Tre grandi a Confronto (Racconto storico)
Mi diletto da qualche tempo con la narrativa: questo è uno dei pochi racconti di taglio storico che ho scritto, spero che il moderatore sia tollerante ;-)
Ci sono luoghi che travalicano il tempo, dove anche gli incontri impossibili
diventano reali. Oasi di pace deputate a offrire meritata tranquillità a
coloro che hanno, invece, raccolto fama e onore grazie alla loro indomabile
irrequietezza. Tre uomini, tre grandi condottieri erano seduti attorno a un
tavolo. La stanza che li ospitava era linda, dalle pareti addirittura
candide e una finestra aperta dava la possibilità ai presenti di godere
della luce e della frescura del mattino.
Una singolare gara li stava opponendo e l'unico giudice a cui potevano
appellarsi era quello della storia. Un giudice spesso impietoso, a volte
mutevole nei suoi giudizi, ma che aspirava, per definizione, a essere
oggettivo e incorruttibile.
Alessandro il Macedone, conquistatore dell'Asia, prese la parola per primo:
"Voi tutti conoscete le mie gesta, gli storici della vostra epoca ve le
hanno descritte forse con troppa enfasi, ma chi prima di me era mai stato in
grado di piegare un impero? Sardi, Babilonia, Menfi, Persepoli, tutte città
lontane, quasi mitiche. Io le ho rese vicine. Con le mie mani ho costruito
un faro di civiltà in Egitto che ha illuminato con la sua luce il
Mediterraneo per molti secoli. Chi prima di me, poi, ha osato varcare i
confini del mondo conosciuto, affrontando i misteriosi popoli dell'India?"
Gli astanti rimasero in silenzio.
"E che dire di tutte le battaglie che ho vinto, in Grecia, in Siria, in
Persia. Ho affrontato eserciti innumerevoli, ho sconfitto valorosi soldati,
combattendo in prima persona sul mio cavallo Bucefalo, attraversando fiumi,
montagne e deserti. Ho infine accolto nei miei ranghi molti fra coloro che
mi avevano combattuto. Sognavo un grande impero multietnico, una comune casa
per Greci e Barbari."
Alessandro a questo punto osservò i presenti, cercando di valutare l'effetto
delle sue parole. In quel momento vide uno di loro, un uomo tarchiato e
quasi completamente calvo, alzarsi e intervenire.
"Grandi imprese sono quelle che hai portato a termine, o Alessandro, ma mi
spiace osservare che il tuo sogno più ambizioso, quello di un unico impero,
non si sia mai concretizzato. Del resto voi Greci avete sempre trattato gli
altri popoli con malcelato disprezzo, credendovi superiori a loro. Noi
Romani, invece, non abbiamo mai spregiato gli stranieri: essi potevano
diventare Romani loro stessi e accrescere con questo la nostra gloria."
L'uomo si interruppe, prima di infliggere l'ultima stoccata.
"È vero, tu per noi sei stato un modello e abbiamo cercato di ricalcare le
tue imprese. Forse gli obbiettivi che abbiamo raggiunto non sono
paragonabili ai tuoi, ma sono stati certamente più duraturi. Noi, del resto,
non ci siamo mai macchiati dei tuoi crimini e abbiamo sempre guidato i
nostri soldati, li abbiamo blanditi o incoraggiati se necessario, ma non ci
siamo mai fatti trascinare da loro come è accaduto a te in India."
Alessandro scosse il capo contrariato, ma non rispose.
"Per quanto mi riguarda" continuò l'uomo. "Io ho combattuto sia contro i
Barbari che contro i Romani. E ho sempre vinto. La Gallia, sede di
innumerevoli tribù, è caduta come un frutto maturo nelle mie mani. E, cosa
più importante, ho dovuto affrontare sul mio cammino condottieri di valore,
che hanno impreziosito i miei successi, del calibro di un Ariovisto, di un
Vercingetorige, per non parlare di Pompeo, che per le sue vittorie aveva
ottenuto l'appellativo di Magno. Posso dire che grazie a me, grazie a quello
che io ho costruito, è nato un impero che ha governato il mondo per molti
secoli."
Fu la volta del terzo uomo alzarsi e prendere la parola. Anche lui non
sfoggiava certo una statura mirabile e aveva la curiosa abitudine di
nascondere la mano destra nel suo pastrano.
"Non è vero, Cesare, che non fosti sconfitto da alcuno, anzi volendo anche
soprassedere su certe voci tendenziose che ti vedevano dominato da un certo
re della Bitinia in gioventù, una donna, per di più una straniera, riuscì a
fare quello che era risultato impossibile a tanti uomini d'armi. Non hai
forse giaciuto con questa egiziana? Non hai forse brigato per dominare Roma
con l'aborrito titolo di rex insieme a lei? Non un uomo ti ha sconfitto,
dunque, o Cesare, ma fu il fascino di una donna a irretirti."
Cesare impallidì fino a cadere pesantemente sulla sedia.
"Il mio popolo" continuò il terzo uomo. "ha saputo a suo tempo liberarsi di
un re come ha fatto il tuo uccidendoti. Libertà, fraternità e uguaglianza
capite? Io e i miei soldati abbiamo diffuso questi ideali in ogni parte d'
Europa e tutte le genti del continente ci hanno seguito con entusiasmo, ma
non crediate che sia stato semplice. Nazioni ricche e popolose, vecchie
vestigia di un passato decadente, si coalizzarono contro di noi: ho
sconfitto i loro eserciti in Italia, in Germania, sono arrivato perfino in
Egitto. Ho fondato un impero che abbracciava l'intero continente e divenni
imperatore non per diritto di nascita, ma venni eletto in regolari elezioni
dal mio popolo, i Francesi.
"È tutto vero quello che dici, Napoleone, ma non venisti tu, solo fra noi,
battuto per mare e per terra?" intervenne Alessandro.
"Noi morimmo a causa del destino, che ci rese vittima dei maneggi degli
uomini" rincarò Cesare. "Ma mai conoscemmo la sconfitta in campo aperto, tu puoi forse dire lo
stesso?"
La discussione si fece animata e le voci dei tre arrivarono a sconvolgere la
tranquillità del luogo in cui si trovavano. La bilancia della storia
pendeva, di volta in volta, verso l'uno e verso l'altro, senza riuscire a
fornire un responso definitivo.
All'improvviso un'apparizione interruppe la loro lite chiassosa. Portava
vesti bianche con dei bei capelli di un biondo luminoso.
I tre, di fronte a quella presenza, si fecero piccoli riconoscendo che tutte
le loro imprese, per quanto mirabili, erano un nonnulla paragonate a quell'
incredibile visione.
"O celeste spirito, dicci chi sei in modo che possiamo adorarti invocando il
tuo nome." dissero avvinti.
L'angelo eruppe in una risata argentina, una risata che non conteneva
affatto irrisione, ma comprensione e una profonda pietà.
"Sciocchini, sono Beatrice, il vostro medico, le urla della vostra
discussione si sentivano in tutto il sanatorio, non starete litigando come
al solito."
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