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dizzi
. . . Qui non capisco la necessità della 'separazione delle carriere' al fine del miglioramento del ruolo dell'archeologo nella società: dove sarebbe il conflitto di interessi? Sono però d'accordissimo sulla circostanza che chi scava debba elaborare una documentazione che possa in prospettiva essere utilizzata da altri per una pubblicazione di alto livello scientifico. Ma questo, almeno da parte mia, già si fa: dato che è probabile che non pubblicherò io i risultati di uno scavo, ci tengo tantissimo a perfezionare la documentazione: . . .
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Il punto per me è che chi scava compie un esperimento irripetibile, riguardo al quale l'unico possibile carattere di scientificità potrebbe essere dato dalla eventualità che PRIMA di presentare i risultati pubblicamente la documentazione venga vagliata nel dettaglio da un soggetto indipendente.
In caso contrario mancano a mio avviso i più elementari requisiti di scientificità e si rientra in quella che volgarmente parlando si potrebbe chiamare "cantarsela e suonarsela", ovvero si rientra in quelle oggi frequentissime operazioni di camuffamento dove lo spessore qualitativo della pubblicazione si misura sulla carineria del "bel ritrovamento" e non sul rigore dell'indagine.
Anche per impedire l'uso distorto e personalistico della notizia di scavo (a fini di carriera o di pura vanità), andrebbe introdotto un ferreo criterio di "validazione" del dato da parte di un soggetto terzo non coinvolto nello scavo e messo organizzativamente (e magari anche economicamente) in condizione di operare a cura di chi scava e al quale affidare la responsabilità scientifica della presentazione pubblica.