
Il giorno 28 maggio 2008 con una brillante operazione, gli uomini del Comando di Tenenza della Guardia di Finanza di Colleferro, agli ordini del Ten. Giancarlo Urciuoli, hanno recuperato in località Rossilli nel Comune di Gavignano un’architrave in calcare, appartenente quasi sicuramente ad un edificio funerario in cui è riportata l’iscrizione latina su due righe
PAVLAE HORDEONIAE L F
NASONIS
Alla piccola Ordonia figlia di Lucio Nasone
Il blocco misura m. 1,40 x 0,45 x 0,45 e l’iscrizione dovrebbe datarsi tra la fine del II ed il I sec. a.C., momento in cui la famiglia degli Hordeonii (di probabile origine campana) è proprietaria del fondo.
Questa famiglia è documentata da altre due iscrizioni rinvenute a Segni. Nella prima compare un Publio Hordeonio che insieme ad altri personaggi è indicato come Quattuorviro Municipale in relazione al rifacimento di un tempio dedicato ad Ercole esistente nella città.
Nella seconda vi è un M. Hordeonius anch’egli Quattuorviro Iure Dicundo della città.
L’iscrizione era posizionata nel cortile dell’importante complesso di Rossilli dove dal 1994 al 2002 i Gruppi Archeologici Milanese e Toleriense, in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica del Lazio ed il Comune di Gavignano ed il Museo Archeologico del Territorio Toleriense di Colleferroi hanno condotto esplorazioni archeologiche, volte ad una più puntuale definizione del complesso.
Le campagne di scavo sul sito di Rossilli hanno indubbiamente contribuito a chiarire ed in alcuni casi a svelare aspetti inediti dell’intero complesso.
Innanzitutto appare oramai inequivocabile la destinazione in età romana, probabilmente già nel corso del primi secoli dell’impero, ad assumere il ruolo di stazione di sosta, al XXV miglio della Via Latina conservato almeno fino al secolo XIX.
Rispetto a questo presupposto rimane da chiarire perché le fonti antiche tacquero su Rossilli. Nessuna indicazione sulla Tabula Peutingeriana e, tantomeno, sull’Itinerarium Antonini e sulle altre fonti scritte.
Eppure qui in antico doveva trovarsi un luogo di estrema importanza considerato che si pensò ad un tragitto della Via Latina verso sud che intenzionalmente raggiungesse Rossilli; come dimostra il netto cambiamento del tracciato viario prima di raggiungere il Compitum Anagninum

In questa seconda lezione tratteremo di sostantivi, scrittura ideografica, aggettivi, preposizioni, nomi di relazione e genitivo.
Premessa
In geroglifico la scrittura è continuata, non vi sono spazi fra le parole.
Per facilitare lo studio però negli esempi le varie parole in geroglifico saranno separate da un punto rosso. Per ogni esempio sarà data la traslitterazione, la traduzione, e dove l’ordine italiano delle parole non è uguale a l’ordine egizio una traduzione letterale, parola per parola.
Sostantivi
I sostantivi egizi possono avere due generi (maschile e femminile) e tre numeri (singolare, plurale, duale)
Come in italiano, tranne che per gli esseri viventi, non c’è una logica particolare nell’attribuzione di un genere ad un sostantivo, e spesso il genere di una cosa in italiano non corrisponde al genere riconosciutogli dagli antichi Egizi (p.e. “cielo” in it. è maschile, ma in eg.
“pt” è femminile, vice versa “luna” in it. è femminile, mentre in eg.
“iaH” è maschile).
Fortunatamente, in egizio è semplicissimo riconoscere il genere, i nomi femminili infatti i terminano tutti con la desinenza “-t” ![]()
Così per esempio
mdt “discorso”
bAkt “serva”
wAt “strada”, saranno femminili, mentre
tni “vecchiaia”,
Htp “pace”,
wgg “debolezza”, saranno maschili.
Il plurale si forma aggiungendo ai nomi maschili la desinenza “-w“, ai nomi femminili la desinenza “-wt” (=> desinenza di plurale + desinenza di femminile).
A livello di scrittura, il plurale può essere indicato in due modi differenti.
Nel caso dei nomi maschili il plurale è indicato dall’aggiunta di tre tratti dopo i determinativi a cui a volte si aggiunge il complemento fonetico della desinenza ( “-w“, ), posto di solito prima dei determinativi.
Sps ; “nobile”
Spsw ; “nobili”
Nel caso dei nomi femminili in genere la “w” della desinenza è raramente scritta, e ci si limita a scrivere la “t” del femminile seguita dai tre tratti del plurale dopo i determinativi.
