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Tema del Mese. Discussione In questo forum si discute il tema del mese scelto tramite votazione dagli amici della comunità di AI. I temi trattati riguardano l'archeologia, l'arte antica, la storia antica e altri argomenti collegati all'antico.

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Vecchio 28-December-2007
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Grazie Lama per iltuo bel contributo. Son d'accordo per continuare la discussione, sarebbe davvero peccato interrompere questo tema!
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dott. Claudio Giorgini
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Vecchio 30-December-2007
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Predefinito La fine dell'Età del Bronzo nel Mediterraneo orientale

In rapporto agli eventi di cui si parla e alla coincidenza del passaggio dal bronzo al ferro, delle invasioni ci sono state, popoli del mare, dori... se questi invasori sono stati apportatori di nuove tecnologie che si sono rivelate vincenti, si dovrebbe vedere in quest'ottica la fine delle civiltà palaziali. Come dimostrano fatti bellici molto vicini a noi chi sviluppa il miglior armamento vince! vedi seconda guerra mondiale, io non sono ancora molto esperto di vicino oriente antico, ma questa rimane per la variabile principale di quei lontani eventi.
:idea:
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Vecchio 30-December-2007
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In un post precedente, se non erro Marco ha affrontato l'argomento in maniera abbastanza ampia negando che il ferro, almeno in una prima fase avesse veramente caratteristiche superiori in maniera determinante rispetto al bronzo. Anche la mia esperienza in fatto di metalli mi fa dubitare che il ferro acciaioso molto fibroso (anche di questo si era discorso tempo fa nel forum) dell'antichità fosse davvero già a quei tempi superiore al bronzo. Anche nella seconda guerra mondiale non sono state le sole armi a decidere i risultati, ma anche molti altri fattori tra cui la possibilità di rifornimenti e approvvigionamenti, nonché la disponibilità di materie prime.
Non dimentichiamo poi il Vietnam!
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dott. Claudio Giorgini
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Vecchio 04-January-2008
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Predefinito The end of Bronze age, di R. Drews

Avevo già parecchio tempo fa anticipato che avrei postato un riassunto delle tesi esposte da Robert Drews nel suo libro "The End of the Bronze Age. Changes in warfare and the catastrophe ca. 1200 BC", ovvero il libro che mi ha dato spunto per aprire questa discussione dai molteplici risvolti.

Oltre ai vari accenni fatti precedentemente, vorrei ora esaminare più in dettaglio le tesi di Drews – che per molti versi condivido, ma per altri nutro dubbi – compresi alcuni aspetti che sono direttamente collegati a precedenti post, in particolare di LamaSu.

Il libro si apre con una panoramica di quello che Drews definisce "catastrofe": nei decenni a cavallo tra XIII e XII sec. a.C. molti centri abitati dell'Egeo, dell'Anatolia e del Levante vengono distrutti e/o abbandonati (l'elenco, impressionante, è riportato all'inizio della discussione). A queste distruzioni si possono ricollegare quegli avvenimenti già citati che indicano una chiara cesura storica e archeologica tra Età del Bronzo ed Età del Ferro: fine delle civiltà palaziali (Micenei, Ittiti, e altri minori), nascita di nuovi stati nazionale (Filistei, Israele, Moab, ecc.), metallurgia del ferro, e vari altri aspetti, tra cui quelli legati al modo di fare la guerra, che sono al centro della tesi di Drews.

Segue poi una disamina delle varie teorie che si sono succedute per spiegare questa fase drammatica, alcuni dei quali sono già stati in precedenza qui toccati: terremoti, migrazioni, metallurgia del ferro, carestie, collasso dei sistemi socio-politici ed economici, incursioni.
Drews non nega l'esistenza e l'importanza di questi fattori, però nella sua disamina mette in evidenza come non riescano comunque a spiegare da soli la vastità geografica e la portata delle conseguenze.
Nei prossimi post si ritornerà sui singoli punti, vedendo anche come Drews affronti i vari argomenti.

