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| Discussioni generiche su Archeologia-Lavoro Discussioni generiche sulle opportunità di lavoro offerte dall'archeologia e prospettive di imprenditorialità nel settore. |
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19-February-2007
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AI gens
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L’archeologia preventiva: una legge buona ma incompiuta
Salve, non sono un'archeologa ma seguo da un po' questo forum che mi sembra molto serio. Ho trovato questo articolo che forse vi interessa, anche se non so se questa è la sezione giusta per postarlo.
NAPOLI. L’archeologia preventiva: una legge buona ma incompiuta.
Articolo inserito il: 29/01/2007
Pier Giovanni Guzzo
Se il viaggiatore non è distratto, se la luce del sole piega a un angolo favorevole dal finestrino del convoglio ferroviario che sfreccia a 300 chilometri l’ora tra Napoli e Roma egli può scorgere qualche resto di antichi muri. Sepolti nell’erba della scarpata, protetti da tettoie: quanto diversi dalla maestà del Colosseo, del Pantheon. Quanto miseri nella loro smozzicata lacunosità rispetto alla serrata realtà di Pompei e di Ercolano. Quanto casuali rispetto all’aspettativa che inducono le brillanti promozioni degli «eventi» che si susseguono da una provincia all’altra del nostro Paese. Insomma, solamente un esperto è in grado di identificare, ma solo come antico, quanto è già svanito nel velocissimo andare. E lo stesso esperto rimane lì incerto se quanto ha visto (ha creduto di vedere?) è un resto etrusco, sannita, romano, bizantino o forse ottocentesco.
La lunga costruzione della tratta ferroviaria ad alta velocità tra Napoli e Roma è stata preceduta e affiancata da una capillare ricerca, conoscenza e protezione di quanto di archeologico era messo a rischio da quei ciclopici lavori. Le Soprintendenze archeologiche di Napoli e Caserta e del Lazio hanno messo in campo il frutto più maturo, conoscitivo e organizzativo, di un’esperienza secolare. Le ferrovie hanno sostenuto finanziariamente l’impresa: che, su modelli già in precedenza sperimentati in Francia e in Danimarca, rende onore alla cultura e ai suoi operatori.
Sia pure nella forma imposta dal tracciato, la conoscenza acquisita sulla frequentazione antica, dalla preistoria a tutta l’età romana ma anche al primo medioevo, necessiterà ancora di un lungo periodo di analisi critica per essere valutata nel suo completo spessore storico. Sempre che tale analisi si riesca a portare a compimento: in quanto il finanziamento ferroviario ha coperto le spese dei lavori, ma non il necessario, successivo studio di quanto è stato, di necessità, portato alla luce. Accendendo, così, un debito di conoscenza: se non sono interpretati, a cosa servono queste migliaia di reperti? Anche se con limitazioni del genere, l’esperienza dell’alta velocità ci fa misurare la distanza, culturalmente abissale, rispetto ai decenni precedenti.
Quando l’autostrada del Sole tagliava in due, come un melone maturo, l’anfiteatro romano di Aquino. Quando l’ampliamento delle raffinerie di Augusta assediava e logorava una delle più antiche colonie greche di Sicilia, Megara Hyblea. Quando la necessità di costruire un parcheggio sotterraneo ha portato alla quasi completa distruzione di una ricca villa imperiale sul Gianicolo. Per non ricordare come la costruzione dell’attuale via dei Fori Imperiali ha distrutto la Velia, la Meta Sudante e altri monumenti di Roma; o come quella dell’arsenale militare di Taranto ha distrutto più di un terzo dell’estensione dell'antica colonia spartana.
In un Paese come l’Italia, sul cui territorio si è, da sempre, avuta frequentazione umana, i resti di tali secolari attività sono così frequenti e diffusi come solamente in Grecia. Non a caso, in questi due Paesi si identificano storicamente i comprensori di nascita e di sviluppo di quella cultura occidentale nella quale ci vogliamo riconoscere ancora oggi. E che è stata anche all’origine delle classi colte, e quindi dominanti, negli Stati Uniti d’America appena divenuti indipendenti: come basterebbe a ricordarci lo stile riconoscibilmente neo-classico della Casa Bianca di Washington. Il debito di attenzione che dobbiamo a questa diffusa presenza della memoria materiale dei nostri progenitori ha motivato un quasi recente provvedimento di legge, intitolato all’«archeologia preventiva».
