Interessante, questo lato alimentare della questione.
Ciò che una comunità mangia o non mangia e le relative prescirzioni in ambito religioso-sociale secondo me sono da considerare sovrastrutture culturali poste per codificare delle abitudini già più o meno consolidate.
Mi viene in mente per esempio che in grecia arcaica (e mi sembra anche classica ed ellenistica) chi mangiava pesce (ittiofago) era ritenuto empio, deriso e disprezzato socialmente, perchè spesso i pesci erano sacri ad una divinità: secondo me questa situazione è dovuta alla dominante cultura aristocratica che rappresentava il modo di vivere (e di mangiare quindi) di proprietari terrieri e allevatori di bestiame, mentre i marinai ed i commercianti erano considerati 'feccia'.
Anche senza prescrizioni religiose, noi stessi oggi siamo disgustati all'idea di mangiare alcuni alimenti non perchè abbiano un brutto sapore o non siano nutrienti, ma solo perchè non siamo abituati a considerare cibo certi animali: molti preferirebbero (in teoria, poi in emergenza scattano ben altri meccanismi di sopravvivenza) morire di fame piuttosto che assaggiare una lumaca, una rana, una cavalletta, un serpente o frattaglie di animali di cui solitamente si mangia il muscolo. Se fossimo tutti stati abituati da piccoli a trovare cavallette fritte nel piatto la cosa invece non ci scandalizzerebbe per niente. Lo stesso discorso vale per gli animali che noi consideriamo di affezione, primi tra tutti cani e gatti: l'idea di mangiarli ci fa stare male; ma in altri territori può essere più normale.
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In genere la gente ha ottime ragioni per costruire muri, come tenere fuori gli altri, o a volte tenerli dentro. (S.S. Van Dine)
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