Robert Drews, constata l'inefficacia delle altre spiegazioni avanza allora l'idea che tra le varie cause della crisi abbia un posto rilevante una sorta di "rivoluzione" nelle tattiche di combattimento, che vedono proprio in questa fase aumentare di importanza la fanteria (ed in particolare l'uso della formazione aperta) a discapito della cavalleria su carri.

Vediamo questa cosa un po' più nei particolari, partendo dalla descrizione della guerra durante dell'Età del Bronzo recente.
Durante il Bronzo Antico e Medio le battaglie erano consistite soprattutto in uno scontro di fanterie, spesso in formazioni chiuse protette da grandi scudi, in cui i pesanti carri a quattro ruote erano pochi ed avevano un ruolo non centrale nell'andamento della battaglia, trasportando guerrieri di rango e lanciando frecce qua e la. Con l'introduzione del carro su due ruote con raggi, assai più leggero e manovriero, questo assume via via un'importanza maggiore fino a diventare la spina dorsale degli eserciti della tarda Età del Bronzo.
Drews esamina vari aspetti dell'uso dei carri; in primo luogo dal punto di vista dei numeri: Egitto o Hatti (quest'ultima grazie ai suoi vassalli) potevano mettere in campo alcune migliaia di carri, una città stato più piccola, come Ugarit, un migliaio, mentre una cifra intorno alla metà sembra essere quella delle città greche come Pilo (insieme a Cnosso, particolarmente interessante per le tavolette in lineare B che illustrano abbastanza bene il funzionamento logistico-amministrativo dell'esercito).
Si tratta comunque di cifre assai considerevoli, soprattutto se si considera il costo di un carro e di quanto ad esso necessario. Nella Bibbia (1 Re 10.29) si dice che Salomone ha pagato 150 sicli d'argento per ognuno dei cavalli e 600 sicli per il carro, ovvero una cifra enorme se si considera che Davide per 50 sicli comprò una coppia di buoi ed un'aia. Assai costoso anche le armature in scaglie o lamine di bronzo dell'equipaggio e cosippure l'arco composito. Non è probabilmente un caso che nelle tavolette micenee o in quelle cuneiformi di Nazi e cosippure in Egitto, le assegnazioni relative al corro e il suo equipaggiamento sono sempre assegnati nominalmente, mentre tutto ciò che riguarda la fanteria è espresso solo in termini numerici generici.
Della battaglia di Kadesh, uno dei pochi scontri dell'Età del bronzo per cui si hanno notizie relativamente dettagliate, ha già parlato LamaSu. credo sia opportuno aggiungere alcune considerazioni tratte non solo dal libro di Drews. A Kadesh, il Gran Re di Hatti Muttawalis mise in campo circa 3500 carri (di cui buona parte fornita dagli stati vassalli) a fronte di circa 35000 fanti; da parte egizia un totale di circa 2500 carri e più di 20000 fanti (di cui solo la metà circa impegnati). Bisogna però tener presente che queste cifre sono da "prendere con le pinze", sia perché la fonte principale è solo egiziana, sia perché è cosa comune che il vincitore (anche nel caso di Kadesh è più opportuno parlare di "pareggio" spacciato da entrambi i contendenti come vittoria) nella sua propaganda aumenti il numero dei vincitori aumentando così il "valore" delle sue gesta.
Nell'avanzare ipotesi sulle cifre, in realtà i diversi autori (Drews, ma anche Keegan, Healy, Wise, Kadry, ecc.) forniscono dati divergenti. Per gli Ittiti si è generalmete d'accordo sulla cifra di 3500-3700 carri (ma alcuni sostengono come questo numero potesse essere forse molto minore: 1500) ed un contingente di fanteria compreso tra i 9000 e i 37.000 uomini.
Le fonti egizie (cioè il cosiddetto "poema di Kadesh") non cita chiaramente i numeri dell'esercito egiziano, solo che era composto da 4 divisioni, a cui si somma il contingente personale del faraone. Considerato che ogni "divisione" contava circa 5000 uomini di fanteria (di cui tre/quinti mercenari) ed i carri per un totale di 20-25000 uomini di fanteria (non è chiaro a quante ammontasse il contingente personale del Faraone) e la cavalleria su carri.
Una precisazione rispetto a quanto detto precedentemente da LamaSu. Come giustamente detto l'unità tattica principale dei carri era uno squadrone 50 carri e 100 uomini; questi però potevano essere aggregati in "reggimenti di 3-5 squadroni per un totale di 150-250 carri per ogni divisione; ho però trovato diverse fonti, specie su internet che parlano di un totale 2000-2500 carri.
Riassumo brevissimamente l'andamento della battaglia. Il faraone, che era insieme alla divisione "Amon" aveva appena posto il campo nella piana al di sotto della città di Kadesh, già occupata dagli Ittiti, che quest'ultimi lanciarono a sorpresa 2500 carri (solo carri, la fanteria non viene citata) contro la divisione "Re" che aveva appena attraversato l'oronte, mentre le altre due divisioni "Ptah" e "Set" erano ancora al di là del fiume. La carica ittita travolse la divisione Re e si diresse contro la divisione Amon, accerchiando il campo.
Mentre la fanteria egiziana respingeva gli attacchi al campo, Ramses contrattaccò con i suoi carri le sfilacciate linee dei carri ittiti. Al che, Muwattalis, inviò altri 1000 carri di rinforzo, mentre contemporaneamente giungevano i carri della divisione Ptah, dopo aver guadato l'Oronte. Il contrattacco ebbe successo e il "colpo finale" venne dall'arrivo dei Ne'arim (probabilmente caananiti alleati di Ramses) che piombarono su quegli ittiti che erano penetrati nel campo e si erano qui attardati nel saccheggio. Il Gran Re ritirò i suoi carri dietro la città di Kadesh e dietro la linea difensiva della numerosa fanteria, ponendo fine alla battaglia.
Mi sembra chiaro che non si può pensare che aggregati alle divisioni ci fossero solo 50 carri: sommando quelli eventualmente al servizio del Faraone, a quelli delle divisioni Amon e Ptah (oltre a qualche sopravvissuto della divisione Re) si arriverebbe ad un totale di poco più di 150 carri. Veramente troppo pochi per sconfiggere la massa dei carri ittiti, anche volendone considerare solo la metà di quelli "vantati" da Ramses. A sconfiggere 1700 carri (forse più) sarebbero stato più probabilmente i "reggimenti" e non gli "squadroni" di carri per un totale di 500-800 carri più eventuale parte della fanteria.
(per riferimenti: Terence Wise "Ancient armies of the Middle East"; Mark Healy "Qadesh 1330BC; Alain Bru "Histoire de la guerre à travers l’armement", Sandro Matteoni "Le grandi battaglie dell'antichità"; Ahmed Kadri "Some comments on the Qadesh battle", in "Bullettin de l'Institut Francaise de Archaeologie orientale";
Ramses II: The Battle of Kadesh
Battle of Kadesh: The Battle of Kadesh (Qadesh), Part II
TheHistoryNet | Military History | Battle of Kadesh)

