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Linguaggio e Scrittura Forum su lingue antiche, linguaggio e tecniche di scrittura

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Vecchio 25-April-2007
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Il problema più grosso dei segni diacritici non è tanto programmarli, ma prevedere in qule modo interferiranno nel successivo uso del testo (per ricerche di stringa, indicizzazioni etc.)
Da questo punto di vista sarebbe necessario un approccio metodologicamente differente, che precisasse sin dall'inizio quale sia la finalità della nostra trascrizione.
La questione salta particolarmente agli occhi nel caso di più di due lettere in nesso (e magari in nesso caratteristico, che potrebbe essere tipico per esempio di una specifica indicazione nominale).

Personalmente poi non sono molto favorevole alla interpretazione che è stata qui proposta delle convenzioni K.P. (per vari aspetti, ma in particolare riguardo alla non univocità della proposta riguardo alla registrazione di lacune non integrabili e tuttavia di ampiezza valutabile e poi sul caso di dubbio in tale valutazione -cioè quando si inseriscono tutti quei punti interrogativi).
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Vecchio 25-April-2007
L'avatar di  Simone82
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Per freddy
Se lo ritieni opportuno, e se la cosa non interferisce con il tuo lavoro, negli esempi finali del corso possiamo tranquillamente parlare di questa epigrafe, che dalla descrizione appare alquanto particolare. Per i font invece, sarebbe interessante dare loro un'occhiata, perché effettivamente è materiale molto raro in rete e di difficile reperimento. Magari ad Ivan potrà far piacere ospitare in una apposita sezione un zip con questo font. Ricordo in ogni caso che quello usato dall'EDR è il font Cardo realizzato dal Dottor D.J. Perry della Rye High School di New York, anche questo gratuitamente prelevabile dal suo sito:
Fonts for Scholars

Per mdd
La storia dei segni diacritici è lunga e complessa. Molti sono gli autori e le scuole che nel tempo hanno cercato di mettere a punto un sistema che potesse venir poi accettato da tutti quanti. Il sistema Panciera-Krummrey è uno di questo, viene utilizzato in determinate pubblicazioni (almeno in quella dei Supplementa Italica), ma non mi risulta sia un sistema universale (dove con ciò intendo accettato ed utilizzato da chiunque e dovunque). Ha ricevuto critiche e apprezzamenti, è stato discusso, e in qualcosa è cambiato nell'articolo del 1991 che io ho utilizzato rispetto all'originaria pubblicazione del 1980.
Detto questo, hai perfettamente ragione nel dire che quando si trasporta un sistema "esatto" come quello informatico in un sistema umanistico, sorgono tantissimi problemi: l'umanista ragiona con la possibilità del forse, mentre per la macchina è tutto 1 o 0. Laddove noi abbiamo il grigio e tante altre sfumature, la macchina ha soltanto o bianco o nero. La creazione di interfacce grafiche che potessero soddisfare in qualche modo entrambi, va avanti da oltre 20 anni, e dubito che si sia arrivati ad un punto soddisfacente. Per i dati di scavo, vi era una missione con la quale mi ero messo in contatto che lavorava in Marocco, e che aveva messo a punto un sistema di registrazione informatica davvero interessante. Anche alla Sapienza la cattedra di Metodologia ha messo a punto un suo sistema di catalogazione.
Quindi è difficile parlare di una metodologia che possa coprire tutti i problemi che si possono sollevare: almeno io non la conosco, non interessandomi direttamente di questo aspetto. Anche perché, come dici giustamente, il tutto deve essere finalizzato a quello che si vuole fare del database. Nel sito dell'EDR si specifica chiaramente quanto segue:
le modalità di schedatura sono state messe a punto dall'EAGLE a Roma nel 1999 dalla Commissione "Épigraphie et Informatique" dell'Association Internationale d'Épigraphie Grecque et Latine (AIEGL). Il tutto può essere letto in questo documento:
Relazione Barcellona 2002

