Devo dire che mi risulta difficile affrontare questo tema.
Da una parte (la parte di me archeologo) sono completamente d’accordo con voi, il saccheggio che si sta perpetrando in irak è inaccettabile e riprovevole, il solo pensiero di ciò che sta andando perso mi risulta terribile.
D’altra parte però mi domando se questa nostra (preciso, “nostra”, anche “mia”) preoccupazione per la sorte dei beni archeologici, questa nostra indignazione non sia altro che l’ennesima manifestazione, seppur con numerose nobili attenuanti, di questa abitudine “occidentale” di applicare i nostri principi e i nostri metri a ciò che accade al di fuori dei nostri confini.
Non sto dicendo che non sia giusto preoccuparsi, dispiacersi, adirarsi per tutte le vestigia archeologiche che stanno andando perdute –per carità- e di certo non sto prendendo le difese di chi costruisce basi militari tra mura babilonesi –non sia mai!- mi sto però domandando se quello dei beni archeologici sia veramente, ora come ora, un problema degli iracheni, o se sia piuttosto un problema, forse un po’ egoista (egoista perché pensando a cosa sta andando perso pensiamo sì a ciò che va perso per l’umanità, ma pensiamo, credo, anche a cosa sta andando perso per la nostra stessa conoscenza) non sia piuttosto, dicevo, un problema di noi europei seduti comodi nelle nostre tranquille poltrone.
Per quanto ci provi, mi riesce difficile immaginare la situazione, la vita di un iracheno. Mi riesce difficile immaginare i suoi bisogni (con la luce accesa e il frigo pieno è difficile immaginare una casa precaria, la guerriglia al mercato, i blindati nelle strade); riesco però a capire che i beni archeologici non siano il suo problema principale.
Ripeto, non sto giustificando quelli che approfittano di tutto ciò, quelli che con la scusa di proteggere distruggono, quelli che sfruttano la debolezza di un paese per saccheggiarlo e depredarlo, e non sto difendendo il perverso desiderio di possedere oggetti unici, degni di stare in un museo, sul proprio caminetto.
No.
Del resto, su questo punto sono d’accordo con Mdd, è una questione di mentalità, però non penso che basti lottare contro l’idea di possedere un reperto archeologico per risolvere il problema. O meglio, il problema di noi archeologi, della tutela del patrimonio forse si risolverebbe anche, ma a cosa servirebbe?
Secondo me è la mentalità occidentale tutta (e sempre più non solo occidentale temo) a dover essere cambiata, è questa politica di neocolonialismo e di rapina, di sfruttamento e saccheggio delle risorse, magari mascherato sotto le più buone intenzioni.
Se la guerra in irak la si fa lo stesso, a cosa serve convincere gli “occidentali” a non comprare più beni archeologici, se non a far morire di fame un contadino iracheno in più, che oltre al campo bombardato non avrebbe neppure più nessuno a cui vendere quei cocci, unica ricchezza della sua terra?
È vero che i reperti che i reperti archeologici sono il nostro passato, la nostra storia, le nostre origini, ma la ceramica non si mangia.
La vita di una sola persona per me è più importante di tutte le città antiche del mondo, e se una famiglia viva di iracheni può tirare avanti un giorno in più, o un po’ più dignitosamente, vendendo gli oggetti di persone morte millenni fa, se questo è proprio l’unico modo per far arrivare loro dei soldi, allora mi viene quasi da dire “ben venga la cupidigia occidentale”, tanto, peggio di così…
E in fondo mi vien da pensare che, per salvare i reperti archeologici, piuttosto che firmare petizioni per tutelare i siti sarebbe meglio firmare petizioni per una giusta ripartizione fra gli iracheni dei proventi del petrolio, o che piuttosto che stanziare fondi per ricostruire la cupola d’oro di una moschea (come sta facendo l’unesco) sarebbe meglio investire quei soldi per creare posti di lavoro per gli iracheni; ma del resto, anche queste servirebbero a ben poco, temo.
Non so.
Veramente non so.
Sarà l’aria autunnale…
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