Aggiungo una mia considerazione persnale. Anche se vogliamo considerare le cifre più alte, per l'esercito ittita, il rapporto carri-fanteria è di circa 1:10; se consideriamo, però, che ogni carro ha due cavalli, il rapporto è di circa 1:5, non molto inferiore quello degli eserciti napoleonici, in cui la cavalleria aveva un ruolo di primo piano anche in fase di sfondamento; se poi consideriamo che gli ittiti avevano tre uomini ogni carro il rapporto diventa quasi 1:3, ovvero lo stesso degli eserciti medievali europei (es. battaglia di Hattin) in cui è innegabile il ruolo primario della cavalleria (specie quella pesante, che ad Hattin, ad esempio era solo 1/5 di tutta la cavalleria "crociata" ed 1/15 dell'intero esercito). Si tratta in ogni casi di cifre assolutamente non pensabili per le guerre dell'Età del Bronzo antico e medio. Drews cita poi un simile rateo di 1:3 anche per piccoli stati che ebbero a scontrarsi con Hatti in altre occasioni, o per una iscrizione gutea.
Per quello egizio, in numeri sono assai meno significativi, però in ogni caso evidente che sono i carri ad avere un ruolo offensivo, sia per gli Ittiti (la fanteria non scende neanche in campo), sia per gli egiziani il cui contrattacco è mosso soprattutto con i carri, mentre il grosso della fanteria gioca un ruolo difensivo.
Stessa cosa, almeno per come viene descritta da Drews, accade per la precedente battaglia di Megiddo, in cui la fanteria egiziana viene coinvolta solo nella successiva fase di assedio.