Ovviamente, si tratta di metodologie in costante aggiornamento. Ogni tot anni si stabiliscono delle linee guida da seguire, dei percorsi da portare avanti. Sempre on-line è comunque disponibile la maschera di Access utilizzata a tale scopo, e reperibile al seguente link:
http://www.edr-edr.it/Download/EDR(M...0o%202003).zip

Per chi volesse avere maggiori informazioni su cosa si può fare di questo progetto internazionale d'informatizzazione del materiale epigrafico, può fare riferimento a quanto si dice in questa pagina:
http://www.edr-edr.it/Guida_it.htm

Per quanto mi riguarda, io non ho alcuna finalità nella trascrizione del testo, se non quella di informare il lettore di come opera chi lavora nel settore. Purtroppo, come ripeto, non ho mai realizzato una scheda computerizzata, quindi posso soltanto far riferimento ad una pubblicazione di tipo cartaceo secondo i segni diacritici che io uso da diversi anni per le schede che in Università ci fanno realizzare per i vari seminari di epigrafia latina.
Detto questo, quando avrò un po' di tempo cercherò di prendere la sezione sui segni diacritici del Di Stefano Manzella, studioso che si è interessato di questo problema dell'informatizzazione a fini museali, per vedere come lui ha risolto la questione. Più di così non sono in grado di fare, e non posso far altro che lasciare a voi la parola per esprimere le vostre idee su tale argomento.

A più tardi per la lezione sui nomi.
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Vecchio 25-April-2007
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Cool Sesta lezione

Il nome: prima parte

Da secoli noi siamo abituati ad essere identificati tramite un nome ed un cognome, o al massimo attraverso un soprannome. Nel passato per altro, questi soprannomi sono poi confluiti nei cognomi dei discendenti.
La denominazione del cittadino romano era invece un po' diversa e passò attraverso i secoli lungo modificazioni dovute a trasformazioni sociali, etniche e all'aumentato numero dei portatori dei nomi stessi.
Tra il VII sec. a.C. e il V. sec. d.C. il nome romano passò dall'essere costituito da un solo elemento al doppio elemento, poi anche al terzo, che poteva essere anche multiplo, per poi pian piano tornare a contrarsi fino ad un solo elemento.

Praenomen
È l'elemento più antico dell'onomastica romana, e unico nome del cittadino, seguito generalmente dal patronimico, ovvero il nome del padre al genitivo. Tra i nomi più antichi e più noti abbiamo Numasios (quello della cosiddetta "Fibula Praenestina") e Agrippa. Tra quelli abbreviati e che erano anche i più comuni troviamo Aulus, Caius, Cneus, Decimus, Publius, Marcus, Titus e altri. Nel CIL I² p. 851 si può trovare un elenco dei nomi più rari e antichi.
Da Plut. Quaest. Rom. 11, 102, 288 C, sappiamo che questo prenome veniva dato al neonato dopo nove giorni dalla nascita, e poi imposto ufficialmente ai maschi al momento di assumere la toga virile (come dire, quando diventavano maggiorenni).
Per le donne invece l'uso del prenome fu raro e arcaico, sempre usato in congiunzione con il gentilizio. Se la donna era la padrona o la schiava di una donna, tale rapporto veniva indicato con il suo nome intero al genitivo, fosse esso gentilizio o cognome, oppure con C inversa.

