Era appunto un esempio estremo. Più o meno comunque. Credo sia invece un errore madornale Janez lasciare fuori la politica dall'archeologia, così come da ogni altra disciplina. E' una visione un poco "positivsta", da torre eburnea della scienza, da scienza come attività isolata e distaccata dalla società. E invece non è così. Non lo è nè dal punto di vista metodologico, basta dare un'occhiata alla storia del pensiero archeologico e alle teorie archeologiche per rendersi conto di quanto inevitabilmente siano intrecciate con tutti gli altri filoni di pensiero: filosofico, politico, ecc., e di quanto risentano ovviamente del contesto in cui sorgono, culturale, sociale, economico, politoco, religioso. E non lo è neanche dal punto di vista pratico e operativo, in quanto un archeologo ogni giorno combatte con politiche più o meno deleterie, con problemi di lavoro, con burocrazie varie... Espungere la dimensione politica, pubblica, sociale, è atteggiamento ingenuo, immaturo, illuso e deleterio, che in passato ha fatto molti danni, e non solo in archeologia. E considerare la dimensione politica non significa piegare la ricerca e l'attività archeologica a interessi partitici o ideologici. Significa semplicemente avere la maturità, e perchè no le "palle", per vivere nel mondo in cui si vive, nel tempo in cui si vive, nella società e la sua cultura di cui si fa parte, e di farlo da "archeologo", portando cioè la propria specificità, il proprio punto di vista, il proprio vissuto, la propria formazione, il proprio bagaglio. Non ci trovo in questo nulla di male, anzi... Si tratta semplicemente della vita. L'uomo è animale sociale e politico no? Un'archeologia isolata non vedo a cosa possa servire, così come una storia isolata, così come ogni altra attività conoscitiva e scientifica. Croce scrisse che ogni storia è storia contemporanea. Bè... metodologicamente questo vale tanto per la storia quanto per l'archeologia. Del resto, la prima frase di un volume collettaneo sulla preistoria (Bietti Sestieri, Peroni, Guidi, Tosi...), recita così: <<Non c'è disputa sulle origini che non sia anche disputa sul presente, pretesa di condizionare il senso e l'autorappresentazione>>. E ancora: <<Basti pensare quale portata abbiano i grandi nodi problematici con cui si cimenta lo studio delle età più remote: le origini dell'uomo, le origini dell'agricoltura, le origini dello stato. Tanto varrebbe dire: della morale, dell'economia e della politica. E tutto questo sulla base di indizi e congetture. Si può immaginare qualcosa di meno neutrale e innocente?>>. Un archeologo che non sia cosciente di questo, a mio avviso non può che essere un pessimo archeologo, e anche un archeologo pericoloso.
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