21 Febbraio 2019

Studiosi francesi alla ricerca di nuovi legami tra il carro della Ca’ Morta e quello della principessa di Vix

Museo Civico ComoStudiosi francesi alla ricerca di nuovi legami tra il carro della Ca’ Morta e quello della principessa di Vix
I contatti tra cultura di Golasecca e cultura di Hallstatt svelati da due ricche sepolture principesche

E’ di pochi mesi fa la notizia dell’arrivo a Como di un’equipe di studiosi francesi guidati dal professor Bruno Chaume, direttore del programma internazionale Vix et son Environnement. Questo progetto ha lo scopo di studiare e valorizzare il sito archeologico di Vix (Borgogna), con il suo oppidum fortificato e la magnifica tomba principesca.
Proprio questa tomba, o meglio uno dei suoi oggetti di corredo, il carro in legno con elementi in metallo trovato al suo interno, ha portato a Como gli studiosi francesi. Secondo il prof. Chaume questo carro da parata a quattro ruote avrebbe forti analogie con quello rinvenuto a Como  nella necropoli della Ca’ Morta e ora conservato al Museo Civico P. Giovio (nella foto). Le somiglianze tra il carro della Ca’ Morta e quello di Vix denotano un ulteriore elemento di affinità tra le popolazioni che abitavano l’Italia durante la prima età del Ferro rappresentanti la cultura di Golasecca, e quelle celtiche transalpine portatrici della cultura di Hallstatt. Un legame che non deve stupire, nemmeno alla luce della distanza geografica tra esse, soprattutto per via dell’importante ruolo commerciale che la cultura di Golasecca svolgeva in questo periodo, quello di collegamento tra il mondo mediterraneo e quello transalpino hallstattiano.

L’oppidum fortificato di monte Lassois, situato nel comune di Vix, era disposto su un ampio sperone roccioso che controllava l’alta valle della Senna, in un punto strategico dove il fiume diventava navigabile, lungo l’importante via che lo stagno della Cornovaglia percorreva verso sud per raggiungere le regioni mediterranee. Abitato a fasi alterne fin dal Neolitico e abbandonato definitivamente solo in epoca gallo-romano, durante il VI e V secolo a.C. ha ospitato un importante insediamento della cultura di Hallstatt, dominato da un ceto principesco che basava la sua ricchezza sul controllo dei commerci che seguivano l’itinerario del prezioso metallo.
La tomba della “principessa di Vix” fu scoperta nel gennaio del 1953 da Maurice Moisson, incuriosito da una leggera sopraelevazione del terreno e da un insolito accumulo di pietre. Questo era quanto rimaneva di un antico tumulo di pietre e terra, completamente scomparso, che custodiva ancora intatta una ricca sepoltura. Alla luce di queste osservazioni preliminari Moisson chiese l’intervento di René Joffroy, un archeologo che si era occupato di studiare diverse sepolture celtiche, tra cui quella di Saint-Colombe-sur-Seine, e insieme si occuparono dello scavo e della documentazione della tomba, il cui corredo si rivelò di una ricchezza e prestigio assolutamente fuori dall’ordinario e che oggi è conservato nel museo di Chatillon-sur-Seine.
La camera funeraria, di forma leggermente trapezoidale e dalle misure di circa 3×3 metri, era foderata da assi di legno e coperta da un tumulo di pietre e terra che, con il collassare del soffitto, aveva invaso la tomba e schiacciato il corredo. Quest’ultimo era formato da un grande cratere in bronzo di fabbrica magnogreca associato ad un completo servizio per il simposio, il banchetto aristocratico: tre bacili in bronzo di provenienza etrusca, una patera in argento con ombelico dorato, un’oinochoe etrusca in bronzo, due coppe attiche. Si tratta di un cospicuo gruppo di oggetti di prestigio realizzati in momenti differenti del V secolo a.C. e pervenuti a Monte Lassois attraverso il commercio lungo la valle del Rodano con la colonia greca di Marsiglia (Massalia) e che, dopo essere stati accumulati nel corso di alcuni decenni, sono stati deposti in questa eccezionale sepoltura, relativa ad una sacerdotessa celtica di alto rango.