Spst ; “nobildonna”
Spswt ; “nobildonne”

In questo contributo si presenta una sintetica cronistoria delle reazioni suscitate dalla pubblicazione del D.D.G. 5085/08 da parte dell’Assessorato Regionale ai BB.CC.AA. e P.I. della Regione Siciliana.
Il dibattito si è svolto prevalentemente sul web. Si tratta naturalmente di una forma di comunicazione e di condivisione di informazioni più aperta, libera e dinamica rispetto al tradizionale mezzo della carta stampata.
In questo caso, piuttosto che una “bibliografia”, i lettori consulteranno in nota una “sitografia”. Il punto di vista è quello di molti Archeologi esterni alla pubblica amministrazione che hanno saputo del bando attraverso la rete e che attraverso la rete si sono confrontati con altri Colleghi cercando di esprimere opinioni e proposte.
L’intenzione da parte dell’Assessorato BB.CC.AA. di istutuire elenchi di professionalità legate all’Archeologia è annunciata tramite due comunicati stampa dell’Assessore alla fine di ottobre del 2007, a seguito di un incontro tenutosi a Caltanissetta [1].
L’intento si concretizza nella stesura e nella pubblicazione del D.D.G. 5085/08 sulla Gazzetta Ufficiale della Regione Siciliana del 15-02-08 [2].
Le prime notizie, commenti e scambi di informazioni circolano sul forum di Archeologia Italiana nei primi giorni di marzo 2008 [3].
L’intervento di numerosi utenti avvia un dibattito nel merito del testo e la condivisione di informazioni e consigli sulla compilazione della domanda di ammissione agli elenchi. Negli ultimi giorni dello stesso mese viene pubblicato un articolo sul blog di Archeologia Italiana [4] che contiene una disamina della attuale situazione lavorativa degli Archeologi operanti sul territorio regionale per conto delle Soprintendenze.
Un primo comunicato-stampa di dissenso, in cui si invita l’Assessorato alla revisione del decreto, è elaborato da un gruppo spontaneo di Archeologi e pubblicato sul quotidiano “La Sicilia” del 6 marzo [5]. A questo primo intervento fa seguito un nuovo e ancora più deciso (si chiede il ritiro del decreto) articolo sulle pagine dello stesso quotidiano il 23 marzo, poi riportato in altre sedi, tra cui il sito di patrimoniosos [6].
Le due Associazioni di categoria degli Archeologi prendono posizione esprimendo giudizi sostanzialmente negativi sul decreto 5085, sia prima (A.N.A. - Associazione Nazionale Archeologi [7]) che successivamente (C.I.A. - Confederazione Italiana Archeologi [8]) alla scadenza dei temini per la presentazione delle domande di inclusione negli elenchi delineati del decreto.

Diamo con piacere notizia dell’inaugurazione, che avverrà il prossimo sabato 17 maggio 2008, di un itinerario per non vedenti e ipovedenti all’interno del Museo Archeologico di Chianciano Terme, Museo delle Acque Antiche.
Il nuovo allestimento, attraverso l’uso di mappe tattili, permetterà di fare apprezzare reperti e opere d’arte anche ai non vedenti e agli ipovedenti: la parola d’ordine sarà infatti VIETATO NON TOCCARE, input che trasforma e capovolge il modo classico di fruire un’opera d’arte e che si pone l’ambizioso obiettivo di trasmettere sensazioni e emozioni, nonché conoscenza, attraverso il tatto, svelando una “nuova visione” dell’arte.
Il Museo Archeologico delle Acque, a Chianciano Terme, recentemente ristrutturato e arricchito di nuove sale espone, tra gli altri reperti una raccolta proveniente da edifici termali d’epoca romana e un frontone di tempio etrusco di splendida fattura dedicato a divinità delle “acque salutari”. Terme frequentate da papi e imperatori, terme diventate luoghi mondani come Chianciano ai tempi di Pirandello o di Fellini.
Il progetto si inserisce all’interno di una sperimentazione già avviata da diversi anni in Italia (si ricordano tra i primi il Museo Tattile di Pittura Antica e Moderna “Anteros” con sede presso l’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza, fondato nel 1999 a Bologna e il Museo Tattile Statale Omero di Ancona), ma bisognosa di vedere rinnovato il suo valore scientifico e sociale con nuove soluzioni come appunto l’itinerario promosso dal museo di Chianciano Terme.
