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Vecchio 26-November-2007
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Cerco di rispondere un po'.

Genio e follia, un vecchio mito, con un briciolo di verità, come tutti i miti. Tra l'altro la follia associata al genio era nel XIX secolo piuttosto legata ai risvolti psichici della sifilide che alla schizifrenia (Nietsche, Beethoven, ecc.).

Ho conosciuto schizofrenici geniali, normali e stupidissimi, certo nell'artista ci sono elementi che si ritrovano nel malato mentale, certe sensibilità, capacità associative ecc. ma la qualità è parecchio diversa. Non basta essere schizofrenici per esserer geniali, ma esser schizofrenici non impedisce di esserlo.

Quanto poi la malattia sia un "prodotto" sociale, dipende dai punti di vista. Non so se l'omosessuale, anche quando l'omosessualità era considerato male da guarire, si sentisse veramente malato o piuttosto emarginato, rifiutato dalla società o da una parte di essa. Tra la percezione soggettiva della malattia e la "definizione sociale" di malattia vi è una bella differenza.

Che cosa sia malattia non è facile dire, è anche molto soggettivo. Una volta un paziente affetto da leucemia mi disse che non si sentiva malato per questo, ma soffriva per le scelte sbagliate che aveva fatto per debolezza, come riteneva lui, decenni prima, e cercava chiarezaz e sollievo dai suoi dubbi e sensi di colpa. Se poi la leucemia lo avrebbe condotto alla morte, questo era secondario, era solo un modo di morire, come ogni altro.

Che situazioni sociali attuali o del passato, e temo anche del futuro, siano deprimenti non vuol dire che originino necessariamente depressioni.


Il farmaco è giusto, corretto, necessario a curare e alleviare la sofferenza individuale, non certo a produrre un adattamento a norme sociali precostituite.

Stiamo anche attenti a non mitizzare, eroicizzare la malattia mentale in un mal inteso romanticismo basagliano post litteram. Essere affetti da schizofrenia è terribile, porta ad una sofferenza estrema, insopportabile. Vivere nella depressione, cercando solo il modo di porre fine alla vita ed alla sofferenza non ha nulla di eroico, esaltante, artistico. Più volte ho dovuto accettare la morte volontaria di pazienti che non riuscivano più a sopportare i limiti che la malattia imponeva loro. È un'esperienza assai dura, e costa molto dire a sé stessi che la loro scelta era giustificabile, significa anche riconoscere di aver in qualche modo fallito, o di essersi illusi si poter ottenere qualcosa che non era raggiungibile.
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dott. Claudio Giorgini