Nomen
Il gentilizio (o nome) era deputato ad indicare la gens dalla quale proveniva il cittadino romano. Stava al secondo posto, e in principio fu un aggettivo in -ius derivato dal nome del padre. In seguito apparirono molte altre uscite e forme per i gentilizi romani, che furono molto presto accolte per indicare altre famiglie. Generalmente non si abbreviavano, ma i liberti imperiali e i loro discendenti tendevano ad abbreviarlo o addirittura ad ometterlo per ovvie ragioni di "nascondere" la propria origine inferiore. Agrippa, uno dei più grandi uomini di Roma antica, ombra perenne di Ottaviano Augusto, è l'esempio illustre di abbandono del gentilizio sostituito dal cognome.
Diverso era il caso dei liberti pubblici, che si formavano sul nome di colonie e di municipi.
Per quanto riguarda la donna invece il gentilizio poteva essere formato anche da uno solo o da due cognomi. Dal momento che la denominazione della liberta era uguale, è molto difficile distinguere la condizione di una donna se essa non è espressamente dichiarata. Di regola, la donna conservava il gentilizio paterno anche sposata, ma non mancano esempi di segno opposto.

Cognomen
Il terzo nome che diventerà distintivo del cittadino romano è il cognome. In quanto terzo elemento della denominazione, è di uso più recente rispetto agli altri due. Il Mommsen ritevena che in origine fosse esclusivo dei patrizi. Derivò da un soprannome individuale, relativo a peculiarità fisiche o del carattere, a località, luoghi di origine, a cariche o ad attività diverse. Divenuto ereditario, servì a distinguere la famiglia.
Col tempo, prima le famiglie plebee della nobilitas, poi i liberti e infine gli ingenui delle classi inferiori (fenomeno di imitazione?), assunsero cognomina. Per quanto riguarda la seconda categoria, il cognomen era il prenome del patrono, e seguiva il gentilizio, scalando così al terzo posto il nome. I cognomi delle famiglie di liberti non erano ereditari, ma venivano rinnovati senza limitazioni: già durante il primo sec. d.C. cominciò la tendenza a sostituire il prenome nella funzione di nome individuale.
Quando nel 46 a.C. con la Lex Iulia municipalis si stabilirono le operazioni di censimento, i tria nomina divennero obbligatori, ma non sembra dalle epigrafi (cioè nel privato) che tale pratica divenne presto comune.
Laddove nel II sec. a.C. si poté avere più di un cognome (generato da adozione con i tria nomina dell’adottante; da vittoria militare con il nome del paese o del popolo vinti; da nuovo soprannome) nel corso del II sec. d.C. iniziò il processo di abbandono del cognome, che si concluse nel III sec. d.C. Resisté solo nelle famiglie di antica nobilitas, naturalmente più tradizionaliste.

Supernomina: agnomen, signum
Mentre il cognome cominciava ad essere abbandonato, un altro elemento appariva nella denominazione del cittadino romano: il soprannome, nelle forme del signum e dell’agnomen. Nel primo caso, il signum è in genitivo e segue la formula signo, oppure più frequentemente si trova solitario al vocativo, o al dativo o anche al genitivo; nel secondo caso invece il soprannome segue il nome con una espressione come “Qui et (vocatur)” o “sive”, ed è caratteristico di iscrizioni funerarie, laddove il signum si può trovare anche in iscrizioni sacre ed onorarie.
In iscrizioni onorarie del III secolo o più tarde talora il signum è semplicemente un cognome.

Patronimico, tribù, origo
Due altri elementi venivano inseriti dopo il nome e prima del cognome. Il patronimico esprime la filiazione: è formato dal prenome abbreviato del padre al genitivo seguito da filius, anch’esso abbreviato in F o FIL; vi sono casi nei quali al prenome del padre si aggiunge quello del nonno seguito da N(epos), del bisnonno seguito da PRON(epos) e del trisavolo seguito da ABN(epos).
La presenza della tribù è particolarmente importante perché fa riconoscere l’individuo di cittadinanza romana. Nella stragrande maggioranza dei casi è elemento solitario in ablativo. Ricordo che nell’antica Roma le tribù erano 35. Il nome della tribù veniva espresso generalmente in forma abbreviata alle prime tre lettere, come ad esempio AEM(ilia), CLA(udia), PAL(atina) e così via seguitando, e seguiva il patronimico. Anche il nome della tribù tende a scomparire nel corso del III sec. d.C.
Un altro elemento del nome, che si può trovare dopo il cognome oppure tra il nome della tribù e il cognome, è quello dell’origo, ovvero dell’origine. Se ad essere indicata è la città natale, si presenta al caso locativo, da solo, aggettivato o in locuzioni più complesse. Se viene indicata la città di residenza, si fa seguire all’espressione domo il nome della città, in ablativo, al locativo, o aggettivato.