Si tratta di un percorso attrezzato per fornire non solo le spiegazioni di un’opera esposta attraverso pannelli in caratteri Braille, ma anche la riproduzione tattile in scala dell’oggetto. In concreto, di ciascuna opera è stato eseguito uno stampo in creta “negativo” in cui sono stati trasposti tutti i particolari. Dallo stampo, con gomma siliconata, è stato realizzato l’originale “positivo” che i non vedenti possono leggere con le dita. Lungo il percorso saranno esposte copie di monumenti famosi e importanti quali la Mater Matuta – statua cinerario femminile con bambino in braccio – e un’urna cineraria con raffigurazione del defunto accompagnato da Vanth. Il visitatore potrà poi conoscere anche altri oggetti come la riproduzione di un canopo, dalla necropoli di Tolle, di un grande scudo in bronzo del VII sec. a. C. e alcuni vasi in bucchero.
E’ stato realizzato anche un plastico di un edificio sacro, ispirato al tempio dei Fucoli, di cui nel museo si conserva parte del frontone di terracotta, ornato con bellissime statue di divinità e personaggi mitici. Il modello indica tutti gli elementi strutturali del santuario: il tetto, le colonne, le grandi porte, la gradinata del podio, l’ara per i sacrifici, e permette una immediata comprensione.

Il Museo egizio di Berlino presenta per la prima volta in Germania una tesimonianza unica della scienza e dell’arte dell’antichità, il Papiro di Artemidoro. La mostra dal titolo “Anatomy of the World. Science and Art of the Papyrus of Artemidorus” sarà aperta al pubblico fino al 30 giugno 2008 presso il Agyptisches Museum und Papyrussammlung di Berlino.
Il papiro è di singolare importanza per diversi aspetti: Contiene un testo letterario sinora sconosciuto, una carta geografica nonché disegni di teste, mani e piedi umani e di animali esotici. Considerando la scrittura il papiro risale probabilmente al I secolo a.C.
Sono conservati diversi frammenti che appartenevano originariamente ad un rotolo di papiro largo 2,5 metri e alto 32,5 centimetri. Essi vennero rinvenuti assieme a diversi papiri documentari del I secolo d. C. nel villaggio di Antaiupolis nell’Alto Egitto. Se il rotolo sia anche stato scritto lì, non è tuttavia accertato. Considerando l’alta qualità dei disegni si potrebbe anche pensare ad Alessandria.
Il recto del rotolo era stato scritto dapprima con passaggi del testo del geografo greco Artemidoro, nato nel II secolo a. C. ad Efeso e che ebbe la sua massima fioritura all’inizio del I secolo a. C. Artemidoro divenne più tardi una personaltà famosa di Efeso, quando con un’ambasciata a Roma riottenne per la sua città natale le entrate dei diritti di pesca, per cui venne in seguito onorato con una statua d’oro.
Anche i suoi viaggi di ricerca sulle coste dei mari noti, gli procurarono grande notorietà. Secondo le affermazioni dei geografi, Artemidoro aveva compiuto viaggi in tutto il Mediterraneo ed era giunto persino all’”Okeanos”, al di là delle colonne d’Ercole, cioè nel’Oceano Atlantico che nell’antichità era ritenuto la fine del mondo.
L’opera principale di Artemidoro era nota nell’antichità con i nomi di “Geografia” e “Viaggi lungo le coste” ed era composta di undici libri nei quali egli descriveva tutto il mondo conosciuto, aggiungendo ai dati sulla localizzazione dei luoghi, informazioni di carattere storico ed etnografico.
Strabone, il più noto geografo dell’antichità, ha definito l’opera come “Corografia”. I geografi posteriori stimavano particolarmente l’attendibilità di Artemidoro, in merito alle distanze e misurazioni indicate.
Fino ad ora erano stati tramandati soltanto alcuni frammenti dell’opera di Artemidoro attraverso citazioni di autori più tardi, mentre nel nuovo papiro sono conservati due passaggi più lunghi, nelle colonne 1-3 la prefazione sul significato della geografia e i compiti del geografo, nelle colonne 4 e 5 l’inizio del secondo libro con la descrizione della Spagna.

I geroglifici
Nonostante quello che potrebbe apparire ad una prima occhiata, la scrittura geroglifica (”medu necer” in egizio, o anche “bau Ra“, rispettivamente “parole divine” o “forze di Ra”) non è una scrittura ideografica, o meglio, lo è solo in parte.
