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Vecchio 29-June-2007
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Porto il mio piccolo contributo ad una discussione interessante, sperando di essere utile e certo di farmi subito dei nemici.

Penso di appartenere alla seconda generazione di archeologi, avendo iniziato da volontario a metà anni 80, con una buona continuità da studente fino ai primi anni 90 e da allora, attraverso tutte le possibilità (prestazioni occ., p.iva, lavoro dipendente), senza mai smettere fino ad oggi.

Personalmente ritengo che se si vuole seguire la "via del cantiere" questa sia da imboccare il prima possibile, cercando di utilizzare tutto il tempo reso libero dallo studio.
Questo per due motivi (voi direte scontati):
A) capire da subito se la vita di cantiere (con tutti i suoi pregi e difetti) faccia veramente per noi.
B) integrare la teoria con la pratica .

Dal confronto con altri colleghi e, soprattutto, coetanei mi sento di affermare che:
A) è falso sostenere che tutti possono lavorare sul campo sia per motivi puramente fisici (resistenza) che per motivi caratteriali (capacità di adattamento alle situazioni ed alle persone).
B) è enormemente fuorviante ritenere gli scavi dei vari gruppi archeologici e/o universitari assimilabili a quelli che si dovranno affrontare nel mondo reale.

In poche parole, so che non è facile, per me la priorità assoluta consiste nello scegliere tra la via "teorico accademica etc etc" o quella "del cantiere".
Anche perchè alla fine è forse meno difficile decidere di dedicare del tempo allo studio quando si lavora da anni piuttosto che il contrario.

Voi direte: "facile parlare così se hai già un lavoro", può essere (non dubito) però, tra alti e bassi, le possibilità di lavoro presso imprese private ci sono (le fregature anche).

PS: rileggendo il mio interveno mi pare che non dica nulla di nuovo, io lo posto ugualmente...
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