Quote:
ivan
In tutta sincerità lasciare fuori il discorso divulgazione mi porta un pò ad allontanarmi dal progetto (non perché mi ritenga degno io di fare divulgazione, ma perché lo sentire più in linea con il progetto AI), ma continuerò comunque a seguire quello che scriverete in proposito
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Quote:
dizzi
Ho letto con attenzione tutti i post di questa discussione e mi sembra proprio che ci siano tutti i presupposti per potere costruire un progetto editoriale valido. Vi dico alcune mie opinioni in merito:
1) concordo con mdd sul carattere prevalentemente scientifico piuttosto che divulgativo: non si può fare divulgazione (o fruizione in altri ambiti) prima di aver pienamente soddisfatto l'esigenza di comunicazione e confronto scientifico fra specialisti;
2) la rivista dovrebbe possedere tutti i crismi perchè chi scrive possa acquisire un titolo valido, non per essere un pubblicista, ma per arricchire il proprio curriculum in quanto studioso dell'antichità (archeologo, numismatico, storico dell'arte, iconografo, ceramologo, epigrafista etc etc
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Mmhh... In merito alla questione scientifico vs. divulgativo vorrei dire la mia.
Riviste scientifiche (cartacee, in particolare) di argomento archeologico credo ce ne siano già parecchie, in italia...
Mi chiedo però quale diffusione esse abbiano: nessuna rivista italiana rientra nel catalogo JCR per l'"impact factor" (ne parlrò sotto), e la cosa è significativa sotto molti punti di vista.
In ogni caso c'è da chiedersi se sia conveniente andare a buttarsi in un calderone già affollato, senza che si dia un servizio in più, un valore in più alla rivista.
Veniamo però agli aspetti pratici...
Uno studioso vuole pubblicare le sue ricerche o perché ne consegue un ritorno economico diretto (viene pagato dall'editore, cioè) oppure, come accade per le riviste accademiche, perché le pubblicazioni "fanno punteggio" per la carriera accademica o in altri enti di ricerca (soprintendenze comprese, credo). Esattamente come Dizzi ha già detto.
Premetto che non conosco direttamente il mondo delle riviste accademiche di archeologia, né il relativo sistema di valutazione a fini della carriera.
Conosco bene, invece, quello in ambito geo-paleontologico.
Ebbene: gli articoli pubblicati non vengono valutati tutti nello stesso modo, ma ci sono diversi fattori:
- in primo luogo, ovviamente, il ruolo svolto all'interno della ricerca (ovvero se si figura come autore principale o secondario, in un articolo a più mani)
- generalmente non si tiene conto di pubblicazioni su riviste prive di Peer Review, mentre assumono particolare importanza articoli pubblicati su riviste con alto Impact Factor (ovvero larga diffusione) e quindi, tra l'altro, scritti in inglese
- l'Impact Factor (IF) dello stesso articolo.
Per chi non conoscesse termini quali "peer review" e "impact factor", il primo si riferisce al fatto che esiste un apposito comitato di revisori al quale la rivista fa riferimento; l'articolo proposto viene quindi sottoposto alla valutazione di alcuni revisori, in genere due, che possono accettare l'articolo così com'è, accettarlo con richiesta di integrazioni o modificazioni o respingerlo.
L'impact factor (IF) è un fattore numerico con cui il "JSR-Journal Serach Result" redatto dalla Thomson, valuta l'importanza della rivista in base alla diffusione e al suo peso in termini di citazioni dei suoi articoli e l'impatto che il particolare l'articolo ha sulla comunità degli specialisti, in base al numero delle citazioni che questo ha avuto in altri articoli nei tre anni successivi alla pubblicazione, e alla relativa importanza (cioè IF della rivista) di questi altri articoli. Le riviste scientifiche a diffusione esclusivamente web considerate dal JCR sono l'eccezione, però ci sono, alcune anche con alto IF.
Riuscire ad entrare nel JCR, magari nel lunghissimo tempo, darebbe veramente un valore aggiunto stratosferico, ma la cosa è largamente utopica, se non impossibile: oltre ad una larga diffusione (poco importa se su cartaceo o internet) difficilmente raggiungibile, si dovrebbero scrivere articoli quasi esclusivamente in inglese, ed avere un Peer Review davvero coi fiocchi, oltre ad altri fattori minori da considerare.
Anche volendo tralasciare l'Impact Factor vero e proprio, come credo si faccia in Italia in ambito accademico archeologico, c'è sempre da considerare un "impact factor virtuale"... Non ho idea di come funzioni la cosa in termini di "punteggio" ma imamgino che assuma in ogni caso maggiore importanza un articolo pubblicato su Nature o sull'American Journal of Archaeology, piuttosto che sui "Resoconti dell'Accademia dei Lincei"... Figuriamoci su una sconosciuta rivista on-line.
