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| Archeologia - Generico Forum generico sull'archeologia. Qui potete discutere, inviare richieste, condividere i vostri studi o le vostre ricerche |
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14-January-2006
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AI senatus
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Data Registrazione: Oct 2005
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Articolo su Archeo sulle didascalie incomprensibili
Sul numero di Gennaio di Archeo c'è un articolo di Umberto Broccoli che trovo interessante e, personalmente, assai condivisibile.
Per far capire a chi non avesse letto l'articolo riporto titolo e sottotitolo dell'articolo:
"Esporre una fistula...
... per non capire un tubo! Ovvero: ma perché, spesso, anche gli oggetti più comuni vengono descritti con didascalie che, servendosi del linguaggio specialistico, confondono il visitatore?"
Broccoli, incentrandosi sulle didascalie che si trovano in pubblicazioni non specialistiche, in mostre e musei (ma il discorso potrebbe essere esteso ai testi in genere), fa un elenco, al limite del risibile, di utilizzi di termini specialistici chiari forse solo ad altri archeologi ma oscuri ai più, rendendo la fruizione dei musei o delle pubblicazioni solo parzialmente comprensibile e, quindi, noioso.
L'autore sostiene che gli archeologi che vogliono divulgare il proprio lavoro dovrebbero sforzarsi il più possibile di evitare termini specialistici, anche con lo scopo di non sembrare polverosi professoroni in cattedra (facendo un parallelo col "latinorum" di Renzo Tramaglino). Molti termini, poi, non hanno motivo di esistere neanche tra gli specialisti: perché si dice "fibula" per quelle che sono definibili più banalmente fibbie o spille; perché chiamare "fistula plumbea" un semplice tubo di piombo?
Ripeto, mi trovo perfettamente d'accordo. Ogni archeologo dovrebbe cercare di essere anche un buon divulgatore...
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15-January-2006
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AI senatus
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Data Registrazione: Dec 2005
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sono d'accordo con te ogni archeologo dovrebbe essere anche un buon divulgatore ed è anche per questo che stanno nascendo molti corsi di Museologia; per aiutare tra l'altro a sviluppare nei tapini una certa capacità di mediazione tra il dato archeologico e il visitatore.
Quanto invece al latinorum, beh certe volte forse si esagera, ma una terminologia scientifica e sopratutto uniforme è, per quanto riguarda lo studio di materiali od altro, necessaria ed indispensabile.
Definire un vaso "oinochoe" può sembrare spocchioso, ed infatti lo è in una didascalia di un museo, se non si spiega di cosa si tratti, ma diventa usuale e necessario se si sta presentando una ricerca scientifica per addetti ai lavori.
Ah, oinochoe è un vaso di metallo o di terracotta, con un solo manico, usata per mescere il vino 
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15-January-2006
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AI senatus
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Data Registrazione: Dec 2002
Luogo: Stuhlingen (Germania)
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Mi pare che Cristina abbia per certi versi davvero ragione, mentre d'altro canto è auspicabile che anche i non addetti ai lavori comprendano facilmente didascalie e spiegazioni, che oggi spesso avvengono con l'ausilio di mezzi audiovisivi, quelli a cui il grosso pubblico sempre più si abitua, e meno con le classiche didascalie e spiegazioni scritte.
Credo che una via da seguire sarebbe quella di affiancare le terminologie specifiche, che distinguono gli oggetti con una terminologia codificata e permettono confronti anche tra chi parla lingue diverse (un'oinochoe non è un'olpe, ad sempio e un'anfora panatenaica non è un'anfora da trasporto) a quelle usuali, che possono essere immediatamente comprese da chiunque.