Lo straordinario cratere ha un’altezza di 164 cm, un peso di 208 kg, una capacità di 1100 litri ed è composto da diverse parti assemblate insieme. Il corpo in lamina bronzea, con fondo arrotondato, poggia su un piede realizzato a fusione ornato da modanature; le anse a volute, anch’esse realizzate a fusione, sono decorate da gorgoni e leoni rampanti; il collo, provvisto di una fascia a bassorilievo, presenta un motivo con otto quadrighe seguite da opliti con grossi scudi rotondi. Il coperchio, in lamina, è concavo, con al centro un ombelico sporgente sormontato da una statuetta femminile con peplo, il braccio proteso in avanti ad offrire un oggetto ormai perduto; il coperchio è forato ed aveva perciò la funzione di colino e filtro per il liquido che veniva versato nel cratere. Il cratere non aveva una funzione utilitaristica in quanto le sottili pareti sottili non potevano contenere un tale volume di liquido e si pensa dunque che il recipiente bronzeo fosse usato per particolari cerimonie legate a libagioni sacrificali, a cui sembrano alludere anche la figura femminile sul coperchio e la presenza, nel corredo, della patera ombelicata in argento.

Il corpo della principessa di Vix, scomparsa all’età di circa 35 anni, era stato adagiato sul cassone del carro e coperto da un panno decorato con motivi rossi e blu, di cui sono stati recuperati scarsissimi resti. La donna indossava una serie di oggetti di ornamento tipici del costume femminile dell’epoca: una collana formata da vaghi in diorite e ambra, un braccialetto in lignite (legno fossile), fibule in bronzo e ferro decorate con grani di corallo, anelli da caviglia in bronzo e un grande torques in oro al collo. Quest’ultimo richiama, con i cavalli alati che lo decorano, lo stile orientalizzante tipico dell’arte mediterranea ma è in realtà un oggetto prodotto da maestranze locali, come ha rivelato l’analisi chimica condotta sull’oro.

Il carro da parata a quattro ruote era stato smontato e le ruote raggiate erano deposte ordinatamente su un lato della camera sepolcrale. Il carro presentava un pianale in legno decorato da elementi in bronzo e parti di rinforzo metalliche su cerchioni, raggi, assi e mozzi delle ruote. Si tratta della classica tipologia del carro da parata principesco che troviamo nelle tombe hallstattiane della Germania sudoccidentale, della Svizzera settentrionale e della Francia orientale, tutti databili al VI-V secolo a.C, un manufatto tipico quindi nella cerchia hallstattiana occidentale, mentre è totalmente assente in quella orientale. Nel periodo più antico la stragrande maggioranza delle tombe a carro è maschile (circa 95%) ma con il passare dei secoli, il progressivo mutare dell’articolazione sociale e l’aumentare dell’importanza della donna, si riscontra un numero sempre maggiore di tombe a carro femminili, che arrivano a superare il 30% del totale nelle fasi finali della cultura di Hallstatt.
La deposizione di carri all’interno delle sepolture è una tradizione antichissima diffusa nel territorio nord-alpino tra Svizzera ed Austria superiore, che affonda le sue radici nell’età del Bronzo, dove i carri erano associati ad armi e vasellame in lamina bronzea. Questi carri funebri, riferibili alla cultura dei Campi d’Urne (XIII-XII secolo a.C.), erano posti sul rogo e bruciati insieme al defunto, lasciandoci così ben poche possibilità di uno studio approfondito. Differente è la questione per le tombe ad inumazione hallstattiane dove, dopo un intervallo cronologico di qualche secolo, ricompare la sepoltura con carro. Il veicolo è qui utilizzato per il trasporto delle esequie e non si può escludere che esso avesse la funzione, durante la vita del proprietario, di ostentarne lo status sociale  in occasione della celebrazione di cerimonie o di particolari processioni sacre.

Gli oggetti di corredo della tomba di Vix presentano datazioni molto diverse. I manufatti di importazione sono stati realizzati nell’arco di qualche decennio con il cratere, il pezzo più antico, databile intorno al 530 a.C. e le coppe attiche in un momento immediatamente successivo (520 e 510 a.C. circa), la patera argentea e i bacili bronzei alla fine VI – inizi V secolo a.C. Si tratta di materiali che sono, dunque, arrivati a Monte Lassois nel corso del periodo Ha D2 ma sono stati deposti nella tomba nell’Ha D3, come indica la cronologia degli oggetti di fabbrica locale, le fibule e in particolare il carro a quattro ruote databile alla prima metà del V secolo a.C. Tutti questi elementi permettono perciò di collocare la sepoltura in un periodo compreso tra il 490 e il 470 a.C.