Per Drews il carro era soprattutto una piattaforma mobile per il lancio di frecce con l'arco composito, sia nei confronti della "statica" fanteria" sia contro altri carri: e qui la particolarità delle battaglie della tarda età del bronzo, decise soprattutto da uno scontro iniziale tra opposte cavallerie su carri.
Nonostante le diverse evidenze dell'uso di lance da affondo (ossia direttamente contro la fanteria in fuga, o addirittura nello sfondamento delle linee) Drews sottolinea come questo elemento sia stato in genere sopravvalutato, mentre vada di molto rivalutato l'uso dell'arco composito sia per gli ittiti che per i Micenei; ed in effetti Drews porta non poche "frecce al suo arco". Non sto qui a raccontare tutti i particolari, dico però che risulta assai convincente e anche se non sono sicuro che l'uso di lance non avesse la sua importanza, l'uso diffuso dell'arco sembra innegabile.

La fanteria avrebbe quindi avuto un ruolo soprattutto difensivo, ad esclusione di arcieri ed altri "schermagliatori" (con un ruolo forse ibrido). Negli scontri di frontiera contro i barbari, specie se su terreni difficili per i carri, anche il compito offensivo era assegnato alla fanteria, cosippure durante gli assedi.
Fanno eccezione dei particolari reparti che probabilmente accompagnavano i carri in modo attivo, che nei testi egiziani vengono chiamati "phrr", ovvero "corridori". Questi guerrieri, secondo Drews presenti in tutti gli eserciti del Bronzo Recente, erano delle unità di elite che avevano il compito di "accompagnare" il carro per difenderlo da eventuali schermagliatori (corridori?) avversari, soprattutto nel caso che i cavalli venivano colpiti, oppure catturavano o finivano equipaggi avversari che fossero rimasti feriti o il cui carro fosse stato immobilizzato.

Secondo Drews, quindi le formazioni di battaglia erano aperte da un sottile ma ampio schieramento di carri (eventualmente preceduto o immediatamente seguito dai "corridori") fiancheggiato dalla fanteria leggera (arcieri, schermagliatori, reparti "speciali" per il corpo a corpo come i mercenari shardana) a cui seguiva il resto della fanteria, che proteggeva il campo e che costituiva una linea di rifugio per i carri.
Una volta che una formazione di carri aveva sconfitto l'altra, la fanteria avversaria era pericolosamente oggetto del tiro a distanza da parte dei carri sopravvissuti, che decimavano le fanterie senza che queste potessero reagire molto efficacemente contro bersagli mobili. Solo alla fine magari interveniva la fanteria a dare il colpo di grazia, in particolare le truppe mercenarie specializzate nel corpo a corpo (come forse i Ne'arim a Kadesh).

