente tutte le possibili cause, dovremo dotare e obbligare ogni singolo con dispositivi di protezione individuale (nello specifico anti schiacciamento ed anti perforazione), scegliendo sotto la responsabilità del datore di lavoro i più appropriati fra quelli disponibili in commercio o ragionevolmente realizzabili.
Non è questione di un modello di calzatura antinfortunistica anziché un altro, ma di alcune tipologie di rischio ben precise da contrastare con dispositivi certificabili.