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Progetto Glossario Gruppo di lavoro per la realizzazione di un glossario per l'archeologia, l'arte e la storia del mondo antico


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Vecchio 17-January-2007
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Predefinito [Fantarcheologia]

Quello della fantarcheologia è ormai un argomento entrato a tutti gli effetti nel dibattito archeologico (cfr. tra gli altri Pucci, 2000; Manacorda, 2004; Trigger, 1996; Renfrew, Bahn 1995; Giannichedda, 2002), anche a causa dell’attenzione riservata ad essa dai media a caccia di sensazionalismo - destino simile hanno avuto, in campo storiografico, i vari negazionismi e “revisionismi”. Sotto il nome di fantarcheologia possiamo far rientrare tutte quelle teorie che sfuggono a un minimo di verifica e di controllo, nonostante i suoi fautori si facciano, a parole, portatori proprio dell’esigenza di ulteriori verifiche e controlli nei confronti delle teorie “ufficiali”, giudicate non soddisfacenti. La parola “verifica” associata all’archeologia ha in parte un significato diverso rispetto alle scienze sperimentali, per l’ovvio motivo che, così come per le altre discipline umanistiche e per le scienze umane e storiche, è impossibile riprodurre in laboratorio, sperimentalmente, contesti umani da poter studiare in condizioni ottimali, ancor più se si tratta di contesti antichi. Esistono però settori della disciplina dove le regole sono differenti, come l’archeometria, oppure settori di confine come l’archeologia sperimentale e l’etnoarcheologia. Per non correre il rischio di esser tacciati di scientismo però, accusa molto spesso mossa dai fantarcheologi, potremmo definire la fantarcheologia come portatrice di teorie e spiegazioni <<tendenzialmente incompatibili con la razionalità propria di ogni discorso storico>> (Pucci, 2000).

I fautori della fantarcheologia sono portatori anche, spesso inconsapevolmente, di un’epistemologia estremamente relativistica, confusamente appresa dalla storia della scienza passata e recente. Essi si immaginano come dei novelli Galileo, portatori di spiegazioni rivoluzionarie e avversati da un’ortodossia scientifico-accademica, scientista e oscurantista; oppure come dei novelli Schliemann, portatori di giuste intuizioni che vanno solo verificate - tranne poi, al dunque, sottrarsi a tale verifica o non accettarne le conseguenze e i risultati - da quella lassista ortodossia di cui sopra, che li perseguita solo perché outsider. Proprio Schliemann e Galileo sono spesso citati come numi tutelari, così come spesso ci si riferisce, in maniera piuttosto disinformata e confusa, ai mutamenti avvenuti negli ultimi
decenni nel campo dell’epistemologia, in particolare nelle scienze esatte. Se anche queste ultime sono uscite infatti, almeno teoricamente, da scientismi e determinismi del passato e non si esprimono più per leggi ferree ma probabilistiche, allora, la conclusione erronea che se ne trae, è che qualsiasi teoria o spiegazione è probabile e possibile quanto un’altra, sottraendosi così a quella verifica dalla stessa fantarcheologia invocata nei confronti delle teorie “ufficiali” - ma del resto anche all’interno del dibattito epistemologico accademico, alcuni studiosi hanno espresso posizioni teoricamente non così lontane da tale estremizzazione relativistica, se non nelle intenzioni almeno nelle conseguenze, e anche in campo archeologico; come in quest’ultimo tali studiosi rispondano alle tesi fantarcheologiche non è del tutto chiaro (cfr. Trigger, 1996 e Renfrew, Bahn, 1995).

Un’altra caratteristica della letteratura fantarcheologica, che la distingue da quella scientifica, è l’assenza di una bibliografia che permetta al lettore di controllare e verificare quanto si sostiene. Quando infatti la bibliografia è presente, essa rimanda in genere ad altre pubblicazioni fantarcheologiche, che si danno conferma l’un l’altra in maniera assolutamente tautologica. Ugualmente caratteristico è il modo di procedere quando si presentano i resti della cultura materiale. Essi vengono quasi sempre decontestualizzati e, di conseguenza, molto spesso descritti in maniera imprecisa ed estremamente soggettiva e impressionistica. Un caso famoso, come ricorda Pucci (Pucci, 2000), è quello dell’”astronauta” di Palenque, descritto come un uomo che maneggia strani marchingegni in quello che sembra un razzo spaziale. Certamente se l’oggetto non viene considerato entro il suo contesto culturale, quello maya, qualsiasi cosa può esser detta su di esso, e qualsiasi lettura può esser buona tanto quanto un’altra. Al contrario invece, considerato nel suo contesto, la simbologia maya risulta piuttosto evidente nella raffigurazione, si distingue cioè chiaramente l’albero della vita e gli altri simboli, ricorrenti in altre opere; inoltre, quasi sempre ci si dimentica di dire che esiste anche un’iscrizione che ci restituisce il nome e l’età del sovrano rappresentato. Esempi come questo ma meno famosi se ne trovano a bizzeffe pressoché in tutte le pubblicazioni fantarcheologiche.