Tutto ciò contrasta abbastanza nettamente con gli scontri di età classica, in cui era la fanteria a tenere la posizione centrale, con la cavalleria a proteggere i fianchi e a tentare, semmai, di insidiare quelli avversari. Ma era la fanteria, magari protetta da uno schermo di fanteria leggera, ad avanzare al centro e a decidere lo scontro.

Secondo Drews la situazione non doveva essere del tutto diversa anche durante la prima Età del Ferro. I carri non scomparvero del tutto, ma persero il loro ruolo centrale e decisivo, che venne preso dalla fanteria. I numeri che riguardavano i carri non sempre sono inferiori a quelli del periodo precedente, ma comunque cambia il loro rapporto numerico all'interno degli eserciti che sono ora assai più numerosi.
Gli eserciti dell'Età del Bronzo era infatti relativamente piccoli e composti da professionisti, in gran parte mercenari: per riunire un esercito di 18000 o 35000 uomini (a seconda delle interpretazioni) Muwattalis dovette ricorrere a tutti gli stati vassalli del suo impero; a Pilo, la cui popolazione si stima tra le 50.000 e le 120.000 persone, vengono enumerate nelle tavolette alcune centinaia di carri e solo 770 "pedijwe" un termine che si avvicina al greco "pedieis" e quindi riferito a fanti.
NElla battaglia di Qarqar (853 a.C.) le cose sono invece già cambiate notevolmente. Il re assiro Shalmaneser III schierò infatti 100.000 uomini di fanteria, 2002 carri e 5542 cavalieri montati. Secondo la Bibbia (Numeri 1, 32 e altrove) Davide aveva un esercito composto da "uomini forti" e miliziani di leva per un totale di 228.000 uomini, cifra sicuramente esagerata ma che anche ridotta ad un terzo rimane comunque impressionante.
Qui sopra si sono già accennati due fattori caratteristici degli eserciti dell'età del ferro: eserciti non solo professionali ma basati anche sulla leva, con milizie numerose, e la cavalleria montata.
Proprio l'uso delle milizie popolari potrebbe essere all'origine della guerra per falangi della Grecia classica. Nel libro vengono citati di J. Latacz sui testi omerici suggeriscono che le battaglie dei "secoli bui" venissero combattutte da uomini amati di lancia posti in linea (phalanx) o più linee (stix). Anche il nome "Dori" sembrerebbe avere attinenze etimologiche con "albero" o "lancia". Aristotele citava come primi combattenti greci nobili a cavallo detti "hippeis", armati di lancia; secondo Drews e gli autori da lui citati questi "proto-opliti" a cavallo, poi combattevano a terra, usando il cavallo solo come mezzo di trasporto. Personalmente non sono tanto d'accordo su questo sbrigativo modo di "appiedare" dei cavalieri, anche tenendo conto che in assenza di sella (le staffe poi arriveranno solo dopo mille anni) il cavallo non dev'essere stata una piattaforma stabile per usare una lancia da affondo; in ogni caso questo spiegherebbe anche perché Omero trasforma i carri da guerra, piattaforma mobile per un arciere, in una sorta di taxi.
Comunque l'importanza della cavalleria montata è attestata da altri dati; oltre al già citato caso assiro si può ricordare anche il caso delle stalle di Salomone che, oltre ai cavalli per quattromila carri, comprendevano 12.000 cavalli per i "parashim", ovvero cavalieri montati (numeri forse esagerati ma comunque significativi).
Lo stesso carro poi sembra subire una trasformazione: oltre a non essere più numericamente e tatticamente centrale, assume in alcuni casi un maggiore ruolo di status symbol e di trasporto di elite (taxi da battaglia) mentre in altri casi perde la sua caratteristica maggiore dell'età del bronzo – la mobilità – diventando più grandi, fino a portare quattro uomini, come nel caso dei cosiddetti "carri sciti" dei persiani.

Quando avvenga questo aumentare delle aliquote montate, durante l'età del bronzo quasi assenti, non è chiaro. Probabilmente avviene gradualmente e, secondo Drews, non è la cavalleria montata a segnare la novità tattica quanto un ritorno di importanza della fanteria.

