Ciao: Vedi se ti può servire:
(etrusci, tusci).
I greci li chiamavano Tyrrenoi. Gli etruschi si chiamavano se stessi Rasenta. Occore però precisare che gli Etruschi non costituirono mai un vero e proprio stato unitario, bensì una confederazione di 12 città autonome, organizzate secondo il modello della città-polis greche e fenicie, federate in una lega, al contempo religiosa e politico. A questa lega appartennero le città di Arezzo, Volterra, Perugina, Chiusi, Populonia, Vetulonia, Orvieto, Roselle, Vulci, Tarquina, Cerveteri e Veio. Le città etrusche rette in un primo tempo a monarchia, in seguito subentrarono le repubbliche aristocratiche. I sovrani (detti lucumoni) concentravano nelle loro mani, per un anno, i poteri civili, militari e sacerdotali. Erano assistiti da un consiglio degli anziani, scelti tra i capi delle famiglie nobili, e da un'assemblea popolare. L'Etruria nel VI sec. a.C. aveva ormai una struttura sociale schiavistica.
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Velzna, l'antica Orvieto di origine etrusca, conobbe una rivolta di schiavi circa 270 anni prima della nascita di Cristo.
Schiavi, liberti (per buona parte greco-orientali) e plebei della città, cui ben presto si unirono quelli di origine etrusca, umbra, sabina e sannita, si opposero al nuovo modello economico che Roma, soprattutto dopo aver sconfitto gli etruschi, voleva imporre a tutta la penisola: grandi latifondi posseduti da poche famiglie di aristocratici, lavorati da migliaia di schiavi in condizioni miserevoli.
I rivoltosi prendono possesso delle terre coltivate, dei boschi e delle industrie del bronzo. Si attribuiscono cariche pubbliche, sostituendo tutti i funzionari in carica.
Il governo della città-stato emana nuove leggi: i latifondisti devono lasciare le terre in eredità ai liberti, le terre vanno redistribuite fra gli schiavi che le lavorano, vanno legalizzati i matrimoni tra persone di classe sociale diversa, va concessa maggiore libertà (anche sessuale) alle donne, vanno amnistiati i reati contro il pudore.
Nelle assemblee popolari tutti hanno uguali diritti: donne e uomini, poveri e benestanti, etruschi e stranieri.
Gli aristocratici rifiutano ovviamente la rivolta e inviano propri ambasciatori segreti a Roma per un incontro notturno col senato. Implorano l'intervento militare accampando falsi pretesti: i rivoltosi stuprano le donne nobili, impediscono di punire i colpevoli...
Nella primavera del 265 a.C. un grande esercito, guidato dal console Quinto Fabio Massimo, risale la valle del Tevere da Roma al corso del fiume Paglia, accingendosi a "liberare" Velzna dai rivoltosi.
Gli scontri sono durissimi: i romani riescono a distruggere l'armata di Velzna, ma il console Fabio ci rimette la vita.
I sopravvissuti si rinchiudono nella città, che viene assediata per molti mesi. Privata di viveri, di acqua, sconvolta dalle epidemie, dagli incendi, dalle distruzioni causate dalle macchine da guerra romane, la città di arrende nel 264 a.C.
Il nuovo console Marco Fulvio Flacco fa trucidare tutti i capi rivoluzionari, incendia le campagne, rade al suolo la città, trascina parte degli abitanti a Roma per venderli come schiavi o farli morire in carcere.
I superstiti vengono deportati nella Nuova Velzna (Volsinii Novi, l'antica Bolsena), fondata dai vincitori sulle rive del lago.
Duemila statue bronzee vengono rubate dai romani nel tempio principale della città distrutta.
Ciao: Stefano
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