20 Settembre 2019

Si apre la grande mostra sui Longobardi a Torino

Elmo di NiederstotzingenApre il 28 settembre a Torino, presso Palazzo Bricherasio e il 30 settembre all’Abbazia di Novalesa la grande mostra dedicata ai Longobardi, dal titolo: I Longobardi. Dalla caduta dell’Impero all’alba dell’Italia.

Curata da Gian Pietro Brogiolo e organizzata in collaborazione con la Provincia di Torino e grazie al contributo della Fondazione CRT, l’esposizione si sofferma sul periodo che va dal 400 al 700, ossia dalla crisi seguita dalla caduta dell’impero d’Occidente fino al consolidamento dei nuovi stati sorti sulle sue rovine.

L’obiettivo è di definire, nel lungo periodo, un quadro delle trasformazioni strutturali (nelle istituzioni, nell’organizzazione dell’insediamento nelle città e nelle campagne, nel ruolo delle aristocrazie e della Chiesa), per poter meglio apprezzare i cambiamenti introdotti nel primo secolo di dominazione longobarda. E il filo conduttore è quello del confronto culturale e della progressiva fusione tra i barbari e le popolazioni romane: scontro e incontro tra culture in un periodo storico cruciale per la storia europea, nel quale hanno avuto origine la gran parte delle attuali nazioni.
Un leit motiv che si sviluppa intrecciando tre diversi orizzonti geografici: il Piemonte, l’Italia, l’Occidente mediterraneo.

Il Piemonte ha un ruolo privilegiato in questa mostra non solo perché la ospita, ma anche per ragioni storiche e per la qualità e quantità dell’informazione prodotta dalla ricerca archeologica. In età longobarda era una regione chiave per la sua posizione geografica di confine con i Franchi, saldamente insediatisi nella Val di Susa fin dagli anni ’70 del VI secolo, per il ruolo delle aristocrazie longobarde in grado di esprimere, tra fine VI e prima metà del VII secolo, re come Agilulfo (590-615) e Arioaldo (626-636), entrambi duchi di Torino.
La sua importanza politica è confermata dalla ricchezza dei ritrovamenti archeologici della fase gota e longobarda, a partire da quello recente e eccezionale di Collegno (a pochi chilometri da Torino, lungo la strada per le Gallie), dove si sono potuti indagare parallelamente l’abitato e la necropoli.

Passando al quadro nazionale, le vicende dell’Italia, dopo la caduta dell’Impero d’Occidente (476), sono cadenzate su tre avvenimenti principali. Nel 489-493, con il favore dell’imperatore d’Oriente la conquistò Teodorico, re dei Goti, che cercò di salvaguardare le istituzioni romane collaborando con il senato e le aristocrazie. Entrata in crisi quella politica di pacifica convivenza, la svolta alla storia della Penisola venne impressa da vent’anni di guerra (dal 535 al 553) promossa dall’imperatore d’Oriente Giustiniano per riannettere l’Italia. Ma la riconquista non durò a lungo. I Longobardi, entrati in Italia nel 568, posero fine alla sua unità, occupandone una parte consistente senza essere in grado, per l’esiguo numero, di unificare l’intero territorio in un unico regno. Nei due secoli di dominazione la guerra si prolungò in una serie di contese locali, mentre le terre dell’Impero bizantino venivano sempre più circoscritte, oltre che alla Sardegna e alla Sicilia, al controllo di Roma e delle coste, necessarie queste per mantenere il dominio dei mari.