Nel complesso si tratta di una ricca sepoltura relativa ad un individuo femminile appartenente al ceto aristocratico, quasi sicuramente una sacerdotessa. Il corredo della tomba presenta notevoli analogie con quella di una donna rinvenuta a Sainte-Colombe-sur-Seine, dove insieme al carro da parata è deposto un grande cratere in bronzo di fabbrica etrusca. Queste tombe si inseriscono in una serie di tombe principesche celtiche (Hochdorf, Reinheim, Kleinaspergle, Waldalgesheim) che denotano una medesima ideologia che caratterizza le élites del tempo: presenza del carro da parata, di oggetti di prestigio (armi per gli uomini e ricchi ornamenti nelle donne), vasellame greco ed etrusco, in lamina bronzea o ceramica.
Recenti scavi hanno individuato all’interno dell’oppidum di Monte Lassois un gruppo di edifici monumentali che potevano essere la sede dell’élite di cui faceva parte anche la “principessa di Vix”: un edificio, in particolare, delle dimensioni di 35 x 21 metri, presenta una grande sala provvista di abside sul retro e veranda in antis nella parte anteriore. Si tratta di un edificio che non ha confronti in ambiente celtico e sembra piuttosto ispirarsi all’architettura mediterranea. Alla luce delle conoscenze attuali non è del tutto chiaro se questo centro si possa considerare davvero una residenza fortificata sede di una famiglia aristocratica o se si trattasse di un centro di concentrazione della popolazione locale in occasione di cerimonie sacre, oppure solo di un centro monumentale destinato a tenervi consigli o assemblee, forse a carattere militare. Quel che è certo è che dopo una prima occupazione durante il Bronzo Finale (IX secolo a.C.) con cinta fortificata e presenza di diversi tumuli funerari, l’altura è quasi totalmente abbandonata fino alla seconda metà del VI secolo a.C., momento in cui viene impiantata la cosiddetta residenza principesca; sembra però che l’altura rimase sempre un punto di riferimento politico e religioso per la comunità dispersa sul territorio anche prima della monumentalizzazione del luogo.

La Tomba del Carro della Ca’ Morta (tomba III/1928) fu recuperata a seguito di una frana nella cava Butti al Crotto di Lazzago, nella parte settentrionale della necropoli della Ca’ Morta (Como). La sepoltura è una delle più ricche qui rinvenute e il suo corredo era stato deposto in una fossa quadrata di 80 cm di lato, profonda 70 cm e coperta da un grande lastrone di serizzo delle straordinarie dimensioni di 1,8 x 1,4 metri e del peso di 18 quintali.
La storia del recupero di questi oggetti è alquanto tormentata e sembra che alcuni di essi rimasero in mano a privati e non vennero mai recuperati. Nel 1928, quando si verificò la frana a seguito dei lavori di estrazione di sabbia e ghiaia, il grande lastrone di pietra che copriva la sepoltura scivolò sul fondo della cava portando con sé numerosi detriti insieme agli oggetti conservati all’interno della tomba. Una parte di questi fu presa dagli operai e una parte recuperata dal proprietario della cava, Giuseppe Butti. Nel febbraio dell’anno successivo Antonio Giussani della Società Archeologica Comense notò il materiale ammassato nel magazzino del Butti e iniziò un lento processo di recupero degli oggetti di corredo sia presso il proprietario della cava che presso i suoi operai, interpellati diverse volte per invitarli a consegnare i resti ancora in loro possesso. Nel frattempo al Museo Civico di Como l’archittetto e allora direttore Luigi Perrone iniziò il lavoro di ricostruzione del carro che possiamo ammirare ancora oggi in una delle sale; attualmente tale opera andrebbe rivista alla luce delle più aggiornate conoscenze su questa tipologia di reperti, soprattutto per quanto riguarda le ruote che dovevano avere una corona più sottile e ottenuta con un solo pezzo di legno incurvato.
Insieme ai frammenti metallici del carro vi erano anche altri oggetti, ma è necessario precisare che, alla luce dei fatti appena esposti, non è possibile sapere con certezza se tutti gli oggetti recuperati dall’ingegner Giussani appartenessero davvero ad un’unica sepoltura o se fossero il risultato del raggruppamento di materiali provenienti da diverse tombe; o ancora quali e quanti oggetti della Tomba del Carro andarono perduti o sono tutt’ora in mano ai privati. In particolare il rinvenimento di un kylix attica a figure rosse, importante per datare la sepoltura, si presenta problematico: si tratta di un reperto non menzionato nelle prime notizie della scoperta ma che al museo venne esposto nella stessa vetrina contenente gli altri oggetti di questa tomba; si pensa perciò che la kylix fu recuperata solo in un secondo momento, dopo il 1930. Nonostante questi problemi, il prof. R.C. de Marinis sembra aver circoscritto un insieme di manufatti omogeneo per cronologia e tipologia e perciò riferibili alla medesima deposizione tra cui è presente anche la kylix attica.