Già si è detto dell'aumento di consistenza numerica e degli eserciti "popolari". a queste "novità", che hanno probabilmente origine nei territori "barbari" ai confini degli stati palaziali, si affiancano evidenze archeologiche di un nuovo modo di fare la guerra – e le relative armi – e di come gli eserciti palaziali abbiano tentato di adeguarsi alla novità. Le punte di freccia tendono via via a diminuire di importanza, fino a diventare assai poco numerose nell'età del ferro; questo è vero, negli anni riferibili alla catastrofe, soprattutto se si avitasse di classificare come punte di freccia quelle che in tutta evidenza (e su questo sono totalmente d'accordo con Drews) sono punte di piccoli giavellotti. Sia nei rilievi di Medineth Abu che in varie altre fonti, si vedono guerrieri barbari armati di 2-3 piccoli giavellotti e a questi corrisponderebbero le punte lanceolate (facilmente estraibili per il riutilizzo, contrariamente alle punte di freccia triangolari) lunghe 10-15 cm. Secondo drews questa sarebbe una delle più efficaci armi contro i carri (i cavalli, in particolare) perché più pesanti delle frecce (superando quindi più agevolmente eventuali gualdrappe imbottite dei cavalli o corazze dell'equipaggio) e perché lanciabili in corsa, contrariamente all'arco che richiede di star fermi: in questo modo si diventa un obiettivo difficilissimo per un arciere sul carro; inoltre il lanciatore può portare anche uno scudo a sua difesa, cosa impossibile per un arciere.
L'efficacia – ovvero penetrazione, precisione e gittata – del giavellotto poteva essere aumentata dall'uso di cinghie di cuoio come propulsori: è a quest'arma che si riferisce il termine omerico "akontes".

Alla massiccia diffusione del giavellotto, si aggiunge l'uso di corazze e schinieri di bronzo, usati ora non più solo dagli equipaggi dei carri, ma anche dalle fanterie. Quest'ultime ora sono armate da lunghe lance da usare come picche (mentre nei secoli precedenti le lance erano lunghe non più dell'altezza di un uomo, ed usate solo da affondo) o da spade da affondo e taglio su cui tornerò tra poco. Le fanterie dell'età del bronzo, con l'eccezione degli Shardana che Drews identifica indubbiamente come mercenari sardi o di origine sarda, e quindi portatori di una cultura guerresca "barbara", non sembrano indossare protezioni ad esclusione dello scudo. Le corazze di bronzo sono invece relativamente efficaci nei confronti delle frecce lanciate dai carri ed allo stesso tempo indicano un modo di combattere più "pericoloso", in cui è previsto il corpo a corpo individuale.

Questo sembra essere testimoniato anche dall'uso degli scudi circolari, anche qui raffigurati per primi nei Shardana, Meshwes e Shekelesh. Nei secoli precedenti la "catastrofe" si usavano esclusivamente scudi verticali come quelli "a torre" di minoici e micenei (o più piccoli, come per le fanterie egizie) oppure i grandi scudi "ad otto" (che hanno un loro parallelo funzionale in alcuni tipi ittiti); questi scudi proteggono larga parte del corpo e sono quindi assai efficaci in senso difensivo e in situazioni statiche, in particolare nelle formazioni chiuse. Negli anni tra 1250 e 1150 a.C. compaiono invece scudi circolari, probabilmente già da tempo usati nell'Europa continentale; scudi che, viste le dimensioni e la maggiore maneggevolezza (il peso è distribuito uniformemente), sono assai più adatti al combattimenti corpo a corpo con armi da taglio, consentendo, infatti, maggiori movimenti del braccio armato e delle gambe, fino alla corsa.
Nel celebre vaso dei guerrieri si vedono dei guerrieri armati di lancia con un grosso scudo circolare (a parte una piccola mezzaluna utile al maneggio delle armi) mentre gli Shardana o altre raffigurazioni dell'epoca mostrano guerrieri armati di spada o giavellotti e scudi circolari più piccoli. Le diverse dimensioni sono forse legate ad un diverso uso offensivo delle armi portate: gli scudi grandi, pur non impedendo completamente i movimenti, sono meglio adatti all'uso di lance lunghe da usare come picche, forse a due mani (ecco, forse, il perché degli scudi lunati), in un modo che potrebbe anticipare le falangi di età classica; gli scudi piccoli sarebbero invece usati dai lanciatori di giavellotti e dai portatori di spada.