Nel caso di opere pubbliche, chi ha intenzione di intraprenderle dovrà redigere anche uno studio sulla eventuale natura archeologica delle zone che saranno interessate dall’attività di progetto. Un tale studio sarà esaminato dalla soprintendenza archeologica competente, che disporrà, se del caso, quelle operazioni di scavo che riterrà giustificate, a conto dell’imprenditore.
I risultati che conseguiranno saranno valutati in rapporto al progetto, così da eventualmente apportare quelle varianti che permetteranno la conservazione di quei reperti, riportati alla luce, ritenuti d’interesse.
L’impianto della legge appare coerente e opportuno, se non anche necessario: tralasciando piccoli, possibili miglioramenti. Ma siamo ancora in attesa del regolamento di applicazione: per il motivo che è divampata una accesa querelle a proposito dell’identificazione delle figure professionali e giuridiche titolate a compiere, prima, lo studio di previsione, a compiere, poi, gli eventuali scavi richiesti dalla Soprintendenza. Di nuovo la Francia ci offre ampia casistica analoga: in quanto quello Stato si è trovato nella necessità, di ordine sociale, di istituire un ente pubblico nel quale sono stati assorbiti, impiegandoli in ruolo, tutti gli archeologi che finallora avevano compiuto a contratto scavi a seguito di opere pubbliche.
Affidare completamente, come si è pensato di fare in Italia, l’applicazione operativa della nuova legge alle istituzioni universitarie non sembra possa mettere al riparo lo Stato dal dover affrontare, prima o poi, un problema sociale analogo a quello francese. In quanto le istituzioni universitarie, per assolvere un tale impegno, dovranno ricorrere all’opera dei propri studenti o giovani laureati. I quali, prima o poi, chiederanno, con educazione ma forti per il proprio numero, assicurazioni circa il proprio futuro lavorativo, economico, assicurativo, previdenziale. E come dar loro torto? Non è di certo questa la sede per proporre un’analisi sociale del lavoro archeologico e di quanti vi sono impegnati: specie in mancanza di un riconoscimento giuridico della professione, così da non essere sicuri neanche del campione da analizzare.
Una tale mancanza motiva le resistenze, sia delle istituzioni universitarie di indirizzo archeologico sia delle soprintendenze archeologiche, a vedere nelle numerose cooperative, che si dedicano a questo genere di attività di frequente su appalti delle stesse soprintendenze e con personale formatosi in quelle stesse istituzioni universitarie, le figure giuridiche che potrebbero assicurare quegli studi e quegli scavi che la nuova legge prescrive. Una volta di più sembra dimostrarsi che, nel generale campo dei beni culturali, non è questione di risorse finanziarie. Le quali sono, per carità, necessarie: talvolta assolutamente necessarie. Ma il poter disporre di risorse, come prevede la legge sull’«archeologia preventiva», non risolve la difficoltà della qualificazione, e della natura giuridica, delle figure professionali, che si possono rendere attive proprio grazie alla disponibilità finanziaria, e del loro inquadramento in un’equa politica sociale. In quanto è carente l’organizzazione complessiva del ministero per i Beni e le Attività Culturali (sempre più messo in condizione di stallo a causa del continuo depauperamento dei propri ruoli tecnici) sia delle università (i cui prodotti finiti, cioè i laureati, con sempre minor certezza sembrano rispondere alle necessità della società, per non dire del mercato) sia del Paese intero (combattuto tra l’atavica tentazione alle scorciatoie, fiscali e assicurative, e l’aspirazione a sentirsi moderno, competitivo e vincente). Non può quindi far meraviglia che per tutti questi motivi, e forse anche per una morbida resistenza di coloro che non agognano ritardi (e maggiori spese) nella realizzazione delle opere (in quanto è meglio farsi vedere a un «evento culturale» che preoccuparsi di un muretto antico con le ruspe a motore acceso che bruciano gasolio), le previsioni sull’«archeologia preventiva» rimangono ancora inapplicate. Oltre ad affrontare il difficile, e ostico, problema della conoscenza e della tutela delle antichità diffuse sul territorio del nostro Paese, sarebbe stata questa un’ottima occasione per affrontare anche quello, altrettanto difficile e ostico, dei giovani, e dei meno giovani, che precariamente vivono praticando attività di natura archeologica. Così che, ove si fossero risolte tali categorie di problemi, forse, di seguito ci si sarebbe rivolti ad affrontare quelli propri delle università: nelle quali si formano quegli stessi archeologi da campo che, nel bene e nel male, lavorano insieme alle Soprintendenze, e anche alle università, per conoscere, e così offrire elementi utili a tutelare, tombe e strutture, pavimenti e colonne. Tutti segni di una memoria che contribuisce a conformare la nostra individualità di Paese europeo e la nostra cultura.