Quella comunque di usare una lingua specifica, talora cifrata è una vecchia malattia degli "uomini di scienza" (magari anche delle "donne di scienza"), diffusa in Italia come all'estero. Dato che però usando lingue diverse dall'italiano la differenza tra il linguaggio colto e specifico e quello corrente è maggiore (prendo come esmpio la Germania in cui vivo da decenni) si tende a usare la denominazione nella lingua comune affiancandola a quelal dotta. In fondo anche quuella dotta è una linguia da conservare, per motivi diversi. Io personalmente preferisco ammirare e magari tenere in mano una fibula villanoviana, che già col nome mi comunica un'emozione particolare che una spilla a cui mentalmente asssocio qualcosda d'altro. Che parlando di fistule non si capisca un tubo, mentre si tratta proprio di quello, è evidente. Un tantino di buon senso non guasta mai. Uno dei problemi loegatio alla divulgazione è quello di trovare una via giusta tra la necessità di rendere comprensibile il passato e il rischio di una banalizzare facendo perdere il senso del particolare che spesso è legato al passato e a quanto del passato è giunto a nooi. Non dimentichiamo che molto di quanto ci è giuto era anche allora di valore particolare, in quanto legato ai riti sepolcrali e quindi carico di valore simbolico, religioso, sociale e via dicendo. Comunicare anche questo è importante.
Claudio
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dott. Claudio Giorgini
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16-January-2006
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Amministratore AI
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Data Registrazione: Dec 2002
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Concordo con Cristina e Claudio.
C'è la necessità di una mediazione tra le esigenze di una comunicazione immediata e comprensibile e la codificazione scientifica e specialistica (che è certamente più precisa e completa, nella sua apparente astrusità  ).
E' però necessario non lasciare troppo spazio alle semplificazioni di una comunicazione a 360° gradi, perchè, a mio avviso, è sempre dietro l'angolo il pericolo di banalizzare e mercificare la cultura.
E' giusto rendere più comprensibile un messaggio, un'analisi storico-artistica o una interpretazione, ma in definitiva la conoscenza non deriva da un pannello museale o da una didascalia, bensì dall'approfondimento e dall'analisi.
L'idea di cultura da supermarket, dove passando tra gli scaffali si prende un barattolo di storia romana, o un sacchetto formato famiglia di ceramica attica è un'insidia alle porte di un mondo che oggi è sempre più domanda(futile)-offerta(ben confezionata e di basso costo).
Le strategie di comunicazione e le riformulazioni del linguaggio (per adattarlo al "basso") sono ottime soluzioni, del resto anche un'offerta museale è ormai un prodotto da vendere, ma non lasciamo troppo spazio agli esperti del marketing.
Si può pensare, ad esempio, di semplificare quanto si vuole il linguaggio per spiegare la teoria della relatività, ma se non si approfondiscono nozioni di fisica teorica (non parlo di prendere una laurea, ma di mettersi di buona lena a leggere e studiare), non si arriverà mai ad una conoscenza di questa teoria.
Questo è un caso limite, ma in parte credo che possa valere anche per l'archeologia o l'arte e storia antica. Ottimo cercare di fare capire che cos'è una situla, ma - per me - non bisogna cancellare questo termine dalle didascalie o dai pannelli... mmm... forse è sufficiente un cartellino un pò più ampio e qualche riga di testo in più 
La terminologia scientifica per me non va soppressa, ma integrata e alleggerita (per me è sempre stata una sfida poi quella di andare a verificare il significato di un termine che non conoscevo, visto scritto su qualche cartellino... uno stimolo più che una lettura noiosa, ma io sono un caso a parte  ).
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17-January-2006
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AI senatus
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Data Registrazione: Oct 2005
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Per carità, non dicevo certo di cancellare con un colpo di spugna secoli di nomenclatura scientifica e non è nemmeno quello che sostiene Umberto Broccoli (che è un archeologo ma anche un buon divulgatore).
Volevo solo intendere che nella divulgazione, ma, ove possibile, anche nel linguaggio scientifico, si dovrebbe andare un po' più cauti nell'usare termini lontani dall'uso quotidiano.
Fermo restando che molti termini sono indicativi di un oggetto specifico e quindi non semplificabili (es. "Askos" o "torques"), ed altri di uso diffusissimo (appunto, per esempio, la "fibula"), per gli altri si dovrebbe usare solo un po' di buon senso.
Faccio solo un paio di esempi da dei libri presi a caso. Da notare che i libri citati (ma di esempi se ne possono fare a centinaia) non sono né a carattere prettamente scientifico-accademico né, specialmente il primo, prettamente divulgativi, ma si collocano a cavallo tra i due estremi.
