19 Novembre 2019

Fra la trowel e il biberon: storia di un’archeomamma

Archeo MammaQuesto articolo è frutto della mia esperienza personale di archeologa da cantiere che ha deciso di avere un figlio.

L’Archeologia e la Maternità sembrano due entità difficilmente associabili: come conciliare, durante la gravidanza, l’attività lavorativa su un cantiere – che implica vari rischi connessi alle oggettive condizioni del luogo di lavoro – con le raccomandazioni che tipicamente ogni ginecologo ribadisce ad una gestante – ad esempio: “evita il contatto con la terra”, “non stare troppo esposta al sole”, “non sottoporti a stress e sforzi”? E, dopo la nascita del bambino, come seguire le attività di scavo col ritmo delle poppate ogni tre ore?

E’ pensabile di poter accettare un incarico lavorativo che si svolga lontano da casa, pernottando fuori sede e tornando a casa solo per il fine settimana? E se il bimbo si ammala, sarà possibile restare a casa dal lavoro per accudirlo? Se ci si assenterà dal lavoro per alcuni mesi, sarà poi facile “rientrare nel giro”?

Molte di queste problematiche riguardano senz’altro tutte le lavoratrici – madri. Quello che rende particolare la situazione delle archeologhe – mamme, o meglio delle archeomamme, è che solitamente non si può contare su una situazione lavorativa stabile e, di conseguenza, sulle tutele della maternità previste dai vari contratti di categoria. E’ vero, se  un’archeologa decide di mettere su famiglia, deve mettere in conto ed accettare tutte le conseguenti difficoltà. Ma deve addirittura abituarsi all’idea che le sarà del tutto impossibile ricominciare a lavorare?

Come accennavo prima, la risposta a quest’ultima domanda dipende in gran parte dall’inquadramento contrattuale in cui l’archeologa si trova all’inizio della gravidanza. Se è assunta da una ditta, è probabile che il datore di lavoro non vorrà, sotto la propria responsabilità, esporre a rischi la lavoratrice facendola rimanere sul cantiere, quindi la destinerà ad una mansione fisicamente meno impegnativa, ad esempio ad attività di ufficio; se ciò fosse impossibile, la lavoratrice entrerebbe in “interdizione” ai sensi della legge n. 151/2001 (Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità), non si recherebbe più al lavoro, ma continuerebbe a percepire il suo stipendio; soprattutto, il datore di lavoro non potrebbe licenziare la lavoratrice incinta. Dall’ottavo mese di gravidanza, e poi per tre mesi dopo la nascita dell’archeobimbo, l’archeomamma usufruirebbe dell’indennità di maternità obbligatoria, astenendosi dal lavoro con lo stipendio pieno. Successivamente l’archeomamma potrebbe tornare al lavoro, ma potrà ancora usufruire di alcuni mesi di “congedo parentale”, con lo stipendio molto ridotto, ma con versamenti contributivi completi. Sarà anche possibile ottenere permessi retribuiti giornalieri per l’allattamento. Senz’altro una situazione non semplice, ma simile a quella di tutte le lavoratrici con famiglia e, soprattutto, normata da regole e diritti.

Nel caso dell’archeomamma – libera professionista con partita IVA (tipicamente non per propria scelta) impegnata su uno scavo archeologico, come sono stata io, le cose sono molto differenti: se il medico sconsiglierà di svolgere l’attività lavorativa sul cantiere ritenuta troppo faticosa – e dunque rischiosa – per la gestante, l’archeomamma non potrà fare altro che smettere da un giorno all’altro di andare al lavoro (con prevedibile disappunto del committente, del referente scientifico e di tutti coloro che siano a vario titolo coinvolti nell’organizzazione dello scavo) e, dunque, di fatturare. Di fatto, in questo momento, l’archeomamma ha ufficialmente perso il lavoro: il committente/datore di lavoro non ha infatti alcun obbligo nei confronti della libera professionista se non quello, eventualmente, di vietarle l’accesso sul cantiere per motivi di sicurezza. Anche la libera professionista ha diritto all’indennità di maternità obbligatoria, ma solo se è in possesso di alcuni requisiti contributivi riferiti all’anno precedente (fortunatamente io questi requisiti li avevo). Può però succedere che se la partita IVA è stata aperta da poco e non si sono ancora presentati i termini per il primo pagamento dei contributi INPS, l’archeomamma non ha maturato i requisiti e quindi addio indennità. Tutte le spese mediche che inevitabilmente si affrontano durante la gestazione (ticket sanitari per le ecografie, analisi, eventuali visite specialistiche, etc.) non saranno deducibili dalla dichiarazione dei redditi della titolare di partita IVA con regime dei minimi.