Qui si chiude la prima parte della lezione sul nome del cittadino romano. Nella seconda parte si vedranno le denominazioni proprie dei liberti e degli schiavi, quelle imperiali e relative titolature, e le varie carriere che il cittadino poteva seguire.
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Vecchio 26-April-2007
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Ciao Freddy
Lo inserisco ben volentieri nella sezione specifica del forum.
Scrivimi in privato per l'invio del documento.

ciao e grazie per la disponibilità
Ivan
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Arrestateci tutti! - Un appello contro il disegno di legge vergogna sulle intercettazioni e per la libertà d'informazione
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Vecchio 01-May-2007
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Cool Settima lezione

Il nome: seconda parte

Nella precedente lezione, abbiamo dato uno sguardo generale sul nome del cittadino romano e sulla sua evoluzione. Adesso ci concentreremo su alcuni aspetti maggiormente specifici, come il nome di schiavi e liberti, la titolatura imperiale e la carriera politica.
Denominazione propria dei liberti e degli schiavi
È stato detto in precedenza che i liberti prendevano il gentilizio del patrono, e che dal I sec. a.C. ricevettero anche il cognome.
Il gentilizio dei liberti già schiavi pubblici era generalmente Publicius o un aggettivo formato dal nome della città, mentre in luogo del patronimico, egli indicava la propria condizione con il prenome del patrono al genitivo + l(ibertus). Ma, come è facile dedurre e come è stato già detto, il liberto difficilmente era propenso a indicare la propria condizione. Esiste comunque un modo indiretto per provare ad aggirare questo "problema": l'origine non romana del cognome, la mancanza della tribù, il gentilizio imperiale.
Tra la bibliografia citata in precedenza, segnalo il Kajanto che si può utilizzare in casi come questo per stabilire se il cognome del personaggio della nostra epigrafe rientri in quella casistica di nomi che sappiamo per certo appartenere a schiavi e liberti, come quelli teoforici, derivati dal calendario, dal carattere, etc. etc.
Per quanto riguarda lo schiavo, generalmente indicato con il nome del padrone al genitivo e puer, si ha una casistica standard composta da il prenome del padrone al genitivo + s(ervus), non sempre riportato però; l'imperatore era designato ovviamente con Caesar od Augustus. Abbiamo inoltre esempi di schiavi con il doppio nome (perché appartenenti a due padroni diversi, del quale il primo dava luogo al secondo nome dello schiavo). Non era difficile inoltre trovare tra gli schiavi di uno stesso uomo persone con lo stesso nome, che venivano in questo caso distinte con forme del nome anche contratte, come nel caso di Marpor (cioè "Marci puer") et similia.
Per quanto riguarda la trasmissione del nome al figlio, le cose si complicano ulteriormente, perché non solo, come detto, il prenome prima decadde e poi scomparve, ma anche perché la sua trasmissione era legata al genere di rapporto, di matrimonio o di unione dei genitori, dalla loro condizione giuridica (schiavi, liberti, liberi, etc. etc.), da eventuali mutamenti sopravvenuti dopo la nascita. In generale il bambino illegittimo riceveva il gentilizio della madre.
Nomi e provenienza degli individui
Soprattutto a partire dall'Impero, Roma era il centro di attrazione per pellegrini e liberti: questi costituivano la principale massa della popolazione, e come è logico ci hanno lasciato il maggior numero di epigrafi in latino.
Gentilizio: può essere indicativo dell'origine di peregrino romanizzato (dal momento che i nomi che indicavano le origini etniche con il tempo assunsero il carattere di gentilizio), ma non lo è per il liberto.
Cognome: sul cognome è più difficile esprimersi, perché non tutti gli studiosi sono concordi nell'utilità dello stesso a riguardo della condizione e della provenienza del liberto. L'analisi della grandissima massa di iscrizioni, soprattutto in città portuali, sembrerebbe aver in qualche modo provato l'origine orientale di chi porta un cognome orientale (la cosa potrebbe far sorridere, ma non era ritenuta così scontata), anche se si è sottolineata l'adozione di cognomi religiosi di formazione greca da parte dei fedeli dei culti orientali.