Fonte: Il Mattino 29/01/2007
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19-February-2007
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AI gens
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Data Registrazione: Sep 2004
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Benvenuta Lelia.
Come mai ti interessi di una questione così strettamente tecnica, se non sei un'archeologa?
Personalmente sono molto più severo di Guzzo nel giudicare la Legge 109.
Una Legge molto mediocre, ispirata puramente a mettere insieme, mescolandoli e fraintendendoli, input estremamente tecnici provenienti dalle strutture dell'Amministrazione ed istanze lobbistiche di alcuni settori più o meno a contatto con i beni culturali, e non da ultimo i secolari desideri delle Università di sconfinare nel campo della Tutela Archeologica.
L'ennesimo grande pasticcio (iniziato con il Codice Melandri e con l'infelice Riforma del Ministero, sotto i governi D'Alema-Amato, per raggiungere l'apice durante l'ultimo governo di centrodestra con l'infelicissimo Codice Urbani e con le penose aggiustate quasi "ad personam" per favorire alcuni particolarissimi ambiti del commercio antiquario) causato dal malcostume di legiferare per il gusto di legiferare, con occhio molto più attento a soddisfare le istanze di chi ti tira per la giacchetta che non a progettare un futuro di progresso.
Di fondo alla Legge 109 c'era il problema delle vecchie ed assurde "Valutazioni dell'Impatto Archeologico" ridotte a banali pro-forma dal fatto che nessuno le firmasse (sic !) e che nessuno potesse rigettarle in caso di inadeguatezza.
Solo sul fatto tecnico la situazione sembra con la 109 leggermente migliorata, ma a ben vedere è solo una illusione. Basti pensare che è una norma che in un anno e mezzo non si è riusciti veramente ad applicare e che comunque è una norma senza sanzione.
Ultima Modifica di Mdd : 20-February-2007 16:19.
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19-February-2007
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AI gens
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Data Registrazione: Feb 2007
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[quote=Mdd;7309]Benvenuta Lelia.
Come mai ti interessi di una questione così strettamente tecnica, se non sei un'archeologa?[quote/]
Perchè ho seguito le vostre discussioni, e poi perchè, devo confessare, sto scrivendo un romanzo, un mistery culturale (un anti-codice da vinci, è tutto verificato e attendibile) in cui tra i protagonisti ci sono due giovani archeologi, per cui ho attinto a questo forum per informazioni al riguardo, spero che non vi arrabbierete. Un'altra protagonista è una specializzata in BBCC, attualmente dottoranda, che ho modellato, solo culturalmente, su una nipote che è in questa condizione.
Io sono abbastanza colta, specie per storia antica mesopotamica, linguistica - ho il CAD - e antropologia culturale, e mi sono sempre interessata di archeologia.
PS Lelia è un nome etrusco femminile
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19-February-2007
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AI gens
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Data Registrazione: Sep 2004
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Beh, ti rinnovo il benvenuto e mi auguro che vorrai intervenire di nuovo anche nelle altre discussioni.
Intanto grazie per aver condiviso l'interessante articolo.
Buon lavoro per il tuo romanzo.
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19-February-2007
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AI gens
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Data Registrazione: Feb 2007
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Quote:
Mdd
Beh, ti rinnovo il benvenuto e mi auguro che vorrai intervenire di nuovo anche nelle altre discussioni.
Intanto grazie per aver condiviso l'interessante articolo.
Buon lavoro per il tuo romanzo.
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Grazie Mdd,
io un percorso un po' strano. Mi sono laureata in Lettere Moderne a Milano Statale - sono milanese - frequentando... Medicina. Sono stata interna a Psicologia di Medicina e a Psichiatria (dove ho imparato tutto) e mi sono specializzata in Psicologia. Ho sempre lavorato, come psicologa, in équipe con medici, neurologi.
Poi mi sono trasferita a Catania e ho lavorato per anni presso la Clinica Pediatrica Universitaria... gratis, ma ho imparato moltissime cose, ho fatto amicizie e mi sono divertita. La quarta protagonista è una specializzanda in Pediatria.
Quando ho smesso, anche per ragioni di salute, mi sono messa a... ristudiare la storia da grande, sulla base della mia cultura, che era insieme umanistica e scientifica, mettendo insieme tanti punti di vista completamente diversi.
Di archeologia ho seguito qui un seminario del prof. Pettinato per specialisti archeologi, eravamo 8 archeologi più io, nove.