Le ceneri del defunto, secondo il rituale incineratorio tipico della cultura di Golasecca, erano deposte in uno stamnos in bronzo con coperchio in lamina. Il grande recipiente bronzeo, alto circa 30 cm, presenta spalla arrotondata, collo breve con orlo esoverso decorato da due scanalature e due costolature, piccolo piede leggermente svasato; il coperchio, in lamina bronzea, veniva  bloccato con un’asticella in bronzo che si inseriva in due anelli fissati sul bordo superiore dello stamnos.
Insieme a questo si sono recuperati un piccolo bacile in bronzo a labbro piatto e inspessito, fortemente lacunoso e una kylix attica, frammentaria, a figure nere. La scena sul fondo interno di quest’ultima raffigura il colloquio tra due individui ammantati, uno che sembra appoggiarsi ad un bastone e, nei pressi, una colonna dorica; la superficie è fortemente rovinata e non sono più riconoscibili i particolari interni delle figure. Attribuibile alla bottega del pittore di Pentesilea, questo oggetto, prodotto ad Atene nel secondo venticinquennio del V secolo a.C., permette di datare la tomba del carro intorno al 450 a.C., una datazione confermata anche dagli altri oggetti di ornamento rinvenuti nella sepoltura. Tra questi vi sono numerosi frammenti di fibule ad arco composto e a sanguisuga, alcuni anelli in bronzo, un disco decorato a sbalzo, diverse parti di armille a nastro con decorazione a sbalzo e incisa, un pendaglio a secchiello, una perla d’orecchino bitroncoconica in bronzo. La presenza di questo tipo di ornamenti permette di assegnare la tomba ad un individuo di sesso femminile, certamente di alto rango vista la qualità e quantità di essi.

Il carro da parata, a quattro ruote, presenta pianale sopraelevato, decorato da ricchi elementi in bronzo: colonnine a globetti e lamine ornate a sbalzo. Il veicolo era agganciato a una pariglia di cavalli tramite una stanga che si collegava all’asse delle ruote anteriori, come a Vix, mediante un sistema di sterzo composto da due elementi a testa cilindrica. I cerchioni delle ruote, in ferro, delimitavano la corona in legno di castagno (come hanno rilevato le analisi sui pochi resti lignei rimasti) che era sostenuta da raggi in legno, dieci per ruota, rivestiti di lamina bronzea, più lunghi di quelli ora presenti nella ricostruzione; il diametro delle ruote è di circa 90 cm.
Di grande pregio sono i mozzi delle ruote, in lamina bronzea, ricoperti dalla calotta realizzata a fusione. Qui erano praticati dei fori in cui veniva inserita una spina in bronzo ad estremità lunata – l’acciarino – per impedire che la ruota uscisse dal suo asse; ogni acciarino aveva incisi dei circoletti, uno per la prima ruota, due per la seconda e così via. Questi acciarini hanno puntuali confronti negli esemplari di Vix e del tumulo di La Motte.
Gli assi delle ruote, in legno, presentano una lamina bronzea bombata alle estremità, dove l’asse si inseriva nel mozzo della ruota, con la funzione di preservarlo dall’usura. L’asse era connesso al cassone del carro tramite alcune colonnine a globetti dotate all’estremità di un’asola all’interno della quale passava appunto l’asse; un bastone ricurvo a sezione ellittica, di cui rimane il rivestimento in lamina, svolgeva la stessa funzione sulle ruote posteriori. Il cassone del carro era formato da una tavola in legno sostenuta da longarine che si legavano agli assi tramite le colonne a globetti precedentemente citate; sul margine correva una balaustrina di colonnine a globetti alta circa 8 cm.
Il carro della Ca’ Morta trova precisi confronti in diversi esemplari di carri hallstattiani (Vix, St. Colombe, Kitzingen-Rippendorf), in particolare per quanto riguarda i dispositivi di supporto per la cassa su cui era deposto il defunto. Per via del rituale funerario, che prevedeva l’incinerazione e la frantumazione rituale del corredo, il carro della Ca’ Morta ha dovuto subire un complesso lavoro di studio e ricomposizione.