Carriere
Come è facile pensare, il livello della carriera politica (detta cursus honorum) che un cittadino aveva raggiunto era ben rimarcata nelle sue epigrafi. La specificazione della funzione civile e religiosa segue per lo più il nome della persona che ne è investita. Nel tempo, questa specificazione del cursus passò pian piano a tutte le forme di iscrizioni, laddove agli inizi era sottoposta alle imagines maiorum. Nelle iscrizioni onorarie è raro e incompleto in età repubblicana, mentre in quella imperiale diventa più comune. È possibile in ogni caso (come nel caso di Giulio Cesare) che le dediche indirizzate a determinati personaggi avessero diversa frequenza di titoli.
Carriera curule
Stabilita probabilmente nel corso del II sec. a.C. e poi oggetto di una legge sillana, il certus ordo magistratuum, cioè l'ordine nella successione delle cariche, poteva essere percorso ricoprendo solo le magistrature dell'ordo magistratuum o anche altre cariche riservate a personaggi senatorii nelle varie fasi della carriera. I sacerdozi sono talora introdotti in ordine cronologico tra le cariche, talora menzionati al principio o alla fine. Bisogna sottolineare che non v'è alcuno standard nella specificazione della propria carriera.
La carriera equestre era riservata ai cavalieri, che potevano adire all'uno o all'altro degli uffici procuratorii per giungere più tardi alle più alte prefetture.
Ovviamente, esistono varie onoreficenze per i vari gradi raggiunti: così abbiamo v(ir) c(larissimus) per gli appartenenti alla classe senatoria, v(ir) e(gregius) per gli appartenenti alla classe equestre in generale, v(ir) p(erfectissimus) per i prefetti e i capi delle cancellerie imperiali e altri uffici, v(ir) e(minentissimus) per il prefetto del pretorio.
Un breve approfondimento alle magistrature nel periodo repubblicano potete leggerlo a queste pagine (però non ho i mezzi per controllarne la validità):
Ricerca sulle magistrature del periodo repubblicano
Magistratura (storia romana) - Wikipedia
Carriere municipali e nelle colonie
In età repubblicana, i magistrati delle colonie latine ebbero gli stessi nomi dei magistrati di Roma. Nelle colonie romane, l'ordo magistratuum era più breve e poteva anche ridursi ai due soli praetores o duoviri.
I quattuorviri amministravano i municipi, che prima della guerra sociale ebbero costituzioni diverse. Questo collegio, soprattutto nelle colonie a partire dall'età imperiale, potrà essere distinto in due duoviri e in due edili.
Funzioni ufficiali avevano gli Augustales, prevalentemente liberti nei municipi e nelle colonie.
Carriere inferiori
Ai cittadini di rango inferiore a quello equestre erano aperti uffici e funzioni nella pubblica amministrazione, nell'esercito e nella flotta.
Carriere dei collegi
Simile alla carriera municipale era quella dei dignitari dei collegi professionali incaricati di governare la massa degli affiliati, sotto la presidenza di un magister.

