Visualizza messaggio singolo
  #10 (permalink)  
Vecchio 26-November-2007
L'avatar di  ivan
ivan ivan Non in Linea
Amministratore AI
 
Data Registrazione: Dec 2002
Luogo: Vobarno (BS)
Messaggi: 2,585
Invia un messaggio via ICQ a ivan Invia un messaggio via MSN a ivan Invia un messaggio via Yahoo a ivan Invia un messaggio via Skype a ivan
Predefinito

concordo con claudio, per quanto sia difficile a volte ammetterlo, non c'è nulla di demoniaco nei farmaci, e pur con tutti i loro limiti (curare un "sintomo" e non capire e comprendere che cosa produce quel sintomo... ma non è compito del farmaco questo) riescono a rendere sopportabile il peso della vita a persone che hanno perso ogni prospettiva (o capacità di).

Sono d'accordo anch'io sulla definizione di "malattia" come di uno stato che provoca sofferenza e disagio individuale, fisico o sociale, mentre rifiuto di considerarla su basi genetiche o meramente biologiche (a parte alcune situazioni evidenti). Da profano io noto una certa tendenza a creare la malattia intorno ad un prodotto (cura), e il fatto che la ricerca di base non sia più in gran parte finanziata dallo stato ma da aziende private, qualche dubbio sulle finalità di queste c'è, anche senza voler demonizzare come fanno alcuni in toto la ricerca farmaceutica.

Ma quanto c'è di malattia nella "malattia" e quanto invece questa è un prodotto di una stratificazione culturale?

Pensiamo all'omosessualità
In passato era ritenuta una malattia mentale (e si tentava di "curarla" come tale), e la sofferenza ed il disagio spesso di queste persone non erano il frutto di una sintomatologia, ma dell'emarginazione sociale, e del rifiuto che si manifestava ad ogni livello.

Si discute molto, e mi piacerebbe sentire l'opinione di Claudio, sul rapporto genialità-schizofrenia (o sindrome schizofrenica), prefigurando una diversa "struttura" cognitiva che legherebbe queste persone, distinguendole dalle altre.
La mente funzionerebbe in un modo diverso, dando la precedenza all'intuitività, alla soggettività piuttosto che ad una visione semplicemente oggettiva della realtà, che è un pò, semplificandolo molto, il concetto di dissociazione.
Per fare un esempio... di fronte ad un problema, o ad un oggetto o ad un gesto di una persona, questa impostazione della mente tende a non limitarsi all'oggettività, al problema, all'oggetto o al gesto, ma in modo immediato elabora una serie di interpretazioni, e di relazioni tra esse; non ci sono più oggetti, forme, e azioni, ma metafore, simboli e "altro" da interpretare.
Alcune persone non riescono ad accedere in modo "intuitivo" a questo livello e non hanno la capacità immediata di "intuire" una realtà diversa da quella che appare.
In questo senso la malattia insorgerebbe quando l'individuo rimane vittima di tutto questo, indirizzando queste capacità in modo distruttivo, un pò come girarare il microscopio verso se stessi e non verso il mondo (l'altro).
Il genio (per genio non intendo un Einstein, non è un concetto che lego al successo o alla notorietà) sarebbe quindi l'esempio "positivo" (costruttivo).

Io mi chiedevo. E' possibile che le strutture sociali, a più livelli, possano influire su questo? Si può parlare di emarginazione e di negatività anche per queste persone, così come accadeva fino a qualche decennio fa con l'omofobia diffusa e "certificata".
L'asocialità, l'introversione, e l'arte, sono "sintomi" di un disagio, di una malattia, o sono manifestazioni di una forma mentis diversa? (domanda volutamente provocatoria)

Io a volte ho l'impressione che definire tout court la depressione, la schizofrenia o altre situazioni analoghe, come malattie da curare con un farmaco sia un modo per non cercare di capire che cosa in realtà esse rappresentino.
Ovviamente quando una situazione diventa ingestibile e porta a sofferenze fisiche e psichiche, il farmaco deve essere preso in considerazione, ma io mi riferisco ai momenti che precedono il passaggio allo status di malattia.
Escludo da questa discussione, tutti i fenomeni che sono chiare conseguenze di traumi fisici o psichici, ma limitandole alle cd. forme endogene.

Sinceramente non mi piace la nuova "moda" mediatica dell'invito alla "delazione" del depresso, indicando tutta la sintomatologia del caso.
Se pensiamo alla realtà economica, politica e sociale dei nostri giorni, mi chiedo come si può immaginare che una "mente" sveglia e intelligente non si "deprima" vedendo la corruzione, le ingiustizie, le violenze che si manifestano a livello anche istituzionale sulle nostre vite.
Come si fa a non essere depressi al giorno d'oggi? (altra provocazione)
Cerchiamo di capire il "problema" che sta a monte o curiamo i sintomi aumentando artificiosamente il buon umore alzando i livelli di qualche neurotrasmettitore?

Mi sembra evidente che ogni manifestazione fisica o psichica abbia un corrispettivo biologico... ma non è sufficiente individuare il meccanismo biologico per identificare una malattia. La mia domanda è: è sempre una malattia?
Se in un lontano futuro considerassimo la "passione" o l'"amore" come una malattia, non ci vorrebbe molto a preparare un farmaco per inibire questo o quel neurotrasmettitore (ultima provocazione) e nemmeno ad identificare un gene che è correlato alla produzione di questo o quell'elemento biologico che ne sono il corrispettivo "fisico-chimico".

Chissà... forse in un futuribile stato fondamentalista, scientificamente evoluto, potrebbero trovare anche la base genetica di una nuova malattia, socialmente ed individualmente pericolosa... l'ateismo
__________________

La tua Firma per la proposta di referendum per l'abrogazione del "lodo Alfano"
Arrestateci tutti! - Un appello contro il disegno di legge vergogna sulle intercettazioni e per la libertà d'informazione