La Tomba del Carro della Ca’ Morta è, quindi, una ricca deposizione femminile databile al periodo Golasecca III A (480-390 a.C. circa). Questo periodo cronologico si rivela il momento culminante di quel processo di differenziazione sociale che ha portato alla formazione di una classe aristocratica in cui gli uomini si identificano nell’ideale del guerriero mentre le donne sono sacerdotesse. Ma il fondamento della loro ricchezza, e in definitiva del loro potere, è il controllo dei traffici commerciali attraverso la gestione delle vie d’acqua e di terra che portavano ai passi alpini. Como, nel V secolo a.C., è il più grande centro di traffico della cultura di Golasecca dove si incontrano due zone geografiche ed etniche diverse, in cui transitano genti e merci di ogni tipo.

Le due sepolture prese qui in esame presentano notevoli elementi in comune: innanzitutto si tratta di due tombe femminili di individui di alto rango, con un ruolo eminente all’interno della società, molto probabilmente quello di sacerdotesse; entrambe le tombe presentano, anche in ragione di questo fatto, un ricco corredo con numerosi oggetti di ornamento, diversi recipienti in lamina bronzea e in ceramica legati al rituale del simposio aristocratico, un ricco carro da parata a quattro ruote in legno e metallo; si tratta inoltre di due sepolture pressoché coeve, separate tra loro da un intervallo cronologico di qualche decennio, ma che si situano entrambe nel momento di maggiore fioritura dei commerci tra mondo mediterraneo e mondo celtico, un momento in cui, nell’Europa continentale le aristocrazie hallstattiane raggiungono l’apice del proprio potere mentre al di qua delle Alpi la cultura di Golasecca perviene alla sua massima fioritura proprio in virtù del suo ruolo di intermediaria in questi commerci.
Non ci deve perciò sorprendere il fatto di trovare così tanti elementi in comune tra due sepolture – quella di Vix ad inumazione e quella di Como ad incinerazione, secondo i costumi funerari delle due civiltà – separate da circa 400 km di distanza e dalla maggiore catena montuosa dell’Europa, le Alpi che, a quanto pare, già in tempi antichissimi erano percorse da uomini e merci.