Le sezioni della mostra

La prima sezione, articolata in tre nuclei tematici, si sofferma anzitutto sulla trasformazione dello stato e delle aristocrazie, laiche ed ecclesiastiche.
Nella prima parte vengono esposti alcuni oggetti esemplificativi del ruolo e dei simboli della rappresentazione del potere, dall’imperatore Onorio (inizi del V secolo) ai re barbari in Occidente.
Nella seconda parte, intitolata “dai senatori ai duchi”, trovano spazio oggetti (epigrafi e ritratti) che illustrano l’evoluzione dalle aristocrazie tardo-romane a quelle militari dei regni. Famiglie senatoriali come quelle dei Simmaci, dei Nicomaci, degli Anici o dei Lampadi (dei quali è presente in mostra il dittico) occupavano posti rappresentativi nell’amministrazione, come per esempio quello di console.
Con l’arrivo dei Longobardi le fonti alludono solo sporadicamente alle aristocrazie tardo-antiche. Le nuove élites legate alla corte del re sono costituite dai capi militari. Vengono rappresentati in armi, a cavallo, come nelle celebri raffigurazioni dello scudo di Stabio e della fibula circolare di Cividale, esposti in mostra. In ritratti ravvicinati, ne possiamo osservare la tradizionale acconciatura di capelli, folte barbe e baffi come negli anelli sigilli (ad esempio quello della tomba 2 di Trezzo), in alcuni bassorilievi (eccezionale è quello di Novara) o nella singolare decorazione di un vasetto in ceramica recentemente rinvenuto negli scavi di Vicenza. Nella terza parte vengono esposti oggetti che si riferiscono al ruolo del vescovo, che dal 400 al 600 consolidò la sua influenza sul potere grazie all’espansione del Cristianesimo e al suo importante ruolo nella società tardo-antica. Con la conversione dei barbari dall’arianesimo al cattolicesimo, i vescovi diventano un sostegno fondamentale alla politica dei re barbarici, mentre il papa di Roma assume una funzione di indirizzo morale per l’intero Occidente. Il mondo antico sopravvive, pur cambiando, soprattutto grazie alla continuità della Chiesa come istituzione (un vescovo in ogni città con una rete di chiese battesimali distribuite nelle campagne e una comunità di fedeli che va al di là delle singole nazioni) e come ideologia, che si traduce non solo in consuetudini collettive scandite da feste religiose e processioni, ma anche nella conservazione, all’interno delle biblioteche dei monasteri e dei vescovi, di tanti testi profani classici. La continuità con il mondo antico si ravvisa anche nella conservazione di molti monumenti e del loro apparato decorativo, in particolare dei palazzi del potere, oltre che nell’ininterrotto uso delle chiese paleocristiane. Il prestigio di una città viene misurato, oltre che per la sua dimensione, dal numero delle reliquie dei santi – dapprima dei martiri delle persecuzioni poi dei primi vescovi – che a partire da sant’Ambrogio vengono utilizzate sia come baluardo protettivo di fronte ai nemici, sia come strumento di coesione sociale e politica interna. E nel paesaggio urbano erano tenuti in gran conto anche altri relitti del passato: codici, oreficerie, suppellettili di pregio che costituivano il tesoro dei potenti.

La seconda sezione della mostra racconta, grazie all’esposizioni di manufatti delle lussuose abitazioni (in mostra quelli inediti della villa di Faragola in provincia di Foggia, i mosaici delle ville e domus del Ravennate, le decorazioni del palazzo di un ricco signore visigoto rinvenute a Pla de Nadal in Spagna) e alle ricostruzioni multimediali dei successivi edifici più poveri in materiali deperibili, le trasformazioni più marcate tra il V e il VII secolo, quelle che si manifestarono nelle strutture insediative, e nei modi del vivere quotidiano.
Diversi sono i pareri, allo stato attuale della ricerca, sull’origine dei processi che portarono alla scomparsa pressoché generalizzata delle lussuose residenze romane. Per alcuni si svolsero all’interno della società tardo-antica che, persa la dimensione imperiale, dovette adattarsi ad ambiti ed economie regionali, nelle quali le merci mediterranee (ceramiche fini da mensa e anfore di produzione africana e orientale) cominciano ad affluire in modo selettivo. Nelle città bizantine senza palesi contrazioni, non solo a Roma (come esemplificano i materiali inediti dai nuovi scavi della Crypta Balbi, esposti in mostra) ma anche nei porti spagnoli (Cartagena), franchi (Marsiglia) e italiani (Napoli, Otranto, Ravenna), dai quali raggiungono poi solo alcuni centri dell’entroterra.
Per altri la crisi interna, determinata da uno stato di guerra endemico, venne aggravata dai barbari che, a differenza degli immigrati attuali, si insediarono da padroni, controllando lo stato e l’esercito, acquisendo forzosamente proprietà e affermando proprie tradizioni e stili di vita.