L'unico modo per avere un minimo di autorevolezza è avere un comitato di Peer Review coi fiocchi: per questo sono d'accordo con altri che hanno già posto in evidenza come l'ipotesi di Mdd di limitare l'età dei revisori a 30 anni sia molto limitativa. Se non si trova qualche nome importante che sia disposto a dare il suo apporto l'eventuale rivista sarà sempre di serie C.
D'altra parte, oltre ad un buon peer review, la notorietà di una rivista scientifica è data anche dalla sua diffusione. In Internet il problema non si pone più di tanto, però è vero che riviste di cui non è presente almeno una copia in biblioteca rimane a lungo sconosciuta. Pur rimanendo ana rivista a diffusione web, per aumentarne la notorietà e l'autorevolezza andrebbe inviata una copia in ogni biblioteca universitaria. Quest'ultime pagano gli abbonamenti alle riviste, ma per una nuova arrivata bisognerebbe all'inizio farsi conoscere, immagino...
Il punto è questo: una rivista esclusivamente scientifica ha un pubblico potenziale numericamente assai limitato. Non ha caso le riviste scientifiche chiedono in genere dei contributi economici per la pubblicazione degli articoli (contributo tanto maggiore quanto è l'IF, divenendo così anche un business), perché ci sono comunque delle spese:
- copie per le università (coperto, in un secondo tempo dagli eventuali abbonamenti). L'alternativa è affidarsi al passaparola su web e quindi a tempi più lunghi per farsi conoscere.
- spese di redazione (segratariato, impaginazione, ecc. ecc.); anche qui i costi sono più limitati se ci si limita ad una diffusione su web
- spese per il peer reviewing, tanto più alto quanto più autorevole è il comitato. Si può trovare qualche studioso con esperienza sufficiente a coprire il ruolo di revisore disposto a fare opera di "volontariato" gratuito? Forse, ma credo che difficilmente questa possa essere la regola...
La stragrande maggioranza delle riviste scientifiche, con servizio on-line, prevede un pagamento per l'acquisto della rivista o di un articolo in formato PDF. Questo consente alle grandi riviste di avere introiti che coprono abbondantemente le spese (nonché, in alcuni rari casi, di elargire royalties agli autori) ma questo vale solo per riviste già bene avviate, con una certa notorietà ed affidabilità, per cui ritorna sempre il problema dei costi iniziali.
Mi chiedo, quindi, un giovane alle prime armi e che volesse veder pubblicato un suo articolo, sarebbe disposto a sobbarcarsi di tasca propria questi costi? Personalmente ho seri dubbi; e non è certo un caso che siano le università ed altri enti, con la distribuzione dei fondi di ricerca, a coprire anche le spese di pubblicazione, e non è un caso neppure che la quasi totalità delle riviste accademiche siano frutto degli investimenti di istituti universitari o di associazioni (come il caso da me già citato dell'Associazione Paleontologica Italiana, ma anche dell'Accademia dei Lincei), a cui si sommano i contributi del Ministero per i Beni Culturali.
Tutt'al più ha senso una generica associazione di archeologi (intesa o meno come ordine professionale, di cui tanto si parla) di cui l'eventuale rivista potrebbe essere l'organo ufficiale e bollettino; le quote associative coprirebbero, almeno in parte, le spese. Ma questa è già un'altra storia.
Naturalmente un giovane alle prime armi può essere interessato ad essere pubblicato anche su riviste di terz'ordine – cioè poco diffuse e prive di peer review – ma con quale risultato effettivo in termini di curriculum? Ne avrebbe veramente vantaggi?
Tutt'al più si tratterebbe di soddisfare il proprio orgoglio personale (oltre ad avere comunque un minimo in più sul curriculum), purché questo sia a costo pressocché zero.
Io vedo quindi delle difficoltà pratiche ed economiche nel realizzare una rivista esclusivamente scientifica. Difficoltà evidenti già per una rivista esclusivamente (o quasi) on-line con non grandi pretese in termini di autorevolezza e visibilità; difficoltà che diventano forse insormontabili se le ambizioni diventano maggiori.
Mi sembra invece più interessante l'eventualità di una rivista on-line in cui convivano due sezioni (magari abbastanza distinte): una dedicata alla divulgazione (diciamo "Archeologia per Tutti") ed un'altra scientifica (diciamo "Scavi, studi e ricerche").
Il fatto di essere anche divulgativa (che non significa necessariamente stupida) garantirebbe un bacino di utenza molto più ampio di quello assai ristretto degli addetti ai lavori.