In uno (Unione Internazionale delle Scienze Preistoriche e Protostoriche, "Guida archeologica n.2, Sardegna", ed. Abaco), in una didascalia della foto della Tomba di Giganti di Li Longhi si legge: "In fondo, la stele CENTINATA con gli ORTOSTATI delle'esedra". Al di là che "centinata", in un contesto divulgativo, potrebbe essere sostituito con un termine più di uso corrente, perché scrivere "ortostati" quando si può usare tranquillamente "pietre erette"?
Ancora, da "Archeologia" di Leone Fasani, nella didascalia della statua etrusca di un centauro: "Il centauro conserva ancora, nel volto e nella TETTONICA del corpo, caratteri di ascendenza DEDALICA". "Tettonica", per un geologo, ma anche per la gente comune, ha tutt'altra attinenza (se non si vuole andare a risalire all'etimologia del termine) mentre a me è sconosciuto il termine "dedalico".
Non so se gli esempi sopra citati siano termini comunemente usati tra gli archeologi, ma quando la comunicazione è intenzionalmente rivolta non ai soli addetti ai lavori, come i casi citati, trovo che l'uso di termini simili denoti solo una scarsa se non nulla attenzione alla comprensibilità.
Quando si fa divulgazione in modo specifico, poi, ad esempio in un museo, credo che si debbano usare il più possibile termini semplici;quando ciò non sia possibile, come nel caso di termini specifici o ampiamente diffusi, allaora trovo indipensabile aggiungere sempre la spiegazione del termine; ad esempio: "Fibula (spilla) villanoviana del IX sec. a.C." (notare che ho lasciato inesplicato il termine "villanoviana" solo perché immaginato in un contesto in cui fosse già spiegato altrove).
Fare divulgazione in modo corretto significa dire tutto (senza perdere, cioè quantità e qualità delle informazioni) nel modo più semplice e conciso possibile, cioè essere chiari ed esaustivi senza cadere nella banalizzazione. Ovviamente, non è cosa facile, ma in qualche caso sarebbe sufficiente solo un po' di attenzione in più.
Mettere una semplice parolina tra parentesi non dovrebbe essere un grosso sforzo...
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17-January-2006
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AI senatus
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Data Registrazione: Dec 2002
Luogo: Stuhlingen (Germania)
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D'accordo!
Claudio
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dott. Claudio Giorgini
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17-January-2006
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AI gens
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Data Registrazione: Oct 2005
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Semplificare si, banalizzare no! Altrimenti succede come ha detto Ivan si imporrà, come in altri campi, la scienza da supermarket.
Comunque una tiratina di orecchio al mondo accademico italiano va fatta.
Troppo spesso, in pubblicazioni di materiali archeologici simili od uguali, ma fatti da autori diversi, si ricorre ad un canone descrittivo non uniforme; per il disegno dei reperti la situazione risulta più chiara, ma migliorabile a mio parere. Poi mi spiegate perchè per gli impasti è stato scelto il Munsell? Esite un fenomeno in colorimetria che si chiama "metamerismo" che a mio parere rende relativo l'uso della tabella colorimetrica prima citata. Senza tenere conto dei difetti di vista, vedi daltonismo più o meno spiccato, che alcuni di noi hanno senza saperlo.
Ciao.
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17-January-2006
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AI senatus
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Data Registrazione: Dec 2005
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per tettonica siamo d'accordo si può tranquillamente sostituire con "forma" ma Dedalico è un concetto prettamente artistico, il termine va mantenuto e ovviamente spiegato, ma dipende sempre da dove e per chi si scrive.
Comunque su Dedalico suggerirei una visita a questo sito per svelar l'arcano:
http://www.biblos.cnr.it/csag/04_1_7_plasded.html
Per il Munsell, la scelta è nata dalla necessita di uniformare e rendere scientifica l'osservazione archeologica, anche se, essendo il Codice Munsell creato per geologi..beh...si fa fatica a volte ad usarlo per ceramiche, specialmente gli impasti, che cambiano colore che neanche un cavallo pezzato...
esistono comunque altri codici, uno ad esempio giapponese, che danno scale di valore per i colori, ma sono poco diffusi.
e poi vuoi mettere una bella sigla al posto di "colore giallo paglierino" che ricorda tanto le analisi delle urine..ovvia !!
