12 Novembre 2019

Il Lucus Feroniae e la città etrusca di Capena

La città di Capena era il principale insediamento dei Capenati, comunità italica stanziata nell’ansa del Tevere a sud del Monte Soratte; in base alle notizie riferite dalle fonti, e in particolare da Servio nel commento al libro VII dell’Eneide (hos Cato dicit Veientum condidisse auxilio regi Propertii qui eos Capenam quum adolevissent miserat), doveva essere una fondazione veiente, operata da giovani inviati dal re Properzio. Nell’VIII secolo a.C., grazie alla sua ubicazione dominante la valle del Tevere, doveva avere notevole importanza nel controllo dei traffici commerciali a lungo raggio a nord di Roma, ruolo testimoniato dal ritrovamento di oggetti di lusso provenienti dall’area enotria e da quella cicladica. Nel VII secolo il centro doveva inoltre ospitare una produzione di ceramiche di impasto di notevole livello, caratterizzate da decorazioni orientalizzanti a incavo e incisione.

Capena è ancora un centro abbastanza rilevante tra VI e V secolo, quando vengono realizzate le mura urbiche: sembra tuttavia avere in questo momento essenzialmente la funzione di avamposto militare di Veio, con la quale viene espugnata nel 395 da Furio Camillo. In seguito alla conquista, viene ascritta alla tribù Stellatina e classificata, a partire dal 387 a.C., come municipium foederatum retto da pretori.

Il territorio di Capena comprendeva un santuario di notevole importanza e ricchezza lungo il corso del Tevere, il lucus Feroniae, sacro a una divinità sabina, di carattere ctonio, protettrice delle acque sorgive; fondato secondo la tradizione insieme a Capena, dagli stessi giovani veienti, era anche sede di un importante mercato e di un insediamento annesso. Il luogo di culto, collegato con Capena attraverso la via Capenate, doveva essere tanto ricco da subire, nel 211 a.C., il saccheggio dell’esercito di Annibale, che varcò apposta il Tevere. L’insediamento divenne sede di colonia all’inizio dell’età imperiale, col nome di Iulia Felix Lucus Feroniae.

In età imperiale Capena doveva aver ormai perso ogni rilievo, pur continuando la sua vita; il suo territorio doveva essere occupato da ville, la più nota delle quali è la Villa dei Volusii, e latifondi. In età alto medievale il pianoro mostra tracce di vita solo nella sua parte orientale, dove sorgeva una chiesetta dedicata a San Giovanni, ricordata in una bolla del 1203.
Il centro, ubicato circa 3 km a nord est rispetto alla Capena attuale, era arroccato in località Macchie, sul Colle Civitucola, un pianoro tufaceo a quota compresa tra i 175 e i 189 m sul livello del mare, naturalmente difeso e lambito da due affluenti del fosso Gramiccia, l’antico fiume Capenas. Tracce di stanziamenti databili nel corso dell’età del ferro sono state individuate nelle parti settentrionale e sud orientale del pianoro, che doveva essere occupato nella sua interezza da nuclei sparsi.
Probabilmente in età tardo arcaica (seconda metà VI – prima metà V secolo a.C.) sono realizzate le mura in opera quadrata di tufo, che circoscrivono una superficie di circa 5 ettari. Di esse sono conservati alcuni brevi tratti, nei quali i blocchi, di notevoli dimensioni, sono disposti irregolarmente per testa e per taglio. Nella fortificazione si aprivano tre porte, nei lati ovest, sud ed est. Il sottosuolo del pianoro è interessato nella sua totalità da pozzi e cunicoli afferenti a un complesso sistema di approvvigionamento idrico, in uso probabilmente già a partire dall’età arcaica.
Successivo alla conquista romana, probabilmente edificato tra il II e il I secolo a.C., è l’edificio a pianta rettangolare in opera cementizia con paramento in opera incerta, il cosiddetto Castellaccio, le cui rovine emergono al centro del pianoro, a quota 186 m sul livello del mare.
La costruzione, articolata in due ambienti e ampiamente rimaneggiata in età post antica, è stata variamente interpretata come sepolcro, basilica, cisterna, edificio medievale, villa. Doveva verosimilmente trattarsi, invece, di un edificio pubblico, forse un tempio.