Nomi e titolature imperiali
Se già ridurre a relativamente poche righe il tema del nome del cittadino romano è impresa ardua che rende la trattazione fortemente deficitaria, ancora di più lo è farlo riferendosi al tema del nome e della titolatura imperiale, tema che da solo occuperebbe una grossa monografia. Questo perché l'imperatore non aveva un unico titolo ufficiale, ma veniva designato secondo un sistema di nomi e di titoli, che potevano variare secondo la natura dell'iscrizione, ufficiale o privata, e la località.
Ad esempio: IMP(erator) + Caesar in funzione di gentilizio è il prenome per Augusto, non per Tiberio (con eccezioni), Caligola e Claudio, spesso per Nerone, normalmente da Vespasiano in avanti.
Il titolo Augustus funge da cognome, e si trova all'ultimo posto. Ma: Traiano, Adriano, Antonino, Marco Aurelio usarono come cognome il proprio nome e quello del predecessore.
Il patronimico, espresso con il nome del padre al genitivo, precede i cognomi. Una particolare classe di cognomi, i cosiddetti cognomina ex virtute, in quanto attribuiti in ricordo di campagne vittoriose dell'imperatore o dei suoi generali, sono dei validissimi termini "post quem" per la datazione dell'epigrafe.
Dopo l'elenco dei nomi viene il titolo di pontefice massimo (per usare una similitudine, un po' come il Papa nella Chiesa Cattolica), seguito dall'indicazione degli anni della tribunicia potestas e il numero (veniva rinnovata ogni anno). Subito dopo, si incontra molto spesso una seconda volta il termine imperator, quasi sempre (almeno sino a Caracalla) seguito da un numero.
Segue quindi l'indicazione dei consolati rivestiti dall'imperatore. Anche elementi quali l'acclamazione imperatoria e consolare possono essere utilizzati come termine "post quem" e contribuire ad un maggiore inquadramento cronologico dell'epigrafe.
Il proconsolato appare su iscrizioni di Traiano e successivamente, per lo più all'ultimo posto.
Con Adriano comincia ad apparire su le iscrizioni e su le monete il titolo di dominus, che nei testi letterari è già attestato per Domiziano.
Alcuni dei titoli imperiali inoltre appaiono talora al grado superlativo, o accompagnati da aggettivi come perpetuus, aeternus, perennis o dall'avverbio semper o dalla specificazione totius orbis, omnium.


Come messo in luce da questa rapidissima carrellata sul nome del cittadino romano, la complessità della questione è molto elevata. I repertori, soprattutto per le titolature imperiali, sono assolutamente indispensabili per portare a termine una ricerca epigrafica nel miglior modo possibile, e soprattutto per cominciare ad inquadrare il proprio pezzo dal punto di vista cronologico, soprattutto se non si hanno solide basi di paleografia latina (che in ogni caso non è infrequente che possano anche fuorviare da quella che è la corretta datazione dell'epigrafe stessa).
Il tema "Datazione e possibilità di datare" sarà quello trattato nel nostro prossimo incontro, con il quale ci avvieremo alla conclusione di questa parte dedicata alle generalità della lettura delle epigrafi.


p.s.: mi scuso per la lentezza con la quale procedono le lezioni, ma in questo periodo, tra esami, impegni di varia natura, tesi, etc. etc., il tempo dedicabile ai miei hobby è veramente ridotto al minimo indispensabile.
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Vecchio 11-May-2007
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Non preoccupatevi, non ho abbandonato la mia idea, è che in questo periodo sono sotto esame, quindi il tempo libero già poco è svanito. Tornerò molto presto con le altre lezioni, non disperatevi...
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  #37 (permalink)  
Vecchio 22-May-2007
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Simone scusa la curiosità, ma per caso frequenti scienze umanistiche alla Sapienza e hai seguito il corso di epigrafia latina della Orlandi?
(io dovrei dare quest'esame con lei durante questa sessione)
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Vecchio 27-May-2007
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Cool Ottava lezione