Le spade, in particolare quelle tipo Naue II, rappresentano l'altra novità archeologica importante nel panorama vicino orientale e, oprattutto, in quello egeo. Precedentemente al 1200 a.C. oltre al caratteristico "khopesh" da taglio egizio, le spade in uso erano piuttosto corte, tanto da poter essere meglio definite come daghe (con lame tra i 30 e i 50 cm circa), oppure più lunghi stocchi da affondo. Questi ultimi, largamente usati soprattutto nel mondo miceneo o ittita, secondo Drews – per via della debolezza della lama e soprattutto dell'attaccatura della lama all'impugnatura (con rivetti) – dovevavo essere armi assai poco efficaci e usate spesso solo come armi di prestigio. Su questo non sono d'accordo, e mi sembra invece più affidabile quanto sostiene Nicolas Grguric in "The Mycenaeans c.1650–1100 BC", Osprey Publishing, per cui queste armi erano usate effettivamente da soldati di grande perizia (sono numerosi i sigilli micenei che mostrano guerrieri che attaccanno saltando al di sopra dei grandi scudi che difendevano l'avversario, affondando di punta lo stocco). Lo stesso Drews però identifica come degli stocchi da affondo le spade triangolari degli Shardana, che infatti vengono sempre rappresentati nell'atto di affondare la lama di punta e mai colpendo don un fendente. Lo stesso Grguric però sottolinea come durante l'Elladico III C gli stocchi quasi scompaiano in favore di lame più corte ma efficaci anche di taglio e più adatte al corpo a corpo anche per uomini non particolarmente addestrati.
A cavallo del 1200 a.C., per poi diffondersi enormemente nel secolo successivo, fanno invece la loro comparsa lunghe spade adatte all'uso sia di taglio che di punta, ovvero le spade tipo Naue II o modelli vicino orientali che ne imitano la funzionalità.

Riassumendo le conclusioni che Drews tra da quanto sopra, si deduce che ci furono in campo militare alcune innovazioni, da parte dei popoli barbarici confinanti con le culture palaziali, tali da annichilire i loro sistemi difensivi:
- i "corridori" che avevano servito probabilmente come mercenari negli eserciti palaziali, combattendo a fianco dei carri, e CONTRO i carri avversari sarebbero il nucleo vincente degli eserciti "barbari". A prova di questo Drews cita, tra i vari esempi, iscrizioni egizie in cui si dice che il re libico avesse radunato tutti i "phrr" (corridori) possibili. I corridori potevano essere armati di giavellotti e/o spade da taglio, e difesi da scudi rotondi.
- oltre ai corridori, vi erano "specialisti" nel lancio del giavellotto (forse esperti cacciatori)
- oltre a questi un vasto numero di fanti armati di lance e/o spade
- i guerrieri barbari erano una sorta di "esercito popolare", una milizia assai numerosa, mentre gli eserciti palaziali erano numericamente poco consistenti
- i barbari combattevano in gran parte in ordine sparso, infiltrandosi in gran numero tra le schiere dei carri, così da non costituire un bersaglio tattico preciso, ed allo stesso tempo insidiare qualsiasi manovra dei carri.