In una terza sezione vengono esposti alcuni manufatti che illustrano il clima di insicurezza di quel periodo, che porta alla militarizzazione della società, accompagnata da una crescente attenzione rivolta ai sistemi di difesa. Le città vengono cinte da mura sempre più possenti. Lungo le strade e nei punti strategicamente rilevanti sorgono castelli per iniziativa dello Stato. Anche le popolazioni locali riscoprono i siti di altura come sede abitativa.
La militarizzazione della società ebbe conseguenze anche sugli aspetti del vivere civile: le tasse fondiarie non vennero più raccolte capillarmente, l’amministrazione venne semplificata, il potere passò dai funzionari civili ai capi militari. Testimonianze indiretta di quel periodo di incertezza e di pericolo sono anche i numerosi tesori, costituiti da monete (come quelle recentemente rinvenute nello scavo della chiesa di Pava in provincia di Siena), gioielli (in mostra quelli rinvenuti a Desana) e suppellettili preziose (quali i piatti argentei di Isola Rizza e di Arten o i vasi liturgici di San Galognano (Siena)) nascosti in momenti di difficoltà e poi non più recuperati dai legittimi proprietari.

La società multietnica dell’età delle invasioni trova un peculiare riflesso nei rituali della morte, ai quali è dedicata una corposa quarta sezione. I Romani continuano a seppellire nelle necropoli antiche o in quelle sorte presso le chiese, soprattutto in rapporto alle presenza di reliquie (sepolture cosiddette ad sanctos), e affidano il ricordo del defunto ad un testo epigrafico. Componenti sempre più consistenti della società longobarda adottano nel corso del VII secolo l’uso di costruire cappelle funerarie private, come quella costruita da Gunduald, commerciante di schiavi e proprietario terriero, nel 680 a Campione d’Italia. Venne utilizzata per quattro generazioni fino a che l’ultimo discendente, Totone, la donò al monastero di Sant’Ambrogio di Milano.
La maggior parte dei Longobardi continuava peraltro ad inumare in necropoli in campo aperto, con sepolture deposte, in modo regolare, a righe parallele. Tombe che si caratterizzano per la forma, quali quelle delle fasi più antiche sormontate da case in legno, e per il corredo, la cui ricchezza è in rapporto al genere, all’età e alla posizione sociale del defunto che vede al più alto livello gli uomini con armi. Mentre al livello più basso della società i servi vengono talora sepolti nei cortili presso le abitazioni di povere capanne. La presenza di alloctoni in Italia è segnalata oltre che dai corredi, in casi eccezionali da consuetudini ancestrali quali la deformazione cranica che veniva praticata da alcune popolazioni nomadi.
In questa sezione trovano spazio numerosi corredi tombali longobardi provenienti dalle più importanti necropoli italiane, da Cividale del Friuli, Nocera Umbra, Trezzo ecc. e dal Piemonte: oltre a quella di Borgo d’Ale, quattro corredi da quella di Collegno, recentemente scoperta e scavata dalla Soprintendenza archeologica del Piemonte. Si tratta di oggetti di oreficeria e di alto artigianato, che si ispirano alle produzioni bizantine oltre che alle iconografie tradizionali dei popoli barbarici. Ed è proprio nelle manifestazioni artistiche che si avvertono i sintomi di quel processo di fusione tra i popoli in grado di dar vita, tra VI e VII secolo, alle nuove nazioni europee che usualmente definiamo come romano-barbariche.

