Il problema dell'educazione dei ragazzi è enorme, sicuramente complesso e riguarda un'intera generazione, salvo le solite eccezioni che confermano la regole.
Io tengo un corso di illustrazione in una scuola privata a dei ragazzi mediamente intorno ai 20 anni (già diplomati) che dovrebbero considerare i tre anni di corso come base di partenza per la professione di illustratori. Tenendo conto che la loro formazione di oggi sarà alla base di tutta la vita futura (con una professione magari non molto retribuita ma certo non "arida"), considerando anche che pagano (o meglio, i genitori per loro) 190 Euro al mese e l'età che ormai dovrebbe quella della ragione, ci sarebbe da aspettarsi che si buttino a capofitto nello studio e nel disegno.
E invece cosa accade? Che, salvo alcune eccezioni, non combinano un tubo: cincischiano, tergiversano, perdono tempo (e denaro) in tutti i modi possibili...
Quando io, oltre vent'anni fa, ho fatto una scuola non molto dissimile, facevo in due settimane la stessa mole di lavoro che loro fanno in tre mesi.
Non parliamo poi del livello culturale medio. La professione di illustratore richiede persone con orizzonti culturali magari non sempre approfonditi ma vastissimi. Invece vedo nei miei ragazzi un'ignoranza sconcertante e, cosa peggiore, una generalizzata apatia culturale che è il primo obiettivo contro cui cerco di combattere... In alcuni casi con un cero successo in altri mi trovo di fronte a un muro di gomma.
E' evidente che il problema nasce quando prima, in età pre-scolare o da elementari; a chi dare la colpa di tutto ciò: alla scuola, alle famiglie, alla TV e videogame. Non so, forse un po' tutto questo e magari altro ancora...
La maggior parte dei miei alunni, come è naturale, provengono dall'Istituto d'Arte. Io, ai miei tempi ho fatto l'ITIS, quindi non ho termini di raffronto diretto, ma da quanto vedo e da quello che mi dicono gli studenti c'è da farsi rizzare i capelli in testa, tra programmi ministeriali assurdi e, soprattutto, professori incompetenti o che stanno lì solo a scaldare la sedia (salvo le solite mosche bianche; categoria alla quale mi sembra appartenere Anna). Eppure non credo che la scuola possa veramente formare il carattere di un ragazzo, a meno di non trovare quei rari insegnanti "fari". Da ragazzo non sono mai andato benissimo a scuola (ero un lettore voracissimo e uno "studente" curiosissimo, ma assolutamente incapace di stare dietro ai programmi imposti) ma sono ugulamente cresciuto con una cultura abbastanza buona e ampia (sperando di essere oggettivo

).
La famiglia, allora? Non so, tra i miei studenti non riesco a vedere differenze sostanziali tra quelli cresciuti con disagi familiari e quelli con famiglie tranquille. Io pure, da piccolo, in famiglia ho vissuto vari problemi senza aver subito grosse conseguenze sul piano formativo, e così i miei fratelli, uno ingegnere, l'altro chimico e scrittore (ha pubblicato alcuni romanzi brevi). Forse i problemi, in questi casi, credo si manifestino più sulla capacita di relazionarsi emotivamente in modo sereno, ma su questo Claudio ne sa certo più di me...
Faccio notare anche che la mia studentessa più brava, intelligente e volenterosa è figlia di piccoli agricoltori con la terza media.
La televisione forse è un pochino più colpevole, non tanto per il fatto che i bambini guardano molta televisione piuttosto per COSA guardano. Certo il livello medio della televisione è veramente deprimente. Mi ricordo di aver cominciato a leggere Shakespeare a 10 anni, dopo aver visto in televisione "Il mercante di Venezia"; ma certo la RAI di trent'anni fa era un'altra cosa...
Per me è evidente che è tutto il mondo attuale, in molte sue sfaccettature, ad impedire uno sviluppo culturalmente e caratterialmente ricco dei nostri figli.
Ho anch'io due bimbe piccole (3 e 2 anni) e spero anch'io, come è riuscito a fare Claudio, di riuscirle a crescere più curiose, aperte, capaci possibile, facendole vivere nel modo più stimolante che io e mia moglie potremo dare loro.
La figlia di miei amici è stata cresciuta così - sia pure non scientemente - con tanti stimoli diversi, sia seri che giocosi. Io l'ho conosciuta che aveva 10 anni ed era già allora una ragazzina straordinaria (ascoltava Frank Zappa, non Cristina d'Avena), intelligente, spiritosa, curiosa. Cominciava già allora a sentire quel disagio, che sarebbe diventato un problema serio in età adolescenziale, per la differenza enorme che c'era con i suoi coetanei: a 15 anni non aveva quasi amici (la potenza del "gruppo", a quell'età è veramente impressionate). Ora, a 25 anni, neolaureta in lingue col massimo dei voti, è una ragazza, almeno apperentemente, serena e felice, nonostante i brutti momenti passati.
Le mie figlie cercherò comunque di crescerle nello stesso modo ma so che dubbi e incertezze nei loro riguardi mi accompagneranno per molti, lunghi anni.
Ciao