In realtà, i geroglifici sono un sistema misto, in parte fonografico (un simbolo = un suono) ed in parte ideografico (un simbolo = un concetto), a cui si aggiungono dei simboli detti “determinativi” che hanno solo un valore semantico e che servono esclusivamente a precisare in modo visuale il senso delle parole a cui sono uniti.
Gli ideogrammi sono segni che notano una parola, come per esempio le nostre cifre: “5″ significa e si pronuncia “cinque” senza ricorrere alle lettere “c-i-n-q-u-e”.
In egizio, “acqua” si scrive con tre linee a zig-zag.

I fonogrammi sono simboli che indicano uno o più suoni, derivano dagli ideogrammi e funzionano un po’ secondo il principio del rebus, cioè sono usati in base alla loro pronuncia senza tenere conto del loro significato.
Per fare un esempio in italiano potremmo scrivere “amore” attraverso dei disegni che convenzionalmente rappresentano un “amo” e un “re”.

Amo + Re = “Amore”
Oppure, tanto per fare un altro esempio, è un po’ come nelle abbreviazioni negli sms: se io scrivo “c 6 x pranzo?” uso tre “ideogrammi” (la lettera “c”, la cifra “6″ e l’operatore matematico “x”) in maniera “fonografica”, senza cioè tenere conto del loro significato, ma considerando solo il loro valore fonetico, come si pronunciano in pratica.
I determinativi invece sono dei simboli che non si leggono: vengono posti (uno o anche più di uno) alla fine delle parole per indicarne in modo più o meno dimenticato la categoria di significato; prendendo l’esempio precedente, alla parola “amore” posso aggiungere il disegno di un “cuore” per indicare che si tratta di un sentimento, e magari anche una faccina che sorride per indicare che si tratta di un concetto positivo.

Amo + Re + det. “sentimento” + det. “positivo” = “amore”

Inauguriamo oggi un mini corso online gratuito di lettura di geroglifici egiziani, curato da Marwan Kilani Gianola. Il corso tenterà di porre le basi per la comprensione delle regole generali di decifrazione dei geroglifici e della loro interpretazione grazie all’approfondimento dei primi rudimenti dell’antica lingua egizia. L’approccio è dichiaratamente divulgativo, per consentire a tutti di avvicinarsi a questo affascinante universo di simboli e storia. (ndr)
La Lingua
La lingua egizia (detta in egizio classico “ra en (remec) Kemet”, in copto “taspe ntmntrmnkême”) è una lingua antichissima, forse la più antica di cui abbiamo attestazioni scritte.
L’egizio è considerato un gruppo linguistico a sé stante, e in genere viene collegato con la macrofamiglia delle lingue camito-semitiche; la questione però non è del tutto chiara, e alcuni specialisti hanno persino proposto di vedere l’egizio come una sorta di creolizzazione tra una lingua camitica ed una lingua semitica, immaginando la sovrapposizione di quest’ultima su uno strato indigeno preesistente (forse in occasione della diffusione del neolitico?).
Quello che è certo è che si tratta della lingua di cui possiamo seguire più a lungo l’evoluzione (dalla prima metà del III millennio a.C. fino al XIV sec. d.C., ben oltre 4000 anni; per fare un paragone si pensi che il cinese, altra lingua dalla lunga storia, è attestato per “solo” poco più di 3000 anni).
Come è immaginabile in questo lunghissimo tempo l’egizio è cambiato, più volte e profondamente: la lingua di uno scalpellino di Cheope sarebbe probabilmente risultata del tutto incomprensibile ad un copto del medio evo.
Vista la sua lunga storia, si possono dunque riconoscere diverse “fasi” della lingua, in genere classificate nel seguente modo (i termini e le date variano un po’ a dipendenza dei testi di riferimento) :
egizio arcaico (tavolette delle prime dinastie, sigilli …) ; ~3000 a.C.
egizio antico (testi delle piramidi …) ; ~3000 a.C. - ~2200 a.C. (dinastie I-VIII)
egizio medio/egizio “classico” (Sinuhe, Ptahhotep, testi dei sarcofagi,…); ~2200 a.C. - ~1600 a.C (dinastie IX-XVII)
neoegizio (contratti, lettere,…); ~1600 a.C. - ~700 a.C. (dinastie XVIII-XIV)
egizio tardo/demotico/tolemaico (testi letterari, contratti,…); ~700 a.C. - ~200 d.C. (dalla XXV dinastia all’epoca romana)
copto (testi cristiani, lettere, graffiti,…); ~200 d.C. - 1400 d.C.