Nella quinta sezione, alla fine del percorso espositivo torinese, vengono proposte alcune opere di età moderna (quadri storici, falsi) per riflettere sulla costruzione del mito dei barbari ad opera della storiografia dell’Ottocento e del primo Novecento, che li ha spesso presentati in una luce distorta di violenti distruttori dell’Impero romano rispetto ad una realtà storica che appare più variegata e complessa.

I Longobardi tra Storia e Mito
di Gian Pietro Brogiolo

Nei celebri versi dell’Adelchi (Dagli atri muscosi e dai fori cadenti…) e in modo più ragionato nel Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, pubblicati entrambi nel 1822, Alessandro Manzoni esprimeva, in chiave antiaustriaca, un pesante giudizio negativo sui Longobardi. Un grido di dolore da fine della civiltà, da day after, non molto diverso da quello tratteggiato, in un quadro europeo, da Brian Ward Perkins in un suo volume del 2005, dal titolo assai esplicito: The Fall of Rome and the End of Civilisation, nel quale sostiene, per alcune regioni dell’Impero d’Occidente, un ritorno non solo all’età del Ferro, ma addirittura all’età del Bronzo. Con queste drammatiche conclusioni, lo studioso inglese riprende con nuovi argomenti l’interpretazione catastrofista che già era stata, nel XVIII secolo, proposta da un grande storico britannico Gibbon, in opposizione all’idea ora prevalente nella storiografia occidentale, di una lunga e feconda transizione dall’Impero romano a quello carolingio, attraverso la formazione degli stati nazionali europei.
Anche sulla “questione longobarda”, ovvero sugli effetti della dominazione di questo popolo scandinavo che dopo alcuni decenni di stanziamento in Pannonia si trasferì definitivamente nel 568 in Italia, un’altalena di punti di vista percorre l’intera storiografia italiana, dal Medioevo fino ai nostri giorni. Alla rivalutazione che ne fecero nel XIV secolo autori come Galvano Fiamma a supporto dell’espansionismo dei Visconti che si consideravano naturali eredi dei Longobardi, si contrappose un riscontro fortemente critico in Flavio Biondo (1392-1463), mentre più positive furono le considerazioni espresse da Niccolò Machiavelli (1469-1527), Cesare Baronio (1588-1607) e Ludovico Antonio Muratori (1672-1750).
Perseverando in questa doppia lettura, la storiografia dei secoli XIX e XX dipinge i Longobardi di volta in volta come crudeli invasori che provocano una netta cesura della civiltà classica (da Carlo Troya a Giampiero Bognetti) o come un gruppo già in larga misura romanizzato che, una volta insediato nelle terre dell’Impero, collabora proficuamente con le aristocrazie locali nel dar vita ad una nuova nazione (da Carl von Savigny a Gioacchino Volpe fino a Walter Pohl).
I Longobardi sono peraltro solo uno dei popoli che si insediarono nelle terre dell’Impero romano d’Occidente, fin dagli inizi del V secolo, quando le fortificazioni sul Reno vennero superate da gruppi di Germani che dilagarono nella Gallia e nella Hispania, mentre in Italia Alarico saccheggiava Roma. L’Impero trattò con alcuni (Visigoti, Burgundi, Franchi), altri (gli Unni di Attila) riuscì a sconfiggerli, riuscendo a sopravvivere fino al 476, quando il comandante militare Odoacre depose Romolo Augustolo e rispedì le insegne imperiali all’imperatore d’Oriente.
Un giudizio sui Longobardi non può dunque prescindere da una parallela disanima dei nuovi stati romano barbarici che si affermarono, al termine di lunghi conflitti spesso intestini in Gallia con il regno dei Franchi e in Hispania con quello dei Visigoti.

