La scienza scomparsa dalla politica
Siamo ormai prossimi alle elezioni e la politica è argomento arcor più delicato. Non mi faccio troppe remore a parlarne perché quanto sto per dire è un discorso assolutamente, e forse disgraziatamente, super partes.
Avete infatti notato come nessuno schieramento politico – né il PdL, né il PD, né gli altri minori – abbiano messo la ricerca scientifica nei loro programmi e neppure ne abbiano mai fatto cenno durante questi giorni di campagna elettorale.
Sì, lo so che parlar male della politica è anche troppo facile e piuttosto qualunquista, eppure mi sembra che questo plateale disinteresse dell'intera classe politica italiana di fronte ad un problema strategico e fondamentale, mostri ancora una volta la totale assenza di lungimiranza politica ed economica e ribadisca ancora una volta come l'interesse dei politici sia limitato ai risultati ottenibili in una singola legislatura, al fine della rielezione.
Eppure la ricerca scientifica e tecnologica, ma ci metto anche la tutela e la valorizzazione dei beni ambientali e culturali (e non solo perché siamo in un forum di archeologia), sono obiettivi fondamentali su cui puntare se si vuole essere concorrenziali sul mercato internazionale.
Più fondi quindi per "Ricerca&Sviluppo", non solo quella ricerca con ricadute economiche immediate, ma anche ricerca di base, se si vuole guardare al futuro con una prospettiva lunga.
Più fondi, quindi, ma soprattutto meglio spesi, in modo più razionale e meritocratico; è quindi assolutamente necessario rivedere i metodi di avanzamento di carriera in termini veramente meritocratici, così come avviene in moltissime realtà estere.
E questo vale non solo per la scienza pura (biologia, fisica, scienze della terra, ecc.) ma anche per altri settori di interesse pubblico come i beni culturali e ambientali che, economicamente, hanno ricadute in termini di turismo.
Ecco che diventa indispensabile che la carriera di ricercatore inizi in modo decente, perché è semplicemente stupido che lo Stato investa sulla formazione di un futuro ricercatore se questo deve poi fuggire all'estero per sopravvivere e vedere giustamente riconosciuto il suo valore.
E un buon ricercatore è tale solo se la sua formazione scolastica e poi universitaria gliel'ha permesso, cosa che la situazione scolastica attuale, a mio avviso sempre più preoccupante come risultati conseguiti, sembra poter garantire sempre più difficilmente.
Eppoi non solo migliore ricerca pubblica, ma è indispensabile che quella privata venga fortemente incentivata (sgravi o meglio ancora incentivi fiscali, facilitazioni al consorziamento di piccole imprese, ecc.) perché se altri paesi europei (lasciamo stare India e Cina, perché ci sarebbe da piangere) come l'Irlanda o la Spagna tirano è anche perché la ricerca scientifica delle imprese private è stata grandemente incentivata.
Ecco, mi sarebbe piaciuto che almeno uno dei contendenti politici avesse fatti almeno alcuni di questi ed altri discorsi di questo tenore. E invece silenzio quasi assoluto.
I politici, ma forse anche i potenziali elettori, sembrano essere cresciuti e sempre più instradati in una cultura antiscientifica (vi ricordate la Moratti quando cercò di togliere l'evoluzionismo dai programmi scolastici?).
Eppure scienza, ricerca, tecnologia, cultura, oltre ad avere un valore intrinseco potremmo dire "etico", sono, sia pure in modo indiretto e sul lungo termine, dei potenti motori economici.
Possibile che nessun politico lo veda e ne voglia parlare?
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