Datare e possibilità di datare

Lo studio dell'epigrafia ha contribuito certamente moltissimo alla conoscenza della civiltà romana antica, ma molte di queste conoscenze sarebbero al limite inutili se non potessi contestualizzarle a livello cronologico.
La datazione di una epigrafe, oltre che a livello paleografico (disciplina a sé stante), può essere ottenuta tramite criteri ben precisi (che sono "interni" oppure "esterni"), oppure tramite la specifica della data che si trova sull'epigrafe stessa.
Queste date possono essere di vario genere:
  • datazione consolare dell'anno: si trova, oltre che negli atti pubblici, anche in iscrizioni di altre classi. Tuttavia la massima parte ne è priva. Per aiutarci nella datazione consolare possiamo usare i Fasti consolari del Degrassi oppure quelli delle Inscriptiones Italiae. Continuò ad essere utilizzata anche nel periodo imperiale, ma nelle iscrizioni che nominano l'imperatore la datazione è offerta dalla titolatura dell'imperatore stesso. La datazione consolare è invece frequente negli epitaffi cristiani;
  • in alcuni documenti, generalmente di carattere sacrale o giuridico, si può trovare la datazione completa del giorno e del mese. La specifica di questa data si trova nelle iscrizioni funerarie, nel riferimento al giorno della deposizione del corpo. Nelle iscrizioni cristiane si arriverà a specificare anche il giorno (e l'ora per i neonati);
  • nelle iscrizioni dedicatorie, di carattere sacro, si può trovare il giorno della dedicatio e anche della lustratio;
  • fuori Roma, si tende ad esprimere l'anno per mezzo della magistratura eponima locale o con quello della fondazione della colonia.

Quali sono invece i criteri di datazione interni nelle epigrafi?
Oltre a quello appena illustrato della specifica della data, non ne abbiamo molti altri, perché come detto soltanto una minima parte del grande numero delle iscrizioni esistenti sono datate.
  • ortografia, lingua: le iscrizioni sono importanti per le testimonianze dell'ortografia e della lingua latina, anche se bisogna fare attenzione agli arcaismi che in alcuni casi possono essere voluti;
  • stile, formule: nel tempo si sono tentate seriazioni cronologiche sulla base dello stile e delle formule. Si assume come regola generale che la prolissità sia un carattere tardo. Nelle formule sepolcrali e il modo della loro abbreviazione, sono normalmente presi come criteri, almeno locali, di orientamento cronologico. Ma per questi bisogna seguire le pubblicazioni relative ai luoghi in esame;
  • Nomi, titoli: nelle lezioni precedenti abbiamo seguito l'evoluzione del nome del cittadino romano, che può essere utilizzata per stabilire con buona approssimazione la cronologia dell'epigrafe;
  • Nomi, fatti, riferimenti noti: anche se apparentemente ovvi, non sono invece sempre valide le datazioni basate su fatti o nomi databili dell'iscrizione. Bisogna in particolare distinguere le iscrizioni di personaggi importanti, che possono essere commemorative, da quelle della gente comune, tendenzialmente più sicure. Nel primo caso, si possono ottenere due tipi di datazioni: quella della iscrizione in sé, e quella del personaggio ricordato. In Grecia, per altro, dopo la conquista romana e soprattutto durante la prima età imperiale, molte delle leggi antiche stabilite nelle varie comunità, tendevano ad essere ricopiate affinché fossero confermate dall'imperatore stesso.