Le tesi sostenute dalla maggior parte della letteratura fantarcheologica sono due, e entrambe si aggrappano ad una supposta superiorità tecnologica degli antichi, a conoscenze dimenticate nel tempo o tramandate per via misterica attraverso gruppi elitari, come i templari, i massoni, e via discorrendo (complottismi e dietrologie sono in effetti altri ingredienti presenti in diverse pubblicazioni). L’una è quella atlantidea, e fa derivare queste conoscenze da una civiltà scomparsa, anche se non necessariamente l’Atlantide di Platone - in quest’ultimo caso è peraltro presente un altro tipico errore di metodo, quello di una totale assenza di critica delle fonti, prese sempre e comunque come fedeli resoconti storici; il che in questo caso equivale a prendere qualche frase di Platone estrapolandola dal contesto, costituito non solo dalle opere in questione, ma anche dall’intera produzione e dall’intero pensiero del filosofo. L’altra tesi considera invece le superiori conoscenze del passato come un lascito di visitatori extraterrestri, intervenuti nella nostra storia in vario modo e a diversi livelli. Entrambe le tesi fanno un uso disinvolto della mitologia. Nelle varie mitologie delle diverse culture, e nelle loro somiglianze più o meno profonde e più o meno reali, si troverebbero le tracce delle visite aliene o la memoria della civiltà scomparsa e della sua fine (uno per tutti il mito del diluvio). A parte ciò, gli elementi portati a sostegno sono quasi sempre gli stessi e ricorrenti. Il metodo consiste nel fare un viaggio per il mondo tessendo improbabili collegamenti tra società e culture lontane nel tempo e nello spazio, così come si fa con la mitologia ma questa volta attraverso i resti materiali: dalle piramidi di Giza a quelle maya a quelle sumere via via fino alle supposte piramidi cinesi, da Nazca a Baalbek, dalle costruzioni inca ai templi cambogiani passando per l’isola di Pasqua, e via discorrendo. Il tutto condito con indicazioni astronomiche spesso imprecise se non del tutto errate, dati geologici altrettanto imprecisi o parziali, improbabili numerologie, e feticci come la mappa di Piri Reis e simili. Altre volte ci si sofferma prevalentemente su una sola civiltà, utilizzando a man bassa il metodo della decontestualizzazione di cui sopra. Ciò nei migliori dei casi, negli altri ci si basa su visioni, sogni, viaggi estatici, preveggenza, premonizioni, ecc. Il fatto che questi metodi siano validi o meno non conta, in questo caso conta il fatto che, almeno per ora, non sono verificabili in alcun modo, per cui ci si deve credere sulla parola. Questo cozza peraltro con la pretesa della fantarcheologia di <<basarsi su osservazioni razionali>> e di aspirare a <<vedersi riconosciuta dignità scientifica da parte dell’archeologia istituzionale>> (Pucci, 2000). E ciò la colloca più nella sfera religiosa che in quella scientifica, storica o archeologica - pur considerando quali e quanti collegamenti possano esserci e ci siano stati, sia dal punto di vista storico che socio-antropologico, tra religione e scienza (e magia).

Anche a questo proposito, e per schivare la frequente accusa di scientismo alla quale si è accennato all’inizio, è il caso di ricordare, con Manacorda, che <<di fronte all’impasse di una rigida alternativa tra un approccio iperpositivista, che deleghi la validità delle interpretazioni archeologiche solo alla qualità dei dati archeologici e delle tecniche di analisi, e un approccio iperrelativista, che spieghi le interpretazioni archeologiche interamente in termini di convinzioni del singolo ricercatore, è utile ammettere la complessità del dato archeologico e delle vie della sua interpretazione>> (Manacorda, 2004). E ancora, è da sottolineare il fatto che la fortuna della fantarcheologia è dovuta anche all’insoddisfacente livello di comunicazione e divulgazione archeologica, cosa che permetterebbe tra l’altro all’archeologia <<di contribuire a porre un argine all’irrazionalismo (termine con il quale non si intendono le componenti non razionali della natura umana, ma la negazione del metodo scientifico e delle possibilità di ragionamento comune che esso implica) piuttosto che di fargli da treppiede, come accade nella letteratura fantarcheologica o in certa divulgazione banalizzante che crede di attirare l’interesse del pubblico calcando la mano sui ‘misteri’ dell’archeologia>> (Manacorda, 2004).

Riferimenti bibliografici

Giannichedda Enrico, Archeologia teorica, Carocci, 2002

Manacorda Daniele, Prima lezione di archeologia, Laterza, 2004 (2^ ed. 2005)

Pucci Giuseppe, <<Fantarcheologia>>, in Francovich Riccardo, Manacorda Daniele, a cura di, Dizionario di archeologia. Temi, concetti e metodi, Laterza, 2000 (2^ ed. 2002)

Renfrew Colin, Bahn Paul, Archeologia. Teorie metodi pratica, Zanichelli, 1995 (ed. or. 1991)

Trigger Bruce G., Storia del pensiero archeologico, La Nuova Italia, 1996 (ed. or. 1989)

Letture consigliate
(in lingua italiana)

Feder Kenneth L., Frodi, miti e misteri. Scienza e pseudoscienza in archeologia, Avverbi, 2004

Jordan Paul, La sindrome di Atlantide, Newton & Compton

Stiebing William H. Jr., Antichi astronauti, Avverbi

Sprague de Camp L., Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi, 1980
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