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Vecchio 29-December-2007
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AI senatus
 
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La Roma di età repubblicana (almeno fino ad un certo periodo), non può considerarsi assolutamente un impero, perché, sebbene il carattere di multietnicità sia già presente, manca l'elemento fondamentale: l'imperatore. Il potere è in mano ad un Senato, guidato da due consoli, che però si devono comunque rimettere ai senatori, i quali possono contrastare le loro decisioni. Inoltre esistono i tribuni della plebe, che possono con il loro diritto di veto bloccare anche le leggi degli stessi senatori. Insomma, Roma è un'oligarchia (molto, ma molto ristretta, perché solo alcune famiglie tra quelle aristocratiche riescono a raggiungere la carica di senatori e consoli, una sorta di élite nell'élite). Le cose cambiano con il primo triumvirato: di fatto i triumviri hanno poteri che si avvicinano a quelli dei re, sebbene con alcune eccezioni. Con Cesare e la sua dittaura si può già quasi parlare di impero (gli manca solo il potere religioso, ma di fatto ha tutti gli altri e a vita). Con Augusto ormai possiamo parlare di un imperatore, anche perché, cosa che lo differenzia da Cesare, lui nomina anche i suoi successori (è costretto a più nomine a causa delle varie morti) e il Senato di fatto non può che approvare ogni volta, senza possibilità di scelta.
Tieni presente che Caracalla aveva gli stessi poteri di Augusto, ma ormai la sua assolutizzazione era di fatto riconosciuta, mentre Augusto l'aveva, ma "formalmente" aveva fatto atto di restituzione al Senato. Il Senato all'età di Caracalla non valeva né più né meno di quanto valesse all'età di Augusto, anzi durante il III secolo d.C. il Senato fu decisivo a volte nella scelta dell'imperatore stesso, perché le sue preferenze per la soluzione dinastica(invece che per quella da parte dell'esercito) portarono a nominare imperatori che probabilmente l'esercito (che ormai aveva molta voce in capitolo in tal senso) non avrebbe scelto.
Consiglio di leggere il seguente libro:

Geza Alfondi, "Storia sociale dell'antica Roma", Bologna 1987.

Illustra molto bene i cambiamenti nella società e nella politica dall'età regia all'età tardoromana. Nel quinto capitolo, l'autore parla espressamente di "monarchia imperiale" per il regno di Augusto.
Un'ultima notazione: credo che se in alcuni testi si parla di principato, non si usi il termine per indicare una forma diversa da quella imperiale, ma sia sostanzialmente una nomenclatura derivata dal termine princeps che era stato dato ad Augusto. Lo stesso Alfondi intitola il quinto capitolo "L'ordinamento sociale al tempo del principato", però poi definisce il potere di Augusto con la frase riportata sopra.
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