 |
 |
 |
 |
| Professione archeologo Sezione dedicata a chi lavora in archeologia o desidera avviare una propria attività nel settore. Consigli, trucchi del mestiere e condivisione di esperienze. |
 |
|

05-July-2007
|
|
AI gens
|
|
Data Registrazione: Sep 2004
|
|
. . . E poi gli appalti a costo orario, mannaggia!
Come si può pensare di continuare ad appaltare lavori da centinaia di migliaia di euro ciascuno semplicemente a costo orario e pensare che la gara di appalto si possa fare al massimo ribasso?
Se l'unica voce in gara è un costo orario, è evidente che il massimo ribasso avverrà semplicemente ribassando la retribuzione del lavoratore e non migliorando l'organizzazione del lavoro.
Balle che l'archeologia non si possa progettare e non si possa prevedere in anticipo quali lavorazioni saranno necessarie e quali difficoltà comporteranno.
Ci devono essere Archeologi che progettano (e che studiano e che poi magari pubblicano) ed Archeologi che realizzano lo scavo.
Come in edilizia ci sono Architetti ed Ingegneri che progettano e che collaudano (ma NON costruiscono) e tecnici di uguale titolo dentro le Imprese che costruiscono (ma NON progettano e non collaudano).
|

04-September-2007
|
|
Nuovo Utente
|
|
Data Registrazione: Sep 2007
|
|
Sono perfettamene d'accordo con tutto quello che si è detto in questa conversazione. Ma mi rendo conto che la realtà è diversa. Nel senso che ci sono ditte che pagano una miseria, non pagano i contributi ecc. ecc. In questo caso, un professionista che deve fare per vivere se non c'è altro? lavorare in una pizzeria come cameriere o fare lezioni private per evitare di scendere a compreomessi?
|

04-September-2007
|
|
AI gens
|
|
Data Registrazione: Sep 2004
|
|
Con le tariffe si può scendere a compromessi -qualche volta, non sempre- ma con i principii non si deve scendere a compromessi mai.
Un Professionista, se è veramente tale, può puntare i piedi per influire su come vengono redatti i contratti di appalto. Può persino forzare la mano laddove gli incarichi da parte dei committenti configurino bassamente delle mediazioni di manodopera, può rifiutarsi di fare cose eticamente riprovevoli. Può e anzi deve denunciare maestranze irregolari o inadeguate. Perderà l'incarico, ma si sarà costruito una rispettabilità per sè e per la categoria.
Certo, e purtroppo queste cose capitano dappertutto, se è il primo a ribassare illimitatamente pur di togliere un lavoro ad un Collega, ad accettare pagamenti irregolari o privilegi pseudoscientifici al posto di pagamenti, o contabilità redatte in maniera strana, se si presta a chiudere un occhio o a ingigantire la difficoltà e i tempi del suo lavoro secondo convenienza, e se quando invece fa comodo si trincea dietro una pura condizione di "esecutore" di direttive altrui senza assumersi le proprie responsabilità nella gestione dei tempi e delle problematiche tecniche del cantiere, beh allora . . .
Ci sono Archeologi serissimi in giro, altri meno raccomandabili. Ma al momento manca del tutto la percezione condivisa di una "etica professionale". Del preoccuparsi delle ricadute di ogni propria azione e di ogni proprio atteggiamento sia sulla credibilità individuale sia sul prestigio di tutti i Colleghi. E questa sensibilità dovrebbe nascere prima del riconoscimento formale della professione.
|

04-September-2007
|
|
Nuovo Utente
|
|
Data Registrazione: Sep 2007
|
|
é tutto giusto quello che dici,ma in alcune realtà questo è pura teoria...ed è questa la cosa drammatica, perchè i principi ci sono, ma sono troppi quelli che li calpestano e lottare significa decidere ad un certo punto di cambiare lavoro per sopravvivere...
|

04-September-2007
|
|
AI gens
|
|
Data Registrazione: Sep 2004
|
|
Ti sbagli. Dappertutto sono teoria, non credere.
Facile fare gli onesti in mezzo agli onesti.
Se vuoi che il mondo sia migliore, comincia tu.
Io gli incarichi del Ministero computati puramente in mano d'opera a costo orario, privi di una determinazione dell'oggetto dell'incarico, li rifiuto. Li rifiuto motivando per iscritto. C'è sempre qualche bastardo che li prende a posto mio e poi li subappalta a strozzo a degli sprovveduti al primo impiego? Io intanto li rifiuto.
E nel piccolo mondo dell'Archeologia certe cose si sanno e certe rispettabilità cominciano a contare.
Questo ragionamento naturalmente vale se ti poni come Professionista o come Imprenditore. Invece il semplice Lavoratore, che ambisce puramente a guadagnarsi onestamente da vivere senza pretesa di un titolo o di un riconoscimento della figura professionale ha incondizionatamente tutta la mia solidarietà.
Ultima Modifica di Mdd : 04-September-2007 18:48.
|