La mostra non prende una posizione netta rispetto alle due tradizioni storiografiche che ho ricordato e che si fronteggiano da mezzo millennio nel giudicare le cause della fine dell’Impero in rapporto alle invasioni (che la storiografia d’Oltralpe, tedesca e anglofona, ha da sempre definito con il termine più positivo di migrazioni di popoli). I contributi del catalogo sono stati perciò affidati a studiosi che hanno maturato idee differenti su queste vicende. Così come diversi sono oggi i pareri, non solo degli studiosi ma anche della gente comune, nel cercare di capire una situazione storica per certi versi simile a quella tardo-antica, che ci pone di fronte ad una massiccia e inarrestabile immigrazione che, come 1500 anni or sono, ci sta portando assai rapidamente (in Italia in meno di vent’anni) verso società multietniche, multiculturali e multireligiose che saranno certamente diverse (anche se ci risulta arduo capire quanto e come) rispetto a quelle alle quali noi europei ci eravamo abituati da più di un millennio. E non è difficile scorgere nelle contraddittorie interpretazioni delle vicende che accompagnarono la fine dell’Impero d’Occidente un riflesso del dibattito attuale tra chi vede l’immigrazione come un’opportunità non solo economica ma anche di arricchimento culturale e chi ne paventa i rischi e le prospettive incerte. E’ dunque non privo di interesse ripensare ad un periodo simile al nostro, anche se poco hanno al riguardo da insegnarci le vicende di quel passato ormai lontano, che si incanalò su percorsi diversi da nazione a nazione.

Testo a cura dell’Ufficio Stampa di Palazzo Bricherasio

Informazioni

Titolo: I Longobardi. Dalla caduta dell’impero all’alba dell’Italia
Sede: Torino. Palazzo Bricherasio e Novalesa. Abbazia di Novalesa
Date:
dal 28 Settembre 2007 al 6 Gennaio 2008 – Palazzo Bricherasio, Torino; dal 30 Settembre al 9 Dicembre 2007 – Abbazia di Novalesa, Novalesa (To)
Orari: Palazzo Bricherasio. Lunedì 14.30 – 19.30; da martedì a domenica: 9.30 – 19.30; giovedì e sabato: 9.30 – 22.30.
Abbazia di Novalesa. Lunedì: chiuso; da martedì a domenica: 10.00 – 17.00
Biglietto: Palazzo Bricherasio – intero 7,50 euro e ridotto 5,50; Abbazia di Novalesa – gratuito
Catalogo: Silvana Editoriale
Recapiti: tel. 011 5711811 – www.palazzobricherasio.it

Fotografie dalla mostra

Placca in oro raffigurante guerriero Longobardo, inizio VII sec. - inv. 925
Placca in oro raffigurante guerriero Longobardo, inizio VII sec. – inv. 925
Museo Archeologico Nazionale, Cividale del Friuli (UD)

Mosaico di Meldola (semiluna)
Mosaico di Meldola (semiluna)
Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna

Croce di Saint Germain, metà VII sec.
Croce di Saint Germain, metà VII sec.
Argento, pietre dure, legno
Musée jurassien d’art et d’histoire, Delémont (Suisse)

Fibula A e B, ambito ostrogoto (argento, ferro, pasta vitrea) - Inv. E. I 3138 A - B
Fibula A e B, ambito ostrogoto (argento, ferro, pasta vitrea) – Inv. E. I 3138 A – B
Museo Archeologico Naturalistico di S. Corona di Vicenza

Elmo di Niederstotzingen
Elmo di Niederstotzingen
Württembergergisches Landesmuseum, Stuttgart

Dittico dei Lampadi, valva sinistra, IV-V sec.
Dittico dei Lampadi, valva sinistra, IV-V sec.
Brescia, Santa Giulia – Museo della città

Lamina di Agilulfo, 590-612
Lamina di Agilulfo, 590-612
bronzo smaltato e dorato
Museo Nazionale di Bargello, Firenze

Umbone di scudo, ultimo trentennio VI sec. - Inv. 1016
Umbone di scudo, ultimo trentennio VI sec. – Inv. 1016
ferro e lamina in bronzo
Musei Civici di Treviso