12 Novembre 2019

Il Lupercale a Roma. Origine, funzioni, e fonti storiche

Lupercale scoperta RomaUn buon numero di fonti antiche ci informa sulle origini e sulla natura del Lupercale, la grotta nella quale giunsero, trasportati dal Tevere in piena, Remo e Romolo, e sui Lupercalia, festività ad esso connessa, dedicata a Lupercus, divinità protettrice della fertilità, del bestiame e del raccolto.

Le principali sono Livio (1), Dionigi di Alicarnasso (2), Virgilio (3), Ovidio (4), Plutarco (5) e Varrone (6).
Il Lupercale e la Ficus Ruminalis – l’albero presso il quale i gemelli vennero allattati dalla Lupa – si trovavano ai piedi del Palatino, probabilmente nella parte sud occidentale, “a ridosso del lato del Palatino sulla strada che porta al circo”, come ci narra Dionigi di Alicarnasso. L’area era compresa nel Cermalus, uno dei monti ricordato da Varrone nella lista di quelli costituenti il Septimontium, centro sul sito di Roma precedente la fondazione della città.
Dionigi di Alicarnasso descrive il luogo di culto come una grotta, circondata da un bosco sacro, all’interno della quale era una sorgente: “E per prima cosa costruirono un tempio a Pan Liceo – per gli Arcadi è il più antico e il più onorato degli dei – quando trovarono il posto adatto.
Questo posto i Romani lo chiamano il Lupercale, ma noi potremmo chiamarlo Lykaion o Lycaeum.
Ora, è vero, da quando il quartiere dell’area sacra si è unito alla città, è divenuto difficile comprendere l’antica natura del luogo.
Tuttavia, al principio, ci è stato detto, c’era una grande grotta sotto il colle, coperta a volta, accanto a un folto bosco; una profonda sorgente sgorgava attraverso le rocce, e la valletta adiacente allo strapiombo era ombreggiata da alberi alti e fitti.
In questo luogo costruirono un altare al dio e fecero il loro tradizionale sacrificio, che i Romani hanno continuato a offrire in questo giorno del mese di Febbraio, dopo il solstizio di inverno, senza alterare nulla nei riti allora stabiliti”
.
Dallo stesso autore è evidenziato il collegamento topografico con l’aedes Victoriae: “Sulla sommità della collina edificarono il tempio di Vittoria e istituirono sacrifici anche per lei…”.

L’area ospitava anche un recinto sacro con un simulacro della lupa e un altare a Pan (da identificare con Fauno), come sempre Dionigi di Alicarnasso ci informa: “C’era non lontano un sacro luogo, coperto da un folto bosco, e una roccia cava dalla quale sgorgava una sorgente; si diceva che il bosco fosse consacrato a Pan, e ci fosse un altare dedicato al dio. In questo luogo, quindi, giunse la lupa e si nascose. Il bosco non esiste più, ma si vede ancora la grotta nella quale sgorga la sorgente, costruita a ridosso del lato del Palatino sulla strada che porta al circo, e vicino c’è un recinto nel quale è una statua che ricorda la leggenda: rappresenta una lupa che allatta due neonati, le figure sono in bronzo e di antica fattura. Si dice che in quest’area ci sia stato un santuario degli Arcadi che, in passato, giunsero qui con Evandro”.

Secondo Velleio Patercolo (7) presso il Lupercale venne edificato, nel 154 a.C., ad opera del censore C. Cassio Longino, un teatro nel quale si avvenivano rappresentazioni nel corso dei Ludi Megalensi, che si svolgevano di fronte al tempio della Magna Mater.

Augusto ci informa, nelle sue Res Gestae, di aver restaurato il Lupercale; in quella occasione nella grotta sacra vennero collocate statue dei membri della famiglia imperiale.
I Cataloghi Regionari (elenchi con funzione probabilmente amministrativa di alcuni monumenti delle regiones nelle quali Augusto divise Roma, risalenti al IV secolo d.C.) della Regio X Palatium lo nominano per ultimo, dopo la Victoria Germaniana.

La grotta era il punto di partenza dei Lupercalia, riti di purificazione e fecondità, che venivano celebrati il 15 febbraio. La festa si svolgeva, in linea generale, così: i Luperci (termine forse da interpretare come sacerdoti-lupo, che definisce gli addetti alla celebrazione del culto, membri di importanti famiglie) vestiti con pelli di capra, convenivano presso il Lupercale, dove sacrificavano delle capre e un cane e offrivano le focacce preparate dalle Vestali. Con il coltello che era servito per effettuare il sacrificio, ancora sporco, si macchiavano di sangue le fronti di due giovani di alto lignaggio; il sangue veniva poi asciugato con lana intinta nel latte di capra. Quindi tagliavano le pelli delle capre in strisce per farne delle fruste, e dopo un ricco banchetto correvano probabilmente intorno al Palatino frustando chiunque incontrassero; le frustate rendevano fertili le donne e facilitavano il parto. La corsa intorno al Palatino aveva anche il significato di atto purificatorio.