04-September-2007
|
|
Nuovo Utente
|
|
Data Registrazione: Sep 2007
|
|
ti ripeto che sono pienamente d'accordo con te, infatti mi trovo spesso senza lavoro...ti assicuro che nel napoletano è quasi impossibile lavorare direttamente con la Soprintendenza, le ditte hanno tutte una tariffa fissa da fame...e sembra che tutto quello che hai intorno ti dica "prendere o lasciare"...è giusto tutto quello che dici ed esprimi anche il mio pensiero, per una vera e propria svolta però dovremmo essere in maggioranza ad agire così, è sempre il solito discorso...se non hai esperienza nessuno ti fa lavorare, se vuoi fare esperienza per lavorare, devi accontentarti di quello che ti offrono...zero o quasi!!! è con rammarico che parlo di tutto questo...e ti assicuro che stai leggendo le parole di una persona che ha lottato come una tigre per raggiungere il proprio obbietivo e che ora si guarda intorno e vede solo terra bruciata...
|

05-September-2007
|
|
AI gens
|
|
Data Registrazione: Sep 2004
|
|
Beh, comunque -uscendo dai riferimenti personali- ad un bel momento bisogna che ciascun Archeologo sappia decidersi: un conto è fare i Professionisti, un altro è accettare di lavorare a costo orario per una Impresa.
Mi sembra un nodo indispensabile da sciogliere.
Invece non è raro sentire recriminazioni di Lavoratori nel settore dell'Archeologia, che per un verso si atteggiano a professionisti e chiedono un riconoscimento della figura professionale, ma allo stesso tempo rivendicano un trattamento da lavoratori dipendenti (come equità retributive o stabilità dei rapporti di lavoro, caratteristiche estranee ad una attività di tipo professionale). E magari se si aprisse la possibilità di um impiego pubblico non avrebbero nessuno scrupolo a mollare tutto ed andare lì.
Secondo me ognuno di noi ha dei doveri, non dei diritti, se vuole che esista una "categoria"
Mentre capisco molto bene la caccia al vile denaro, quindi il desiderio di migliorare la propria posizione all'interno del proprio ambito lavorativo, non capisco come si possa accettare che essa venga perseguita mediante delle deviazioni di curriculum fra chi si è dato una figura lavorativa diversa, posto che l'appaltatore/professionista, il dipendente privato e il funzionario pubblico dovrebbero essere esperienze (e formazioni) nitidamente separate.
Chi è normalmente disponibile a lavorare a contratto con una Coop, perché mai dovrebbe avere l'affidamento di un cantiere da parte di una Soprintendenza?
E chi ha posizioni commerciali aperte, perché dovrebbe presentarsi ai concorsi nel Ministero?
Ogni volta che qualcuno di noi "cambia idea" disperde inutilmente un patrimonio di esperienza che egli non può considerare un proprio patrimonio personale, perché alla Collettività è costato -e parecchio anche- in termini di formazione, in termini di errori per inesperienza, in termini di ridotta contribuzione.
|

05-September-2007
|
 |
AI senatus
|
|
Data Registrazione: May 2005
|
|
Ogni tanto però "cambiare idea" è una scelta obbligata per sopravvivere. E credo uno se ne sbatta (nonostante muoia dentro) se disperde anni di formazione costati, tutto sommato, anche alla collettività, se poi in quella stessa società in cui la collettività risiede, non ha i soldi neanche per mangiare una volta al giorno.
|

05-September-2007
|
|
AI gens
|
|
Data Registrazione: Sep 2004
|
|
Sì Karl, naturalmente io non sto invocando una moderna servitù della gleba.
Voglio invece stigmatizzare il comportamento di molti colleghi (parlo di persone che conosco quotidianamente nel corso della mia attività lavorativa, non mi riferisco a nessuno del Forum) per esempio quello di coloro che senza un minimo di coscienza professionale fanno il balletto di mese in mese tra il lavorare un po' per una Cooperativa, salvo il mese dopo parlar male di tutto il sistema cooperativo, poi inseguire l'assegnazione di un cantire direttamente da un Soprintendenza (magari ingegnandosi di sfruttare la manodopera semigratuita di qualchedunaltro), poi tornare a lavorare "sotto padrone" poche settimane dopo, poi lavorare anche gratis per l'Università in una commessa privata su cui l'Università ci guadagna, e di nuovo contendere a prezzi straccioni un incarico purchesia da qualche Ente Locale perché in fondo quello che vogliono veramente non è fare questo lavoro stabilmente ma pubblicare un qualche straccio di ritrovamento per far punteggio per qualche concorso pubblico.
Questo atteggiamento avvelena il "mercato", crea caos nella professione, diffonde l'idea dell'Archeologo straccione e dell'Archeologia come fumosa improvvisazione e in definitiva non giova a nessuno, nemmeno a chi sconsideratamente si muove in questo modo.
Decidersi cosa si vuole essere, cribbio, e a quel punto impegnarsi alla morte per farlo guadagnandoci!
Ultima Modifica di Mdd : 05-September-2007 17:35.
|