La profondità dei cambiamenti da una fase all’altra non è omogenea, in genere si tende a considerare due stadi principali di evoluzione, il primo comprendente egizio arcaico, egizio antico e egizio classico, il secondo neoegizio, demotico e copto.
In genere conoscendo la lingua di una fase di uno stadio, si arriva a capire grosso modo anche i testi delle altre fasi dello stesso stadio, ma difficilmente si potranno capire i testi dell’altro stadio. In pratica, conoscendo l’egizio classico si arriva a capire anche un testo in egizio antico, ma sarà praticamente impossibile capire un testo tolemaico, e vice versa conoscendo per esempio il copto, ci si dovrebbe poter districare anche con un testo neoegizio, ma i testi delle piramidi rimarranno incomprensibili.
Del resto, è come con il latino e l’italiano: se per esempio un cinese imparasse il latino repubblicano potrebbe arrivare a capire anche un’epigrafe in latino arcaico, o un testo della tarda antichità, ma difficilmente potrà leggere i Promessi sposi; vice versa, se lo stesso cinese dovesse imparare l’italiano di Manzoni, sicuramente non avrà difficoltà a capire un testo in italiano moderno, e con un po’ d’impegno potrebbe capire anche l’italiano di Petrarca, ma il latino di Cicerone gli resterà incomprensibile.
Queste suddivisioni però riguardano in verità soprattutto la lingua vernacolare, usata nel parlato e nei testi “privati” (lettere, contratti …); nella letteratura, nei documenti ufficiali e nei testi sacri invece si continuerà ad usare correntemente l’egizio classico almeno fino alla fine del nuovo regno, seppur via via sempre più imbastardito dalla lingua parlata (non è raro trovare degli “errori” grammaticali nei testi del nuovo regno scritti nella lingua classica), per ridursi poi in epoca tolemaica quasi esclusivamente a lingua sacra o per documenti importanti; ancora una volta un po’ quello che è successo da noi con il latino.
Imparando l’egizio classico dunque si avrà accesso (con maggiore o minore difficoltà, ovviamente, a dipendenza dell’epoca, e spesso dello scriba) alla parte principale della letteratura egizia (sacra e profana), e per questa ragione sarà proprio l’Egizio Classico il soggetto di questo minicorso.

L’Assessorato BB.CC.AA. e P.I. della Regione Siciliana ha recentemente emanato un decreto (D.D.G. n° 5085) pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Regione del 15 febbraio 2008. Il fine del provvedimento è quello di costituire elenchi di professionisti nel campo dei Beni Culturali a cui le nove Soprintendenze provinciali e la Soprintendenza del Mare potranno affidare “incarichi di servizi tecnici, non aventi natura di lavori pubblici, il cui importo stimato sia inferiore a 100.000,00 euro, I.V.A. esclusa”.
Chi è interessato ad essere incluso negli elenchi deve inviare all’Assessorato una domanda corredata da curriculum vitae e dalle attestazioni di precedenti collaborazioni prestate alla “Pubblica Amministrazione dei Beni Culturali, regionale e statale, o enti di pari natura giuridica operanti nell’Unione Europea” e/o “in progetti universitari curati da dipartimenti universitari operanti nell’Unione Europea” per periodi minimi di 12 o 24 mesi nell’ultimo quinquennio, a seconda dei vari profili.
In questo articolo si tratterà prevalentemente di Archeologi che operano sui cantieri di scavo.
La pubblicazione del D.D.G. 5085/08 ha innescato un grande dibattito tra coloro che sono già stati collaboratori esterni, coloro che vorrebbero diventarlo, docenti universitari, funzionari di soprintendenza.
Per poter esprimere un giudizio nel merito e comprendere a fondo le conseguenze di questo provvedimento regionale è bene considerare la situazione pregressa ed attuale dei collaboratori esterni nell’ambito delle attività condotte dall’Assessorato Regionale di cui le Soprintendenze rappresentano organi periferici.
In Sicilia gli interventi di ricerca archeologica sistematica e pianificata, ovvero non di emergenza, oltre che dalle Università (italiane e non) che operano su concessione, vengono promosse dall’Assessorato Regionale tramite le Soprintendenze e spesso finanziati con fondi europei (progetti P.O.R.) dei quali la Regione è beneficiaria in base alla presentazione di progetti di valorizzazione del patrimonio culturale. La prassi più frequentemente adottata dalle Soprintendenze è quella di bandire una gara di appalto a cui partecipano imprese edili. La ditta che si aggiudica i lavori dovrà procedere all’assunzione della manodopera non qualificata e alla fornitura dei mezzi e dei materiali previsti dal capitolato.