A oriente del Castellaccio è stata identificata l’area del Foro, che doveva essere lastricato in travertino. Probabilmente da qui provengono le basi onorarie con dediche a Settimio Severo, Giulia Domna, Caracalla, poste nel 198 d.C. dal pretore della città Manilio Crescente. Altre iscrizioni onorano Aureliano, Gordiano III e le sacerdotesse di Cerere e Venere Giulia Paolina e Varia Italia.
Dal foro e dal Castellaccio partivano due percorsi basolati interni alla città, una costeggiante il lato sud e l’altra il lato nord, che si collegavano fuori dalle mura con la viabilità extraurbana diretta a Lucus Feroniae e ai centri circostanti. Un ulteriore percorso basolato attraversava il pianoro in senso est ovest e intersecava l’area del foro; lasciava Capena dalla porta occidentale e raggiungeva Veio e la via Flaminia.
Ad età imperiale risale un ambiente riscaldato, probabilmente appartenente a un edificio termale, situato nell’area est del pianoro. Si ha inoltre notizia di un edificio absidato di epoca alto medievale, il cosiddetto Tempio di Cesare Augusto, nel quale va probabilmente identificata la chiesetta di San Giovanni. Nei pressi di questo edificio sono stati portati in luce da scavi clandestini resti di epoca tardo antica.

Meglio note dell’abitato sono le necropoli, indagate tra la fine dell’ottocento e primi del novecento, ubicate sulle colline circostanti, nelle località S. Martino, Le Saliere, Le Macchie, Monte Cornazzano, Monte Pacciano, Monte Cuculo, probabilmente da non considerarsi di pertinenza esclusiva degli abitanti di Capena. Le fasi più antiche di questi sepolcreti dovevano essere caratterizzate da tombe a fossa o pozzetto, anche con deposizioni entro tronco d’albero.
A partire dall’età orientalizzante sono attestate tombe a camera, con schema planimetrico a lungo dromos e camera sepolcrale a pianta quadrangolare, con loculi alle pareti e banchine. I corredi erano di notevole valore: quelli maschili comprendevano armi tra cui spade lunghe e corte e dischi corazza, quelli femminili cinturoni rettangolari a placche con borchie e ornamenti in oro realizzati con le tecniche della granulazione e della filigrana. Le ceramiche rinvenute, di alta qualità, comprendono esemplari in impasto con decorazioni incise e plastiche e vasi italo geometrici.
Le sepolture datate in età repubblicana, per lo più a lungo corridoio ai lati del quale si dispongono le camere funerarie o a fossa con copertura alla cappuccina, sono caratterizzate dall’abbondante presenza di ceramica a vernice nera con decorazione a figure rosse, tra cui il celebre poculum con la raffigurazione di un elefante con bardatura da guerra, seguito da un altro elefantino: l’immagine è stata interpretata come rappresentazione del passaggio di Pirro. Le necropoli mostrano continuità di utilizzo per tutta l’età imperiale, quando dovevano servire per le ville del territorio.
Con la caduta dell’Impero Romano e l’avvento delle invasioni barbariche, parte della popolazione del territorio capenate abbandonò l’agro e diede origine a nuclei di insediamento in collina dai quali dovettero avere origine gli attuali centri di Fiano Romano, Civitella San Paolo e Nazzano.

Bibliografia
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About Francesca Romana Paolillo

Sono nata a Roma nel 1981. Laureata con lode presso l’Università di Roma “La Sapienza”, con tesi in Archeologia e Storia dell’Arte Greca e Romana (“Analisi archeologica e ricostruzione dei paesaggi antichi nei territori del Latium vetus a nord est di Roma. Nomentum, Corniculum, Ficulea, Caenina, Collatia, Cameria”; relatore prof. Andrea Carandini, correlatore prof. Paolo Carafa, Anno Accademico 2004-2005), attualmente frequento la Scuola di Specializzazione in Archeologia, indirizzo classico, presso la stessa Università.
Sono responsabile di settore presso il cantiere di scavo alle pendici settentrionali del Palatino (aree della c.d. Domus Publica e del santuario e del vicus di Vesta), sotto la direzione scientifica del prof. Carandini.