No Claudio, non volevo banalizzare un tema così interessante e spinoso, ripredendo il cliché del genio-folle o del mito romantico della follia come scelta o percorso di vita (per questo ho scritto che non intendevo un Einstein... già è difficile dare una definizione di intelligenza, figuriamoci di genio)
Mi riferivo proprio all'ipotesi di una diversa forma mentis, quando riesco vedo di recuperare qualche nome e qualche studio specifico che ho letto o di cui ho letto.
Ho citato la schizofrenia o la depressione, proprio perché a quanto ne so non c'è una definizione precisa di queste malattie, ma se non sbaglio si parla più propriamente di sindromi depressive o schizofreniche (in base ai riscontri di determinate sintomatologie... statisticamente parlando), ma non mi interessava tanto l'una o l'altra, ma la percezione del concetto di malattia mentale.
Mi interessa il discorso che porta alla depressione (o ad altre forme di cd. malattie mentali), perché se diciamo che tutto dipende da una tara genetica o da una trasmissione difettosa di impulsi fisico-chimici nel cervello, mi sembra che il discorso lo si chiuda prima ancora di cominciare.
Scientificamente questo è corretto, ma filosoficamente non può esserci questo limite.
Non voglio certo mitizzare la sofferenza, ci mancherebbe, ma mi sembrava interessante discutere su come possono evolvere certe situazioni.
Sull'omosessualità non sono d'accordo.
Parlare di percezione soggettiva e definizione sociale di malattia non è rilevante, perché ciò è applicabile ad ogni "malattia" (il leucemico che non si ritiene malato), ma questo può valere per le malattie fisiche, per quelle mentali il discorso è molto più complesso, perché si finisce spesso nel mettere in discussione anche la stessa razionalità di un malato di mente; quindi se ciò che dice o pensa non è razionale, allora significa eliminare la sua dignità di persona, e questo è quello che si faceva con gli omosessuali. Il paragone leucemia-omosessualità da questo punto di vista non regge.
Ma se ad una persona si impone una qualche forma di emarginazione, certi sintomi potrebbero essere eccome conseguenza di quello status.
Un malato di tumore terminale che in un determinato "ambiente" negativo subirà certi condizionamenti, difficilmente non svilupperà una sintomatologia di tipo "depressivo".
Il quel caso si curerà una depressione (reattiva), e si identificherà una "malattia"... lo stesso poteva valere per l'omosessuale (quanti sono i casi di suicidio tra gli omosessuali?) decenni fa.
Io mi chiedevo semplicemente... quanto certi condizionamenti, per una diversa forma mentis (non dico che sia positiva o negativa, eroica o chissà cosa, e non so nemmeno se esista), possono portare ad una analoga "malattia" depressiva o di altro tipo (una di quelle malattie liquidate sbrigativamente come endogene, perché non se ne può trovare l'origine)
Van Gogh fa quel tipo di arte in conseguenza di una malattia mentale, o il suo essere "diverso" è causa della "malattia"? Il rifiuto di una personalità che non si comprende e non si accetta, può essere origine di una malattia mentale?
Sull'attualità non dico che sia inevitabile essere depressi, ma che in determinate condizioni certe persone potrebbero "reagire" in un determinato modo se non riescono a elaborare diversamente...
Un pò il discorso dell'arte... alcune persone non riesco a "leggere" l'arte e non vedono altro che colori e forme, altre persone intuitivamente e sinceramente "leggono" qualcosa... se quel "qualcosa" venisse ufficialmente e socialmente rifiutato, cancellato, vilipeso etc... le prime persone probabilmente non reagirebbero, ma per le altre sarebbe come "cancellare" una parte di sè, e non tutti hanno la capacità di distinguere la coscienza di sè dal giudizio degli altri.
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