Benché, già a partire dall’VIII secolo a.C., qualche prodotto di artigianato mediterraneo si rinvenga a nord delle Alpi, prevalentemente nel settore orientale, è solo a partire dal VI secolo a.C. che, nella zona occidentale della cultura di Hallstatt, si trovano numerosi oggetti di prestigio di fabbrica greca ed etrusca. Le sepolture dal corredo eccezionale e la presenza di insediamenti fortificati indicano l’emergere di un ceto aristocratico che ostenta il proprio potere attraverso alcuni simboli ricorrenti tra cui le armi e, appunto, i prodotti esotici importati dalle regioni mediterranee.
Se possiamo, in linea di massima, ricostruire gli itinerari seguiti dalle merci non siamo ancora in grado di comprendere come il commercio si svolgesse in particolare, cioè se i beni fossero inseriti in un sistema di doni reciproci tra individui altolocati o avvenissero veri e propri atti di compravendita, chi fossero e come operassero i mercanti, quali merci viaggiassero in direzione opposta, cioè dall’Europa celtica verso sud.
Indubbiamente era il vino il prodotto più richiesto, circostanza facilmente intuibile dal grande numero di anfore e recipienti simposiaci rinvenuti nelle tombe e negli insediamenti hallstattiani. L’utilizzo dei recipienti in lamina bronzea etrusca o di quelli in ceramica attica indica chiaramente l’adozione, da parte dei principi hallstattiani, dei caratteristici usi mediterranei legati al consumo di vino durante il banchetto. Non è però da escludere un diverso utilizzo elaborato in loco, legato ad ideologie locali e a schemi di pensiero autoctoni, durante cerimonie e riti particolari. Insieme al vino e ai recipienti ad esso legati viaggiavano altri prodotti: in particolare l’olio, ma anche tutti quegli elementi di fabbricazione mediterranea che erano richiesti dalle emergenti aristocrazie, come gli oggetti di ornamento e i monili in metalli preziosi, i tessuti pregiati, l’incenso, il corallo. Come contropartita commerciale i celti inviavano verso sud prodotti deperibili che difficilmente lasciano tracce nei contesti archeologici: bestiame, pelli, schiavi, ma sopratutto lo stagno che, introvabile nelle regioni mediterranee, era richiestissimo e veniva estratto nella lontana Cornovaglia. La maggior parte delle merci percorreva l’Europa sfruttando le vie fluviali ma non si può escludere – come testimonia Strabone (Geogr. V, 1, 8) per un’epoca posteriore – che olio e vino varcassero le Alpi anche in otri e barili.
Fondamentale fu, per i contatti tra mondo hallstattiano occidentale e Mediterraneo, la colonizzazione greca della Provenza e la fondazione di Massalia. Attraverso la via del Rodano e della Saône le merci potevano raggiungere il cuore dell’Europa centrale e da qui, risalendo il Doubs e con brevi percorsi terrestri giungere al Reno e al Danubio, due ulteriori vie fluviali facilmente navigabili. Alla metà del VI secolo a.C. inizia un periodo di grandi trasformazioni e, mentre gli Sciti invadono da est i territori hallstattiani dove vecchie dinastie cadono per essere sostituite da altre, nel 540 a.C. Etruschi e Cartaginesi sconfiggono i Focesi, determinando un nuovo assetto politico commerciale nel Mediterraneo orientale: gli Etruschi chiudono il Tirreno ai commerci Greci e i Cartaginesi bloccano il passaggio delle Colonne d’Ercole e quindi l’accesso allo stagno della Cornovaglia. Marsiglia è così impedita nei suoi commerci marittimi e deve rivolgersi all’interno, ai Celti e alla via fluviale che seguendo Rodano e Saône conduceva, dopo un breve tratto via terra, a Monte Lassois e di qui scendendo la Senna, fino alla Manica e alla Britannia. E’ proprio questo il momento in cui a Monte Lassois si crea quell’aristocrazia che fonda il suo potere sul controllo dei commerci e la cui ricchezza è magistralmente testimoniata dalla tomba di Vix.
Ma mentre i Greci cercano nuove vie commerciali, gli Etruschi, forti del controllo sul Tirreno, estendono il loro dominio sull’Italia settentrionale. I contatti con la cultura di Golasecca riprendono ora in modo vigoroso, dopo un periodo di interruzione, e sono indicati dai numerosi recipienti in lamina bronzea che si ritrovano lungo il Ticino. Sono i centri dell’Etruria interna, soprattutto Orvieto, a contattare i celti golasecchiani, attraverso i centri dell’Etruria padana e si assiste a una nuova configurazione territoriale dell’Italia settentrionale: alla grande colonizzazione dell’Etruria padana e alla rifondazione di Felsina (Bologna) si accompagna l’impianto degli empori commerciali adriatici di Spina ed Adria dove, risalito l’Adriatico, approdano navi greche colme di merci dall’oriente. A partire dal 480 a.C. la via commerciale che collega Etruria e cultura di Golasecca si sposta dal Ticino verso la zona di Como che riesce a monopolizzare tali traffici:  e così mentre il comasco vede il momento di sua maggiore fioritura il comprensorio proto-urbano ticinese sembra dissolversi. La principale direttrice commerciale che collega l’Etruria padana a Como percorre ora il Po e raggiunge il mantovano risalendo il Mincio; da qui, dove è impiantato l’importante centro etrusco del Forcello, le merci proseguono fino al Benacio e prendono la via terrestre pedemontana che collega Brescia e Bergamo a Como. Da qui partono una serie di itinerari lacustri e vallivi che conducono ai passi alpini e mettono in comunicazione la Pianura Padana con l’alto bacino del Reno attraverso i passi del S. Bernardino e quello del Gottardo.
E’ molto probabile che a Como arrivassero i mercanti etruschi con le loro merci – un fatto che è documentato da una moneta etrusca di Populonia e dalla ceramica etrusco-padana rinvenuta abbondante nella zona dell’abitato protostorico – e che qui le affidassero ai golasecchiani che le portavano verso nord. Questa situazione è documentata dalle fonti archeologiche, ricche di oggetti personali golasecchiani (fibule, ornamenti) anche nei territori oltre le Alpi, ma significativamente mute di oggetti etruschi di questo tipo. E’ necessario sottolineare che sono appunto gli oggetti di ornamento, e in particolare le fibule, degli utilissimi indicatore dell’identità etnica degli individui e della loro mobilità in quanto il costume antico era regolato da rigide norme che servivano a dichiarare la propria appartenenza a un determinato gruppo umano.