Ancora nel 496 d.C. i Lupercalia dovevano essere celebrati, se papa Gelasio scrive un trattato per ottenerne l’abolizione.

Nel 1526 venne scoperta, ai piedi dell’angolo sud occidentale del Palatino, una grotta-ninfeo decorata con conchiglie e pietre, secondo il Lanciani da identificare con il Lupercale. Per lo Hulsen doveva trattarsi invece del ninfeo di una ricca domus privata.
Secondo il De Angelis D’Ossat la grotta e la fonte perenne in essa sgorgante, che secondo le fonti era soggetta a inondazioni del Tevere, poteva trovarsi nelle ghiaie di base del Palatino, a una quota approssimativa di 8 metri sul livello del mare.

In questi giorni l’annuncio del ritrovamento, nel corso di controlli sulla statica del Palatino, di un ambiente ipogeo sontuosamente decorato tra la chiesa di Sant’Anastasia e il tempio di Apollo, nell’area di pertinenza della casa di Augusto, ha dato origine a una nuova discussione sulla possibilità di identificarvi il Lupercale, nella versione “monumentalizzata” di Augusto.
La grotta è stata rinvenuta a 16 metri di profondità, è alta 9 metri e ha un diametro di circa 6 metri La volta è riccamente decorata con motivi geometrici realizzati a mosaico policromo e filari di conchiglie, con al centro l’aquila di Augusto. Potrebbe essere la stessa scoperta nel 1526.

Note al testo
(1) Ab Urbe Condita, I, 5.1.
(2) Antichità Romane I, 32, 3-5; I, 79, 8.
(3) Eneide, VIII, 342-344.
(4) Fasti, II, 381-382.
(5) Romolo, 3-4.
(6) De Lingua Latina 5.54.
(7) Historia Romana 1.15.3.

Bibliografia
M. BEARD, Gli spazi degli dei, le feste, in A. Giardina (a cura di), Roma antica, pp. 40-44.
F. COARELLI, in E. M. STEINBY (a cura di) Lexicon Topographicum Urbis Romae, Roma 1996, vol. III S.V. Lupercal, pp. 198-199; s.v. Cermalus, p. 262.
F. COARELLI, Roma, Roma-Bari 2001, pp. 156, 158, 160.
G. DE ANGELIS D’OSSAT, Per la ricerca del Lupercale, in Bollettino della commissione archeologica comunale di Roma, 1934, pp. 75-87.
L. FERRERES, Lupercal: nota a Livio I, 5, I, Faventia, Bellaterra 1989.
W. GREEN, The Lupercalia in the Fifth Century, in Classical Philology,Vol. XXVI, N. 1, 1931, pp. 60 69.
S. PLATNER, T. ASHBY, A Topographical Dictionary of Ancient Rome, s.v Ficus Ruminalis, p. 208; s.v. Lupercal, Londra 1929, p. 321.
W. SMITH, in J. MURRAY (a cura di) A Dictionary of Greek and Roman Antiquities, s.v. Lupercalia, Londra 1875.
P. M. W. TENNANT, The Lupercalia and the Romulus and Remus legend, in Acta Classica, 31, 1988.
T. P. WISEMAN, The God of the Lupercal, in The Journal of Roman Studies 85, 1995.

Immagini della presunta scoperta del Lupercale del 23 novembre 2007
(Fonte Ufficio Stampa del Ministero per i Beni Culturali)

Planimetria Lupercale Roma

Lupercale Roma

Lupercale Scoperta a Roma

About Francesca Romana Paolillo

Sono nata a Roma nel 1981. Laureata con lode presso l’Università di Roma “La Sapienza”, con tesi in Archeologia e Storia dell’Arte Greca e Romana (“Analisi archeologica e ricostruzione dei paesaggi antichi nei territori del Latium vetus a nord est di Roma. Nomentum, Corniculum, Ficulea, Caenina, Collatia, Cameria”; relatore prof. Andrea Carandini, correlatore prof. Paolo Carafa, Anno Accademico 2004-2005), attualmente frequento la Scuola di Specializzazione in Archeologia, indirizzo classico, presso la stessa Università.
Sono responsabile di settore presso il cantiere di scavo alle pendici settentrionali del Palatino (aree della c.d. Domus Publica e del santuario e del vicus di Vesta), sotto la direzione scientifica del prof. Carandini.