Ho sviluppato una grande passione per la linguistica, unita a una certa sensibilità per le lingue antiche. Ho approfondito moltissimo l'antropologia culturale, materia illuminante. Ma ho fatto tutto questo sull'imput della mia curiosità senza seguire noiosi percorsi standard. Ho scoperto moltissime cose e avevo scritto un saggio, mai finito, che risultava però un po' pesante da leggere.
Così a un certo punto ho incomiciato a trasferire parte di quei temi in un romanzo, "intrigante" perchè incomincia con un mistero da scoprire, scorrevole perchè i temi culturali sono raccontati da un personaggio agli amici in forma parlata e dialogata, più attraente dell'esposizione didascalica. C'è anche una pittura d'ambiente, un ambiente che conosco, e di una generazione, i miei protagonisti hanno dai 25 ai 30 anni, ma i giovani che hanno letto dei brani mi hanno detto che sono attendibilissimi, anche nel linguaggio. Sono un po' tanto colti, ma sono futuri professori universitari o cose del genere. Spezzo più di una lancia a favore dei giovani. C'è una bellissima storia d'amore, c'è amicizia e anche, sullo sfondo, la generazione dei genitori. C'è la descrizione fisica di luoghi che conosco e che vale la pena di fare conoscere. C'è la Sicilia che conosco io, diversissima dallo stereotipo.
Mi paicerebbe parlarvi di alcuni temi che ho trattato nel romanzo che sono molto interessanti, ma riguardano più la storia e la lingustica che l'archeologia vera e propria.
Comunque questo brano riguarda un sito (la formattazione se n'è andata...).
"“Filippo, allora ci spieghi ‘sto sito?”.
“Era il santuario confederale dei Siculi e poi ci hanno fatto una città. Lì sotto, dove adesso c’è la fabbrica dell’anidride carbonica c’era il laghetto di Naftia, formato dalle emanazioni di acque sulfuree proveniente da piccoli crateri. Diodoro Siculo li paragona ad una grande caldaia piena di acqua bollente che schizza fuori con violenza e si alza in alto con dei profondi boati e un forte odore di zolfo. I crateri, personificati nelle due divinità sicule dei Palici, erano oggetto di culto. Come racconta Diodoro ci si prestavano giuramenti ordalici. I giuramenti davanti al tempio seguivano dei riti particolari: in inverno, quando il lago era pieno d’acqua, chi si apprestava a giurare ci doveva lanciare una tavoletta su cui aveva scritto la sua verità. L'innocente vedeva galleggiare la tavoletta, il colpevole la vedeva affondare. Sembra che il modo di dire ‘la verità viene sempre a galla’ venga da questo rito. Quando il lago era asciutto invece chi giurava doveva toccare, restando in piedi e con gli occhi al cielo, uno dei crateri. Il colpevole rimaneva vittima delle esalazioni mentre l'innocente si salvava. E' ovvio che il giudizio divino era gestito dal sacerdote che stabiliva in precedenza la posizione per il giuramento o la consistenza della tavoletta. A volte chi giurava invece di morire rimaneva solamente accecato dalle esalazioni. Naturalmente c’era un oracolo e fungeva da tribunale supremo per le controversie. Diventò anche luogo d’asilo per gli schiavi.
Più sopra, gli scavi hanno messo in luce due edifici sacri: uno databile al VII sec. aC e l’altro, un elegante tempietto lungo 25 metri, della fine del V sec. aC, quello di cui vi farò vedere la ricostruzione. Da qui una scala intagliata nella roccia, vedete lassù? permette di raggiungere l'acropoli della città ospitata sulla Rocchicella, l'antica Palikè, fondata da Ducezio, il capo dei Siculi che si erano ribellati ai Greci. Palikè fu la capitale della nazione sicula. La città era in posizione strategica e dominava tutta la vallata dei Margi”.
“Margi?”.
“Sì, vuol dire paludi. La città era stata messa sotto la protezione delle antiche divinità sicule del santuario per darle una consacrazione ufficiale. Ducezio è un personaggio storico, era nato a Nea, cioè Noto, nel 488 aC, e diventò il simbolo dell’indipendenza sicula contro l’oppressione dei colonizzatori greci. Nel 459 riunì tutte le città dei Siculi in una lega, sacralizzata appunto dalla presenza degli dei Palici, per contrastare l’espansione dei greci. Quando però Ducezio morì nel 440 aC finì tutto. Siracusa ne approfittò per liquidare ogni forma d’indipendenza delle città sicule: molte le assoggettò, altre le rase al suolo, Palikè fu distrutta. Il culto dei Palici comunque rimase ancora vivo nei tempi successivi, tanto che quando nel II secolo aC ci furono in Sicilia le guerre servili contro Roma, i Palici diventarono i protettori degli schiavi. E’ probabile che poi il culto dei Palici sia stato abbandonato perché non c’è nessuna chiesa o santuario cristiano di sostituzione.