Nel momento in cui gli Etruschi concentrano tutti i loro traffici nella Pianura Padana e la cultura di Golasecca trasporta queste merci oltre le Alpi, a Como viene sepolta una sacerdotessa secondo un rituale tipicamente hallstattiano, quello in cui il cadavere è condotto verso la dimora eterna su un carro da parata a quattro ruote. E se sembra plausibile trovare questo tipo di affinità proprio in questo momento di così intensi contatti con il mondo celtico, bisogna altresì segnalare che i rapporti tra celti golasecchiani e mondo hallstattiano hanno radici ben più profonde e che, come fa notare il prof. de Marinis, “la cultura di Golasecca appare come un’appendice a sud delle Alpi del mondo hallstattiano occidentale” (de Marinis 1988, p. 197). E’ un aspetto che si nota in primo luogo nella presenza, nelle tombe golasecchiane, dei corredi da toilette tipici delle tombe celtiche transalpine,   dalla ceramica con la  superficie rossastra decorata in nero o rosso bruno, dai finimenti equini, dei tipici pugnali ad antenne hallstattiani. In direzione inversa, si riscontrano all’interno del mondo hallstattiano occidentale una serie di elementi tipici della cultura di Golasecca: l’uso dei pendagli a secchiello e delle situle del tipo renano-ticinese, la decorazione ceramica a stralucido con motivi a bande e reticolo.
Difficile è stabilire l’origine di questi contatti. E’ senz’altro vero che già verso la fine dell’età del Bronzo si nota una stretta affinità tra la cultura dei Campi d’Urne transalpina e la cultura di Canegrate, antenata di quella di Golasecca. Si tratta di una relazione che continuerà, con fasi alterne, per tutta l’età del Ferro e che è riconoscibile sia negli usi funerari (ad esempio l’impiego della sepoltura a tumulo nell’area ticinese) sia in diversi oggetti di fattura hallstattiana che, già verso la fine dell’VIII secolo a.C., iniziano ad essere presenti nelle tombe, segnando l’inizio di quel processo di differenziazione sociale che pone al vertice della società un ceto aristocratico guerriero. Nelle maggiori tombe del periodo – la tomba del Carrettino della Ca’ Morta e le due tombe di guerriero di Sesto Calende – compaiono diversi oggetti di prestigio di provenienza transalpina, tra cui sono da segnalare soprattutto le armi (pugnali ad antenne), i morsi ed i finimenti equini.
Legami di lunga data, quindi, che verranno spazzati via dai celti portatori della cultura di La Tène che, dalle loro sedi nella Champagne e Renania centrale, prima determineranno la scomparsa della cultura di Hallstatt e poi caleranno ancora più a sud invadendo l’Italia e mettendo fine a tutto quel complesso sistema di scambi che si era instaurato nei secoli precedenti con il conseguente declino dell’Etruria padana e del territorio occupato dai Golasecchiani.