05-September-2007
|
|
Utente attivo
|
|
Data Registrazione: Aug 2007
|
|
Sono d'accordo con l'amica archeoml (amica per davvero, frequentiamo insieme la scuola di specializzazione). Dobbiamo tenere duro e non piegarci a certa gentaglia che vuole solo sfruttare la situazione di incertezza dell'archeologia italiana, parlo nella fattispecie di Napoli, dove anche archeologi bravi sono ridotti a lavorare poco e male.
Baci archeoml (non dico il tuo nome per privacy).
|

05-September-2007
|
 |
AI senatus
|
|
Data Registrazione: May 2005
|
|
Sì io credo di capire il tuo discorso Mdd, e non mi trova neanche in disaccordo. Anche perchè, probabilmente (e sottolineo probabilmente perchè non sono dentro l'ambiente, semmai puoi confermarmelo tu che lo conosci), scegliere cosa si vuole fare arrivati al punto che tu indichi (e quindi al punto in cui evidentemente puoi avere anche la possibilità effettiva di poter scegliere, magari sempre entro certi limiti e rischi), potrebbe lasciare certi spazi ad altri, che magari seriamente vorrebbero tentare di occuparli. Solo mi pare che arrivare a quel punto sarebbe già un miraggio per molti neolaureati o neoqualsiasi cosa...
|

05-September-2007
|
|
AI gens
|
|
Data Registrazione: Sep 2004
|
|
Probabilmente bisognerebbe che nel mondo archeologico italiano non si formassero aggregazioni che pretendono come una grazia dall'alto il riconoscimento della professione, ma piuttosto oranizzazioni imprenditoriali (ed eventualmente professionali) ed organizzazioni sindacali che si confrontassero apertamente tra loro e che -ben distinte le une dalle altre- facessero tra le tante cose anche servizio di orientamento al mondo del lavoro a vantaggio dei giovanissimi.
|

05-September-2007
|
|
Nuovo Utente
|
|
Data Registrazione: Sep 2007
|
|
Credo che le mie intenzioni siano state fraintese...il mio discorso non voleva essere un incitamento lavorare a condizioni assurde, ma solo un modo per mettere in evidenza una realtà, forse locale, che spesso si dimentica...
grazie Greco 78 per l'appoggio
|

06-September-2007
|
|
AI gens
|
|
Data Registrazione: Sep 2004
|
|
Quote:
archeoml
. . . un professionista che deve fare per vivere se non c'è altro?
|
Quote:
archeoml
...il mio discorso non voleva essere un incitamento lavorare a condizioni assurde, ma solo un modo per mettere in evidenza una realtà, . . .
|
Hai ragione, Archeoml, scusami. Sono io che ho forzato il discorso ripensando ad una distinzione che è rimasta parzialmente sottintesa.
Volevo rimarcare che una cosa è il lavorate dipendente, più o meno precario, più o meno sfruttato, più o meno "tipico" o "atipico", il quale è logico rivendichi un trattamento economico e contrattuale decente (ma non un riconoscimento di figura professionale); altra cosa è il professionista, il quale la propria figura professionale -non essendo essa ancora storicamente cristallizzata- se la deve coltivare e costruire impegnandosi personalmente a conquistare per sè e per i colleghi una credibilità che è fondata prima di tutto su una indipendenza di giudizio incompatibile con il lavorare "sotto padrone".
Insomma: o fai il lavoratore dipendente (tipico, atipico, precario, precarissimo, come che sia), oppure fai il professionista (squattrinanto, squattrinatissimo, sfruttato o sfruttatore egli stesso di altri sventurati, come che sia).
Ma non fai il "professionista" lavorando con mansioni esecutive sul cantiere di qualche d'un altro. E questo è fondamentale per parlare di contratti e di tariffe.
|

06-September-2007
|
|
AI gens
|
|
Data Registrazione: Sep 2004
|
|
C'è un modo sano di trattare le questioni retributive e contrattuali: far discutere -anche accanitamente se ci fosse bisogno- le associazioni imprenditoriali dei Datori di Lavoro con le associazioni sindacali dei Lavoratori e indurre coloro che esercitano autonomamente a raccogliersi attorno a valori etici condivisi.
Tutto il resto del mondo funziona così, non vedo perché gli Archeologi debbano lamentarsi se si intestardiscono a cercare altre improbabili strade.
|
| |