Il personale scientifico (archeologi, disegnatori, restauratori etc.) che dovrà operare sul cantiere di scavo viene direttamente contattato dalla Soprintendenza secondo un criterio puramente discrezionale da parte di funzionari e/o dirigenti che, nei casi migliori, hanno l’interesse a garantire continuità scientifica alla ricerca e ad assicurarsi, tramite la considerazione del curriculum e/o la segnalazione da parte di docenti universitari, che la preparazione del collaboratore sia attinente all’oggetto della ricerca.
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Gli Etruschi occuparono un’area che è compresa tra l’Arno a nord e il Tevere a sud, una terra contraddistinta, ancora agli inizi del I millennio a.C., da un sistema di vita preistorico, ma in cui nascerà un popolo ricco che importerà dall’oriente gli elementi essenziali delle civiltà organizzate, come l’organizzazione politica, la città, la scrittura, l’arte, l’edilizia stabile.
Fondamentali furono le molte risorse che il territorio poteva fornire, con la fertilità del suolo, la pescosità del mare, le risorse boschive, la selvaggina, ma soprattutto le ricchezze minerarie -ferro, rame, piombo argentifero- e il loro sfruttamento fin dalla tarda età del Bronzo.
La richiesta di metallo richiama interessi esterni, i mercanti fenici prima e greci poi, che fondano sulle coste italiane innumerevoli colonie.
In Etruria, l’impetuoso incremento delle società indigene, ridurrà al minimo le influenze straniere e favorirà per intero lo sfruttamento del patrimonio naturale ad uso esclusivo dei locali. Con l’età del Ferro, nel periodo detto “villanoviano”, essi appariranno dotati di un’organizzazione e di un’impronta culturale autonome ed unitarie e si espanderanno verso nord, nella Pianura Padana e a sud, in Campania, aumentando i contatti con le popolazioni italiche e quelle orientali.
Nell’VIII secolo l’Etruria è ormai entrata in un periodo di fioritura che si manifesta nelle tombe principesche; le aristocrazie importano dall’oriente oggetti di lusso, usati come status symbola, e ne imitano lo stile, in un gusto che viene definito dagli archeologi “orientalizzante”. Raggiunta la prosperità economica, le città etrusche, chiuse ad oriente dalla potenza greca e fenicia e dal loro monopolio commerciale, estenderanno i propri traffici verso occidente e l’Europa centrale, contribuendo a diffondere quelle stesse conquiste tecnologiche e di civiltà che essi avevano appreso dai popoli orientali.
Si sono conclusi i lavori di scavo archeologico presso Marano di Castenaso, con la messa in luce di una necropoli protofelsinea risalente al VII secolo a.C.
L’individuazione dell’area è stata resa possibile grazie alla segnalazione relativa all’affioramento di tracce di frequentazione dell’età del Ferro, effettuata dall’Ispettore Onorario Paolo Calligola; alla fine del 2006 sono stati effettuati dei sondaggi, prima che venisse avviata la costruzione di nuove abitazioni in Via della Pieve, in un lotto di terreno situato di fronte all’antica pieve.
Per definire il dimensionamento dell’area di interesse archeologico, la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna ha prontamente organizzato un gruppo di lavoro costituito da volontari e Ispettori Onorari, sotto la guida dell’archeologa Caterina Cornelio.
Queste nuove indagini hanno individuato prima un segnacolo tombale e in seguito alcune fosse che, come ha poi appurato il successivo scavo archeologico, sono risultate pertinenti a sepolture. Data la complessità dell’indagine archeologica e la pressante tempistica del cantiere, la proprietà VMC Costruzioni di Casalecchio di Reno e la ditta appaltatrice, nonché responsabile della Direzione Lavori, DMC Costruzioni s.r.l. di Calderara di Reno, hanno incaricato delle attività archeologiche la società La Fenice Archeologia e Restauro di Bologna.
I lavori di scavo si sono svolti sotto la direzione scientifica del Soprintendente per i Beni Archeologici Luigi Malnati e dell’archeologa Caterina Cornelio; i reperti sono stati prelevati sotto il controllo diretto dei restauratori della Soprintendenza.
Lo scavo delle tombe si è svolto in due tranche, la prima tra la fine del 2006 e i primi mesi del 2007, la seconda - dopo un’interruzione chiesta dalla Direzione Lavori - tra l’autunno 2007 e il gennaio 2008, data conclusiva dei lavori.