Un bacino di utenza largo significa avere un potenziale ritorno economico in termini di inserzioni pubblicitarie (comprese quelle istituzionali di Enti locali o per mostre, rassegne, corsi universitari, ecc) e, al limite, di abbonamento (almeno in un secondo momento)...
Si possono inoltre pensare soluzioni aggiuntive come visibilità gratuita on-line e pagamento per la possibilità di scaricare PDF, o cose del genere, che hanno senso solo se si parla di utenze relativamente vaste.
La sezione divulgativa potrebbe quindi ospitare articoli provenienti da appassionati e studenti di archeologia (e di storia antica e medievale), oltre che da professionisti, comprese versioni divulgative di tesi di laurea o cose simili... La spinta motivazionale sarebbe la stessa che spinge la gente a scrivere blog o riviste amatoriali, anche in assenza di un diretto ritorno economico.
Se, come ventilato da Ivan, in un prossimo futuro dovessero cambiare alcune norme sulla carriera pubblicistica/giornalistica, gli interventi potrebbero anche un ritorno pratico per aspiranti giornalisti.
La sezione divulgativa potrebbe offrire anche alcune opportunità di tipo diverso e tutte da sondare come collaborazioni con la Scuola di Divulgazione Scientifica del SISSA di Trieste o Facoltà di Scienze della Comunicazione, cosippure come come l'Associazione dei Gruppi Archeologici d'Italia, al momento priva di un organo di stampa.
La sezione divulgativa potrebbe inoltre essere lo spazio adatto per raccogliere tutte quelle notizie brevi e segnalazioni provenienti direttamente dagli uffici stampa di Regioni, Province, Soprintendenze, Università, ecc. riguardanti mostre, convegni, nuovi scavi (magari anche con segnalazioni utili a studenti e volontari), brevi anticipazioni di nuove scoperte, ecc.; a questo aggiungere segnalazioni di siti web, libri, cioè tutto l'apparato che si aggiunge agli articoli principali che è cosa normale su riviste come Archeo o Archeologia Italiana, ma che è abbastanza fuori luogo su riviste accademiche.
Naturalmente tutto ciò implica un lavoro di redazione non proprio indifferente, ed in tal senso potrebbero essere auspicabili collaborazioni come quelle accennate precedentemente, in modo da tenere i costi bassi.
Si tenga comunque conto che si risparmia sui costi di peer reviewing e, soprattutto, non si necessita di una diffusione capillare nelle biblioteche universitarie.
Alla sezione divulgativa si potrebbe affiancare quella più scientifica, diversa nei contenuti (tesi di dottorato in versione estesa, report di scavo, ecc.) e nella forma, con tutti i crismi delle pubblicazioni accademiche, magari anche dal punto di vista della struttura grafica.
Si può pensare anche ad articoli in inglese (o anche altre lingue?) che ne aumenterebbero l'impact factor "virtuale".
Tenendo conto che le spese di redazione potrebbero essere coperte (si spera) in altro modo, gli articolisti non dovrebbero più contribuire alle spese di pubblicazione, invogliando a scrivere anche giovani alle prime armi e privi di fondi di ricerca, cosa che mi sembra essere uno degli obiettivi principali di questa idea.
Il taglio ibrido della rivista potrebbe anche spingere chi è alle prime armi a preferire una sezione meno "ufficiale" per i suoi interventi, abrendo al contempo uno spiraglio nel campo della divulgazione professionale, diverso da quello dell'archeologo vero e proprio.
Per gli articoli scientifici rimane il problema del peer reviewing... Mi chiedo se questo, visto il taglio non esclusivamente accademico, sia indispensabile e non sia sufficiente un buon comitato scientifico di redazione. Oppure si potrebbe anche optare per far scegliere all'articolista se far passare o meno l'articolo alla revisione (cosa che andrebbe comunque specificata una volta pubblicato). Ecco che per una tesi di dottorato o alcuni report di scavo, il passaggio di peer review è forse superfluo, mentre diventa utile solo per alcuni tipi di studi e analisi.
IN questo modo si riduce la consistenza numerica, e quindi il peso economico, dei revisori; spesa che verrebbe comunque coperta anche dai possibili introiti elencati sopra.
Insomma, si potrebbe sempre dare il massimo dell'autorevolezza possibile, ma solo, esplicitamente, per quei lavori che la necessitano.
Quello che mi preme più di tutti, però, è legato al discorso che avevo fatto inizialmente.
In un panorama editoriale già saturo – sia che si parli di divulgazione che di riviste accademiche – mi sembra indispensabile caratterizzarsi in modo diverso, fornendo un qualche valore aggiunto. L'essere a cavallo tra due mondi – quello degli appassionati e quello dei professionisti – ed una sorta di ponte di passaggio da una sfera all'altra, potrebbe essere proprio l'elemento caratterizzante ed il valore aggiunto.