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17-January-2006
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AI gens
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Data Registrazione: Oct 2005
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Il sistema Munsell di per se è un buono strumento, un poco datato, la sua nascita è dell'inizio del secolo scorso e la sua ultima revisione è del 1943. Il sistema è uno dei più completi, quello a cui ti riferisci tu credo che sia quella parte usata dai geologi per i colori dei terreni, ma ti assicuro che è più vasto. Doveva essere il sistema universale per definire i colori, ma il suo elevato costo ne ha limitato la diffusione. Oggi si è imposto il sistema NCS, Natural Color System. A parte la digressione tecnica il punto è un altro, mi è capitato di usare, su indicazione, il Munsell anche per le vernici nere ellenistiche e più tarde. Spesso lo stato di conservazione e le alterazioni superficiali complicano alquanto le cose, le vernici non di rado presentano riflessi, insomma un gran "casino", senza parlare poi degli impasti. La cosa che però mi fa supporre imperfetto l'uso del Munsell o di qualsivoglia tabella colorimetrica e l'effetto metamerico. Alcuni colori più di altri cambiano notevolmente a seconda della natura della sorgente luminosa, il metamerismo appunto, e teniamo anche conto del fatto che l'occhio umano presenta una buona risoluzione dei toni di colore solo nel campo del verde. Se si eccettuano i difetti come il daltonismo, l'uso di una tabella colorimetrica è pesantemente condizionata da fattori soggettivi e di analisi.
Per chi non avesse capito la mia formazione è prettamente scientifica...eheheh, come tale sono abituato che un risultato è valido quando è replicabile molte volte entro i margini di errore strumentale. Allora perchè non usare metodi oggettivi della scienza chimica per determinare i colori? Alle volte, non ancora troppo spesso, si effettuano le analisi mineralogiche delle ceramiche su strato sottile e l'analisi chimica per cercare di tracciare elementi caratteristici contenuti nei loro impasti. Aggiornamo anche questo aspetto della ricerca e catalogazione dei reperti ceramici!
Faccio un passo indietro, tornando al Munsell, quando e da chi ne è stato introdotto l'uso in campo archeologico?
Ciao.
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17-January-2006
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AI gens
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Data Registrazione: Oct 2005
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Una postilla.
Definendo il colore di un impasto con il Munsell, o altre tabelle, si va comunque incontro anche ad altri due problemi. Primo, non è detto che un impasto, se mal conservato, conservi lo stesso tono di colore che aveva al momento del confronto. Stesso discorso vale per qualsiasi tabella di colori, invecchiano, la luce le degrada irrimediabilmente dopo alcuni anni.
Ariciao.
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18-January-2006
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AI gens
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Data Registrazione: Dec 2002
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In tre anni passati a schedare ceramica attica ed etrusco-padana ho conosciuto le fatali approssimazioni del Munsell, ma ne ho apprezzato la praticità: sapeste quante volte mi sono scontrata con l'etruscologo di Pavia che si ostinava a dire che la ceramica attica ha un color camoscio vivo (dove vivo si riferiva al colore, non al camoscio...)!
Quanti di noi sanno il colore di un camoscio, escludendo il Bamby disneyano??
Quindi W il Munsell, in attesa di strumenti meigliori
Anna
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18-January-2006
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AI senatus
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Data Registrazione: Dec 2002
Luogo: Stuhlingen (Germania)
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Penso che il colore "camoscio vivo" si riferisca piuttosto al camoscio morto!, cioè alla pelle di camoscio, quella usata per pulire i vetri, ad esempio. Ed in questo caso direi che è piuttosto la ceramica corinzia ad aver un colore camoscio!
Ma tale definizione non mi pare più precisa del colore "can che scappa".
Claudio
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dott. Claudio Giorgini
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18-January-2006
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AI senatus
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Data Registrazione: Dec 2002
Luogo: Stuhlingen (Germania)
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A proposito, Bambi è un cucciolo di capriolo, non di camoscio!
Claudio
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dott. Claudio Giorgini
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18-January-2006
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AI gens
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Data Registrazione: Dec 2002
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e invece no: siamo asini tutti e due, Claudio.
BAMBY e' un CERBIATTO!!
e poi la pelle usata per i vetri, che io sappia, è la pelle di daino.
Come vedi abbiamo nominato tutti gli ungulati erbivori, tranne lo stambecco, e non mi pare che ci siamo intesi sul colore
ciao
Anna
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