L'argomento a mio avviso presenta molteplici interessi, sia sotto il punto di vista generale, epistemologico e metodologico, se così si può dire, sia sotto quello più specifico. Per ciò che riguarda il primo e il rapporto tra storia-archeologia-antropologia-mito, è interessante notare come l'archeologia, spingendosi oltre i limiti della scrittura ed entrando nei tempi “mitici†preistorici e protostorici, invada inevitabilmente il territorio del mito (ce lo ricorda, tra le altre cose, Andrea Carandini in Archeologia del mito, Einaudi). Un altro aspetto interessante è che il mito stesso, spesso, costituisce una spiegazione “storica†entro le culture che lo formulano. Una spiegazione del perchè le società sono organizzate in un certo modo, del perchè di certe caratteristiche culturali, di certe istituzioni sociali (pensiamo ai miti di fondazione, a quelli sugli eroi culturali, ecc.).
Personalmente sono d'accordo nel sottolineare l'importanza dell'ottica antropologica nell'analisi del mito, per quanto di per sè non credo sia sufficiente, non almeno da un punto di vista storico o archeologico. Si finisce altrimenti per fare una utilissima nonchè indispensabile e interessantissima storia culturale, ma si tralascia però la dimensione più “evenemenziale†o forse meglio “materialeâ€, quella dei fatti, della possibilità cioè di verificare l'eventuale retroterra dei miti. O meglio, non tanto del mito in sè, il cui retroterra è costituito sostanzialmente dalla cultura che lo ha formulato e dal periodo in cui ciò è avvenuto (anche se di solito si tratta di un certo lasso di tempo, prima in forma orale – e qui ancora possono venirci in aiuto l'antropologia e la storia orale – poi scritta), ma più che altro di ciò che nei miti è narrato. D'altro canto neanche si può eccedere in questo senso, prendendo i miti quasi alla lettera come mappe del tesoro (sarebbe poi un controsenso accordare tale grado di veridicità prima ancora di averla verificata, il percorso dovrebbe essere opposto). Esempi famosi e fruttuosi in cui ciò è in parte avvenuto li conosciamo tutti, ma a parte ciò a livello di metodo somiglia più al procedere dei fantarcheologi. Del resto però non si può neanche guardare al mito in modo eccessivamente razionale. Ce lo ricorda anche Carandini nel libro di cui sopra, che ne fa un discorso più complesso, di carattere storico, antropologico e psicologico, parlando di <<emozione e ragione tra primitivi e moderni>> come recita il sottotitolo, e cioè distinguendo tra una mentalità maggiormente “miticaâ€, “religiosa†e quindi “emozionale†del passato, ed una maggiormente razionale, dell'età moderna (attenzione però a non eccedere troppo in tale distinzione). Seguendo poi Matte-Blanco e la sua bi-logica, ci suggerisce però come un aspetto sia indispensabile all'altro, non solo come due facce della stessa medaglia, l'una lo sfogo dell'altra, ma anche perchè spesso l'una alimenta l'altra – per esempio che cos'è la ricerca storica senza passione? Non a caso un libro di Giovanni De Luna sul mestiere di storico si intitola proprio La passione e la ragione – ed anche ciò che indichiamo come irrazionalità segue semplicemente una diversa logica. Questo non per rinnegare razionalismo e principi illuministici, ma certo per evitarne i possibili eccessi, le possibili degenerazioni ed estremizzazioni. Una visione eccessivamente razionale del mito infatti, limitata a verificarne il grado di autenticità, ci impedirebbe di comprenderne l'importanza e la funzione, al di là di questo aspetto. Nonchè, fingendo che l'â€emozioneâ€, la “mentalità mitica†non esistano, non solo ci precluderemmo, probabilmente, una comprensione maggiore di certi periodi del passato, ma anche la comprensione di noi stessi.
Piccola ultima notazione: porre l'enfasi sulla “menteâ€, come scrive Bruce Trigger in Storia del pensiero archeologico, può apparire – e in molti casi lo è – una concessione eccessiva a visioni “idealisticheâ€. Da “materialista†in linea di principio sono d'accordo, ma non credo sia necessariamente e automaticamente così, dipende ovviamente e come sempre dai casi specifici. Un materialismo che non sia ortodosso, dogmatico, e semplificato – dal quale Trigger prende le distanze – non può non considerare il fatto che parlare di “mente†non significa solo pensiero, idee, cultura (e in ogni caso se anche così fosse non sono dimensioni da espungere, ma, al contrario, da studiare nel loro intreccio e rapporto con le altre dimensioni, sociali, economiche), ma anche natura, “materiaâ€: cervello, carne, sangue, neuroni...
Per ciò che riguarda l'aspetto specifico trovo che tutte le tesi proposte, chi più chi meno, siano suggestive. Ma visto il tema non credo possa essere diversamente. Ferma restando l'importanza delle “prove†che ci ricorda Camus, non credo possano esisterne di tali da farci andare al di là della formulazione di tesi genericamente plausibili.
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