In assenza di problemi di salute, e accettata con filosofia la forzata astensione dal lavoro e dal reddito, la gravidanza è un periodo molto rilassante e divertente: si ha tempo per studiare e concludere alcune faccende rimaste in sospeso, come il completamento di documentazione di precedenti scavi, pubblicazioni e altre attività che è possibile svolgere a tavolino (e gratuitamente).

L’archeomamma ha l’unico cruccio di dover sopportare tutti coloro che in varie occasioni le consigliano pratiche e rimedi tradizionali sostenendo che “anticamente si è sempre fatto così”: vista la deformazione professionale e le innumerevoli sepolture di giovani donne e di bambini che le è capitato di scavare e documentare, l’archeomamma non può fare a meno di ribattere che “infatti anticamente le donne morivano di parto quasi sistematicamente e i piccoli avevano poche speranze di sopravvivenza” proprio a causa di pratiche che oggi si sa essere sbagliate, della malnutrizione, della mancanza di igiene e di medicine etc. E non potrà fare a meno di visualizzare mentalmente – sempre più spesso man mano che il pancione cresce – le misure del bacino di una donna adulta comparate a quelle del cranio di un neonato del presumibile peso di 3,5 kg..

Questo ultimo pensiero potrà facilmente sfociare in delirio fanta – antropologico lucidamente esposto durante il travaglio ad allibiti ostetrici e ginecologi, che apprenderanno come, a causa della postura eretta dell’homo sapiens, acquisita in tempi relativamente recenti dal punto di vista evolutivo, il bacino della donna non è si ancora morfologicamente riadattato al parto rispetto a quando era una mammifera quadrupede e che il biblico “tu partorirai con dolore” non è un anatema o una profezia, ma una ovvia costatazione dello stato di fatto la cui eziologia è da ricercare nelle condizioni anatomico – antropologiche sopra descritte.

Dopo la nascita del bambino l’archeomamma, come tutte le mamme, passerà un periodo di completa dedizione al piccolo ed il lavoro sarà probabilmente l’ultimo dei suoi pensieri e preoccupazioni. Dopo qualche mese però comincerà a pensare di voler tornare al lavoro e tenterà di riallacciare i propri contatti. Ma quale committente o referente scientifico che sia a conoscenza della sua nuova situazione familiare vorrà coinvolgerla in una più o meno duratura attività di scavo in località più o meno vicine, col rischio che poi l’archeomamma dovrà andare via dal lavoro non oltre gli orari ufficiali o addirittura assentarsi per esigenze del figlio o per altri impegni che comunque non le consentiranno di dedicarsi in via esclusiva al lavoro?

L’attività archeologica sul campo è di fatto estremamente difficile da recuperare durante i primi mesi (o anche anni?) di vita dell’archeobimbo, la cui mamma sarà probabilmente indotta a cercare altri tipi di incarichi, più facilmente conciliabili con la famiglia: se sarà fortunata riuscirà ad ottenere qualche contratto per prestazioni occasionali, generalmente piuttosto brevi, e, per definizione, saltuarie. Almeno però, si svolgono vicino a casa e non richiedono un impegno eccessivo.

L’archeomamma, inoltre, consapevole delle nuove responsabilità, pressata dalla preoccupazione di contribuire al bilancio familiare e con un nuovo ed amplificato senso di autostima, sarà meno incline ad accettare soluzioni lavorative poco dignitose quali contratti scarsissimamente retribuiti, lavori in nero o prestazioni a titolo gratuito (la gamma di “proposte indecenti” fatte agli archeologi è notoriamente piuttosto vasta). Dovrà dunque continuare a sperare e ad adoperarsi per occasioni future, senza perdere la voglia di aggiornarsi e mantenere i contatti, cercando di non rassegnarsi nel frattempo a cambiare definitivamente prospettive ed aspirazioni. In altre parole, ostinandosi a tenere come motto ‘tra la trowel e il biberon’. Altrimenti può tranquillamente decidere di cambiare mestiere di intraprendere la luminosa carriera di archeomamma – casalinga che ha accettato di passare ‘dalla trowel al biberon’.

About Donata Zirone

Donata Zirone è archeologa classica. Ha studiato Conservazione di Beni Culturali a Pisa e si è specializzata a Padova.
Ha collaborato con alcune Soprintendenze ai BB.CC.AA. in Sicilia e con la Scuola Normale Superiore di Pisa per ricerche archeologiche e topografiche in Sicilia e Calabria.
Ha pubblicato studi su materiale ceramico, fortificazioni, siti della Sicilia antica, iconografia.