Adesso entriamo nell'edificio che vi faccio vedere la videocassetta, così si capisce meglio com’era il tempio e poi vi faccio vedere l’antiquarium che è veramente interessante, ci sono cose carine”.
“Che poi” disse Gae “Palagonia è Palike Nea, la città ricostruita dai greci”.
“E’ curioso che questo simbolo dell’indipendenza dei siciliani sia stato quasi dimenticato, molta gente non sa neppure che esista” osservò Dariella, ma Filippo ribattè “Dell’indipendenza dei siculi, perché nel frattempo i siciliani, qui, sono diventati più greci che siculi”. E Maila aggiunse “Nella Sicilia orientale la componente genetica greca è quella prevalente”. “Forse per questo i discendenti dei greci non mettono neanche le indicazioni stradali per Palikè!” ridacchiò Filippo."
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19-February-2007
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Nuovo Utente
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Data Registrazione: Jan 2005
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Giovane archeologa
Beh io sono uno dei tanti giovani archeologi ben poco tutelati che cercano di fare il loro lavoro onestamente....e assicuro che lottare ogni giorno contro ingegneri, geometri ed escavatoristi vari alla fine della settimana può diventare pesante... anche se ovviamente sono scelte che si fanno...forse non riuscirò a fare questo lavoro per tutta la vita...nonostante la passione che mi anima sia forte!
Credo che sia necessaria una regolamentazione soprattutto dei contratti di coloro che svolgono questo lavoro, sarebbe necessario un albo (so di essere in contro-tendenza) per assicurare a coloro che hanno studiato e si sono per lo meno laureati un po più di "rispetto" e condizioni contrattuali di un certo tipo.
Speriamo che si possa muovere qualcosa...
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19-February-2007
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AI gens
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Data Registrazione: Sep 2004
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Quote:
Lelia
Mi sono laureata in Lettere Moderne a Milano Statale - sono milanese - frequentando... Medicina. . .
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Magari ci conosciamo  . Primi due numeri della matricola?
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19-February-2007
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AI gens
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Data Registrazione: Feb 2007
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Quote:
Mdd
Magari ci conosciamo  . Primi due numeri della matricola?
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E come faccio a ricordarmelo??!! Mi sa che io sono più "grande" di te :smile:
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19-February-2007
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AI gens
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Data Registrazione: Sep 2004
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Quote:
Apina
. . .uno dei tanti giovani archeologi ben poco tutelati che cercano di fare il loro lavoro onestamente....e assicuro che lottare ogni giorno contro ingegneri, geometri ed escavatoristi vari alla fine della settimana può diventare pesante...
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Noi invece mi sa che ci conosciamo quasi sicuramente.
Ti dico un trucco: non stare tanto a lottare con ingegneri, geometri ed escavatoristi: fai in modo che siano loro a correre dietro a te :-\" .
Sulla questione dell'albo è noto che io sono contrarissimo a qualsiasi cosa che fosse "calata dall'alto" ed istituita per legge prima di una presa di coscienza generalizzata di una intera generazione di colleghi.
Intanto l'unica strada ragionevole secondo me è quella delle Associazioni che si organizzano esse stesse senza pretendere e anzi senza permettere proprio che qualcun altro fissi le regole alle quali debba attenersi l'Archeologo.
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19-February-2007
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AI gens
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Data Registrazione: Sep 2004
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Quote:
Lelia
E come faccio a ricordarmelo??!! Mi sa che io sono più "grande" di te :smile:
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Mah, ci sono cose che non si dimenticano. La mia nell'84 cominciava per 28****  .
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19-February-2007
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AI gens
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Data Registrazione: Feb 2007
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Quote:
Mdd
Mah, ci sono cose che non si dimenticano. La mia nell'84 cominciava per 28****  .
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E' scritta sul diploma di laurea, sono andata a guardarlo, ma la mia è... completamente differente, anche l'anno è diverso.
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19-February-2007
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AI gens
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Data Registrazione: Sep 2004
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Come non detto, mi sembrava che quello di Psicologia fuori Facoltà fosse stata una sperimentazione attuata solo in un numero molto limitato di anni accademici.
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19-February-2007
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AI gens
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Data Registrazione: Feb 2007
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Quote:
Mdd
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