Bibliografia di riferimento

Per la tomba di Vix, la sua scoperta e il suo corredo
BRUNO CHAUME, Vix et son territoire à l’Age du fer: fouilles du mont Lassois et environnement du site princier. Montagnac 2001.
BRUNO CHAUME, TAMARA GRÜBEL ET AL., Vix. Le mont Lassois. Recherches récentes sur le complexe aristocratique, in Bourgogne, du Paléolithique au Moyen Âge, Dossiers d’Archéologie N° Hors Série 11, Dijon 2004, pp. 30-37.
RENÉ JOFFROY, La tombe princière de Vix Côte d’Or, Boudrot 1961.
CLAUDE ROLLEY (a cura di), La Tombe princière de Vix, Dijon, 2003.

Per la tomba del Carro della Ca’ Morta si possono consultare i seguenti lavori, relativi a restauri e studi avvenuti nei momenti appena successivi alla scoperta
G. BASERGA, Tomba con carro ed altre scoperte alla Ca’ Morta, in RAComo 1929, pp. 25-44, tavv. 13-71.
E. GHISLANZONI, Il carro di bronzo della Ca’ Morta, in RAComo 1930, pp. 3-25, tavv. 1-3, figg. 1-10.
Uno studio approfondito, riguardante le modalità della scoperta e l’analisi della restante parte del corredo, con esauriente e ulteriore bibliografia si può trovare in:
R.C. DE MARINIS, Il periodo Golasecca III A in Lombardia, in Studi Archeologici I, Bergamo, 1981, pp. 63-68, tavv. 27-28.
In particolare, dello stesso autore, riguardo il problema della kylix attica e la conseguente datazione:
R.C. DE MARINIS, Questione della kylix della tomba del Carro, in RAComo 1968-69, pp. 137-142, tavv. XVIII A.

Riguardo i rapporti culturali tra Golasecca, mondo hallstattiano ed etrusco, e sul ruolo commerciale della cultura di Golasecca, è possibile consultare alcuni contributi inseriti nel catalogo della mostra tenuta a Mantova nel 1988, Gli Etruschi a nord del Po’, tra cui si segnalano:
R.C. DE MARINIS, I commerci dell’Etruria con i paesi a nord del Po dal IX al VI secolo a.C., in Gli Etruschi a nord del Po, vol. I, Mantova 1986, pp. 52-80, 84-86.
O. H. FREY, I rapporti commerciali tra l’Italia settentrionale e l’Europa centrale dal VII al IV secolo a.C., in Gli Etruschi a nord del Po, vol. II, Mantova 1986, pp. 1-17.
L. PAULI, La società celtica transalpina nel V sec. a.C., in Gli Etruschi a nord del Po, vol. II, Mantova 1986, pp. 18-30.
Si segnalano inoltre il lavoro di R.C. de Marinis, in particolare alle pagine che trattano i commerci della cultura di Golasecca (pp. 192-201 e 232-237) e quello di S. Casini relativo alla distribuzione di oggetti golasecchiani al di fuori dell’areale di origine.
R.C. DE MARINIS, Liguri e Celto-Liguri, in Italia omnium terrarum alumna, a c. di G. PUGLIESE CARRATELLI, Milano 1988, pp. 157-259.
S. CASINI, Il ruolo delle donne golasecchiane nei commerci del VI-V sec. a.C., in I Leponti tra mito e realtà, voI. 2, Milano 2000, pp. 75-100.

About Andrea Burzì

Nato a Como nel 1980, mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali con un curriculum di studi archeologico e una tesi sulla Cultura di Golasecca.
Benché la vita quotidiana mi abbia portato ad operare in tutt'altro campo continuo a coltivare la passione per questo ambito di studi attraverso lo studio personale e la mia attività di volontariato nel Gruppo Archeologico Comasco Ulisse Buzzi onlus, che svolge attività di ricerca e divulgazione del patrimonio storico e archeologico della zona di Como; amo inoltre scrivere articoli divulgativi principalmente su questo tipo di argomenti.
Tra i miei interessi vi sono anche l'arte, la storia delle religioni, lo yoga, l'astronomia, le scienze naturali e i viaggi.