Di fronte a nugoli di questi nuovi combattenti, ben difesi e ben armati, Drews sostiene che gli eserciti palaziali dovettero o essere sconfitti (lasciando quindi posto a nuove realtà politiche, non necessariamente legati ad invasori) o, come nel caso di Ramesses, ricorrere a misure "d'emergenza" come convocare leve di massa e schierare i carri non in prima linea.

Riassumendo ancora di più, fu l'uso di fanterie mercenaria specializzate in una guerra di movimento da parte degli eserciti palaziali, a scatenare l'adozione generalizzata di armi e tattiche adeguate da parte dei popoli da cui i mercenari provenivano, e da questi ad altri popoli barbari con essi in relazione.
A sconfiggere o insidiare i vari stati palaziali sarebbero quindi stati soprattutto i loro diretti vicini, magari con l'ausilio di mercenari a loro volta: barbari di lingua greca dalla Tessaglia e pirati egei per i micenei o Troia, Gaska, per gli Ittiti, pirati lici per Ugarit, Libici da una parte e Israeliti e Filistei dall'altra per gli Egizi.

Nelle ultime pagine del suo libro "The End of the Bronze age", Drews si spinge ad una ricostruzione abbastanza particolareggiata (sebbene a tratti senz'altro ipotetica) della successione degli eventi accaduti tra il 1208 (o poco prima) e il 1179 a.C.
In un prossimo post farò il riassunto di queste ipotesi finali di Drews. Per il momento mi fermo qui perché questo post è anche troppo lungo.


P.S. Per rispondere alla proposta di LamaSu di prolungare questo argomento anche a gennaio, è vero che gli argomenti da toccare sono ancora molti ed io per primo in questi giorni sono stato piuttosto assente, però nulla vieta di continuare la discussione anche in presenza di un nuovo "argomento del mese"... Continuerò di certo a scrivere su questo argomento ma una cosa non esclude l'altra; o sbaglio?
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Marco Astracedi
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Vecchio 24-January-2008
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AI gens
 
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Non ci credo! Mi sono accorto solo ora di questo 3d!!!

E' troppo tardi per riprendere la discussione? :-\"
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Vecchio 24-January-2008
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Le discussioni sono sempre aperte Wanax, se vuoi contribuire sei il benvenuto. Oltretutto non abbiamo ancora iniziato quella nuova, quindi partecipa anche alla discussione per la scelta del tema da trattare prossimamente e vota!
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Vecchio 24-January-2008
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Premetto di non aver letto tutte e 3 le pagine, ma solo la prima (terminerò quanto prima :-P), intanto però ci tenevo a fare una precisazione: la civiltà micenea non termina con quello che viene definito "crollo del sistema palatino".

Il crollo del SP infatti avviene nel TEIIIB:2 tra il 1270/1250 e il 1190/1180; abbiamo tuttavia una ripresa della civiltà micenea senza il S P nel TEIIIC:1
Nella datazione tradizionale è proprio il TEIIIC:1 a fare da sfondo alle vicende omeriche.
Alla fine del TEIIIC:1 abbiamo effettivamente dei fenomeni sismici in gran parte dell'egeo: siamo nel TEIIIC:2

E' il TEIIIC:2 a vedere la fine della civiltà micenea e l'ingresso nel cosìdetto periodo "sub miceneo".

Ultima Modifica di Wanax : 24-January-2008 21:04.
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Vecchio 12-July-2008
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Non ci credo! Mi sono accorto solo ora di questo 3d!!!

E' troppo tardi per riprendere la discussione? :-\"
anche io vorrei riesumare la discussione...ho letto tutte e tre le pagine..davvero interessante...

si può chiedere se c'è una versione del libro di Drews in italiano? potreste likarmela? io non son riuscito a beccarla..ciao a tutti
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Vecchio 12-July-2008
AI senatus
 
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Le discussioni si possono riprendere in qualsiasi momento; anzi, qualunque arricchimento è più che benvenuto.

Per quanto ne so io, il libro di Drews non è mai stato tradotto in italiano.
__________________

Marco Astracedi
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