Esperienza di dottorato in storia
Sperando di fare cosa utile a chi si accinge all’esame di dottorato o a chi ha intenzione di proseguire riporto la mia esperienza. Tutto è iniziato con la laurea: nella mia mente malata e ambiziosa credevo di essere in grado di gestirmi da solo il lavoro. Non mi preoccupai, quindi, di scegliermi un relatore con adeguate competenze, né che avesse un ruolo sufficientemente elevato all’interno del dipartimento. Il risultato è stata una tesi dispendiosa, ma discreta, dal momento che mi trovai a gestire un lavoro che poteva articolarsi benissimo in una serie di volumi enciclopedici. Nessuno mi fece questa osservazione allora, come nessuno mi insegnò le minuzie di un vero lavoro scientifico, minuzie che ho imparato solo ora.
Scrivere la tesi, dunque, per qualcuno che ha intenzione di proseguire, non deve essere un punto di arrivo, ma un fondamentale momento di apprendimento.
Dopo il servizio militare, che feci con la repulsione di ogni raccomandazione per poi perdere i pochi contatti che avevo intessuto, mi sono trovato, dopo un anno, nel vortice dei concorsi.
Sulla base della mia esperienza non c’è modo di vincere una borsa di dottorato onestamente: non voglio sembrare qualunquista, ma questa è la realtà italiana che ho potuto toccare con mano. Ci sono, poi, luoghi, dove anche i posti senza borsa sono assegnati con criteri non meritocratici. Anche questo lo dico a ragion veduta: ho potuto conoscere gli altarini dei concorsi a cui ho partecipato. Per tutti questi motivi sono riconoscente a chi ha creduto in me e mi ha dato una possibilità. Sono riconoscente a chi mi ha seguito in questi anni come tutor sopportando le mie teorie bislacche e la mia prosa, a volte zoppa per eccesso di sintesi. In tutta sincerità lavorare con un epigrafista, vista la tipologia delle mie fonti, mi avrebbe aiutato di più, ma ho risolto i miei problemi da solo, con un po’ d’aiuto e ne vado fiero. Ho alcuni rimpianti in questi quattro anni:
Avrei dovuto lavorare più serenamente, senza perdermi nell’odio e nel disprezzo di chi aveva ottenuto risorse e rimborsi per meriti non suoi. Avrei dovuto lavorare senza il continuo timore del dopo: avendo fatto 100 cose oltre al mio lavoro in biblioteca, che mi faceva e mi fa campare. Avrei dovuto essere forse meno talebano in certe posizioni che ho assunto,in fase di ricerca. Ne è uscito, comunque, un lavoro decoroso, originale, ma con diverse pecche dettate anche dalla difficoltà dell’argomento che mi sono, purtroppo, scelto da solo.
Se potessi tornare indietro non farei mai un dottorato senza borsa: è come partire in una corsa a ostacoli dieci metri indietro agli altri. Però, e questo lo dico in polemica nei confronti dell’ADI, i dottorati senza borsa sono l’unico sbocco meritocratico che offre la nostra università. Lascio, dunque, il mondo scientifico con un certo piacere: il mio fegato ne trarrà giovamento anche se la mia opinione sul mondo dell’Università e della ricerca è assai negativa… Ho visto, infatti, persone validissime fuggire, magari per fare la sis: sono rimasti i cocciuti come me e chi si è potuto giovare di un “aiutino”. Nonostante molti abbiano tentato di convincermi del contrario ritengo questo sistema non sano.
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