Quali sono invece i criteri di datazione esterni per le epigrafi?
  • Materiale usato: si conosce la cronologia dell'impiego di determinati materiali in alcune regioni: ad es., nel Lazio e soprattutto a Roma il famoso marmo lunense (quello di Carrara), comincerà ad essere usato dopo Cesare;
  • Luogo del rinvenimento, livello stratigrafico, agglomerazione o vicinanza con materiale databile: ovviamente, soprattutto oggi, il primo livello approssimativo di datazione viene offerto dallo scavo archeologico. Naturalmente può essere applicato al solo materiale di scavo, o comunque quando si tratti di monumenti rimasti in luogo;
  • Caratteri architettonici del pezzo iscritto, sua decorazione: quando di una epigrafe non si hanno a disposizione dati di scavo, è possibile offrire un primo inquadramento cronologico per mezzo della forma, dello stile della decorazione o di eventuali rappresentazioni figurate o dei ritratti. In quest'ultimo caso, l'epoca è indicata dal tipo dell'abbigliamento e in particolare dell'acconciatura.
  • Scrittura e caratteri paleografici: come detto in precedenza, la paleografia può aiutarci molto nell'inquadrare cronologicamente una epigrafe. È difficile tuttavia, per il periodo I a.C. - II d.C., trovare dei criteri paleografici costanti che servano da criterio. Si conosce un solo lapicida che ha legato il proprio nome a un proprio stile ben riconoscibile, ed è Furio Dionisio Filocalo, vissuto nel IV secolo d.C. e lapicida "ufficiale" di papa Damaso. Alcuni tipi di seriazioni cronologiche sono state inoltre tentate: il Gordon ha cercato l'evoluzione dei segni (modulo, chiaro-scuro delle lettere, apici, etc. etc.), ma questi sono valevoli per la zona nella quale le epigrafi sono state studiate e non sono neanche decisive in sé. La Susini ha indagato i caratteri grafico-compositivi dell'epigrafe, ma ciò è generalmente valido per materiale provinciale o comunque periferico.

In attesa che il progresso degli studi tanto storico-filologici quanto scientifici riescano ad affinare quanto sopra o a scoprire nuove tecniche di datazione, questo è quanto per ciò che riguarda un inquadramento del problema della datazione delle epigrafi. È necessario ricordare che allo stato attuale, quando non si trovi la specifica della data nell'iscrizione, il massimo che si riesce a raggiungere è un inquadramento al quarto di secolo, mentre la maggior parte delle iscrizioni sono databili a livello di secolo o più.


Conclusa adesso la parte riguardante la lettura delle epigrafi, nei prossimi incontri entreremo nel vivo dell'epigrafia stessa andando a conoscere quelle che sono le varie tipologie di iscrizioni latine.

p.s.: Si Lasi... Cmq quest'anno il corso di epigrafia latina è unificato con quello di Gregori: io tecnicamente ho fatto il seminario con il prof. L'esame comunque è abbastanza facile, poiché si svolge sulle schede di seminario che abbiamo fatto quest'anno.
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  #39 (permalink)  
Vecchio 13-February-2008
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ciao Simone,
non sò se è questo il posto adatto ma... volevo veramente ringraziarti!!
Ho dato epigrafia latina oggi pomeriggio e direi che le tue lezioni sono state veramente la svolta!!! Chiare, complete, "compresse": ottime per chiarirsi le idee e per il ripasso.
Ho sfruttato sopratutto la parte sui segni diacritici (6 un santo: hai tradotto le spiegazioni!!!) )
E ti dirò che ho anche imparato, perchè delle schede a lezione non avevamo mica parlato!!
Smakkkete!!!!! & tank's
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  #40 (permalink)  
Vecchio 05-March-2008
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conoscete un buon testo base per lo studio dell'epigrafia latina? vi ringrazio tantissimo
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  #41 (permalink)  
Vecchio 05-March-2008
L'avatar di  leda
AI senatus
 
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Per testo base intendi un testo non specialistico? Perché per me vale sempre la pena di prendere quello della Ida Calabi Limentani, cioè il testo più usato all'università. Se però lo hai già visto e ritieni sia troppo complesso come inizio allora ti consiglio:

A. Donati, "Epigrafia latina. La comunicazione nell'antichità", Bologna 2002.

Anche questo usato all'università, ma secondo me migliore per chi vuole una prima conoscenza.
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  #42 (permalink)  
Vecchio 05-March-2008