La devotio era l’atto con cui un comandante si sacrificava votando la propria vita alla divinitŕ (principalmente agli dči degli inferi, o Mani), insieme all’esercito nemico allo scopo di ottenere la sua distruzione. Al tempo in cui scrisse Livio, era una pratica ormai scomparsa. Nel libro VIII, egli descrive la cerimonia a cui si sottopose Decio Mure padre prima di morire avventandosi tra le schiere latine nella battaglia del Veselis o Suessa.
Il pontefice massimo, gli fece indossare la toga praetexta (bordata di rosso, usata dai magistrati) con un lembo a coprirgli il capo, tenendosi il mento con una mano e con i piedi sopra un giavellotto. Pronunciň poi la seguente formula rituale, ripetuta da Decio: «Oh Giano, Giove, Marte padre, Quirino, Bellona, Lari, Divi Novensili, Dči Indigeti, dči che avete potestŕ su noi e i nemici, Dči Mani, vi prego, vi supplico, vi chiedo e mi riprometto la grazia che voi accordiate propizi al popolo romano dei Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore, spavento e morte ai nemici del popolo romano dei Quiriti. Cosě come ho espressamente dichiarato, io immolo insieme con me agli dči Mani e alla Terra, per la Repubblica del popolo romano dei Quiriti, per l’esercito per le legioni, per le milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici». Recitata la formula rituale, Decio indossň la toga alla maniera dei Gabi, annodata in vita, e si gettň tra le file nemiche dove trovň la morte.
Il comandante poteva anche scegliere al suo posto un legionario. Se l’uomo moriva, la scelta era considerata ben fatta; se non moriva, si sotterrava una statua e si faceva un sacrificio espiatorio; era vietato ai magistrati passare sopra il luogo di sepoltura di questa statua. Se era il comandante a votarsi e a non morire, non poteva piů compiere alcuna cerimonia religiosa. Anche l’arma su cui si pronunciava il rito diveniva sacra.
Alla battaglia del Sentinum, la cavalleria romana venne travolta dalla carica dei carri da guerra dei galli, la cui fanteria, approfittando dello sbandamento generali anche tra i manipoli dei fanti avversari era penetrata la tre fila romane, da cui gli uomini cominciavano a volgersi in fuga.
Decio Mure figlio, rendendosi conto di non poter mantenere il controllo sui propri uomini, decise di seguire l’esempio di suo padre nella guerra contro i Latini. Chiamň a sč il pontefice Marco Livio e gli ordinň di recitargli la formula della devotio, con cui sacrificare se stesso, assieme all’esercito nemico, agli dči. Alle parole del rito giŕ pronunciate dal padre aggiunse, secondo il testo di Livio: «Io getto davanti a me paura, fuga, massacro e sangue, l’ira degli dči celesti e infernali». Maledisse le insegne e le armi nemiche unendo la sua rovina a quella dei Galli e dei Sanniti. Affidati al pontefice i littori, come simbolo di comando, annodň alla vita la toga pretesta. secondo l'uso dei Gabii, con un lembo a coprire il capo e spronň il cavallo dove le schiere galliche erano piů compatte, offrendo il proprio corpo ai dardi nemici.
|