14 Novembre 2019

Gli Etruschi, una civiltà al centro del Mediterraneo

EtruschiGli Etruschi occuparono un’area che è compresa tra l’Arno a nord e il Tevere a sud, una terra contraddistinta, ancora agli inizi del I millennio a.C., da un sistema di vita preistorico, ma in cui nascerà un popolo ricco che importerà dall’oriente gli elementi essenziali delle civiltà organizzate, come l’organizzazione politica, la città, la scrittura, l’arte, l’edilizia stabile.
Fondamentali furono le molte risorse che il territorio poteva fornire, con la fertilità del suolo, la pescosità del mare, le risorse boschive, la selvaggina, ma soprattutto le ricchezze minerarie -ferro, rame, piombo argentifero- e il loro sfruttamento fin dalla tarda età del Bronzo.
La richiesta di metallo richiama interessi esterni, i mercanti fenici prima e greci poi, che fondano sulle coste italiane innumerevoli colonie.

In Etruria, l’impetuoso incremento delle società indigene, ridurrà al minimo le influenze straniere e favorirà per intero lo sfruttamento del patrimonio naturale ad uso esclusivo dei locali. Con l’età del Ferro, nel periodo detto “villanoviano”, essi appariranno dotati di un’organizzazione e di un’impronta culturale autonome ed unitarie e si espanderanno verso nord, nella Pianura Padana e a sud, in Campania, aumentando i contatti con le popolazioni italiche e quelle orientali.
Nell’VIII secolo l’Etruria è ormai entrata in un periodo di fioritura che si manifesta nelle tombe principesche; le aristocrazie importano dall’oriente oggetti di lusso, usati come status symbola, e ne imitano lo stile, in un gusto che viene definito dagli archeologi “orientalizzante”. Raggiunta la prosperità economica, le città etrusche, chiuse ad oriente dalla potenza greca e fenicia e dal loro monopolio commerciale, estenderanno i propri traffici verso occidente e l’Europa centrale, contribuendo a diffondere quelle stesse conquiste tecnologiche e di civiltà che essi avevano appreso dai popoli orientali.

Già dall’età del Bronzo le coste italiane sono toccate dall’attività dei navigatori micenei. Le evidenze archeologiche testimoniano un’assidua frequentazione delle isole – Sicilia, Sardegna, Eolie – oltre che dell’Italia meridionale, Puglia, Lucania in particolare. Accanto a queste presenze, alcuni frammenti di ceramiche micenee da Luni sul Mignone e Allumiere (RM) nella zona dei Monti della Tolfa, area in cui si svilupperà la futura civiltà Etrusca, indicano un’interesse per le risorse italiane di minerali metallini.
Le fonti letterarie (Plinio, Strabone, Diodoro Siculo) parlano della ricchezza e inesauribilità delle miniere di ferro dell’Elba, delle attività di estrazione dei metalli e della creazione di manufatti che ebbero ampia diffusione e prestigio nel mondo antico; praticamente sconosciuta è invece l’ubicazione dei luoghi di estrazione dei metalli sulla penisola.
E’ molto probabile che già nell’età del Bronzo esistesse una struttura dello scambio e della distribuzione dei prodotti che faceva confluire i minerali metalliferi dalla zona di approvvigionamento in area centro-italica, verso gli approdi meridionali frequentati dai navigatori micenei. L’avvio della metallurgia in area toscana è comunque indipendente da apporti orientali e risale all’Eneolitico, come attestato in modo significativo nella zona delle Colline Metallifere.

Con il crollo della civiltà micenea si interrompono i contatti con la zona dell’Egeo.
L’area tirrenica si orienta verso la zona carpato-danubiana e la Sardegna. Entrambe le regioni sono sede di risorse metallifere e vi era affermata un’importante industria metallotecnica. Gli oggetti di metallo – rasoi, elmi, armi, morsi di cavallo, fibule, cinturoni – sono gli elementi di spicco dei corredi funerari villanoviani.
L’impiego di tecniche progredite e la finezza delle decorazioni fa pensare all’arrivo in Etruria di maestri qualificati da regioni in cui la metallotecnica era un’arte affermata da lungo tempo.
Con la formazione dell’ethnos etrusco, nel IX secolo a.C., i manufatti metallici si impongono all’attenzione non solo per la quantità ma anche per la tecnica e la qualità. Nello stesso periodo iniziano a comparire anche i primi prodotti dall’Egeo e dal Mediterraneo orientale, che costituiscono l’inizio di un fenomeno che nei secoli successivi porterà in Etruria grandi capolavori dell’artigianato ellenico e vicino-orientali. Questi saranno usati come status symbola dalle famiglia aristocratiche e imitati dai locali artigiani dando vita a quello che è definito periodo orientalizzante. Un ruolo essenziale in questo commercio è sicuramente svolto dalle colonie greche in Italia meridionale e dai navigatori fenici. Con l’VIII secolo, oltre ai prodotti greci, troviamo nelle tombe etrusche oggetti di faience egittizzanti, pendagli e scarabei tipici dell’industria levantina, brocchette d’argento da Cipro, avorio e uova di struzzo. Nei luoghi di origine di questi capolavori sono assenti o rarissimi i manufatti coevi dell’artigianato etrusco, per cui la merce di scambio va cercata in prodotti destinati al consumo o alla trasformazione: minerali e metalli rientrano in questa categoria ma non si possono escludere anche i prodotti agricoli e il legname di cui l’Etruria era ricca. Pregiati oggetti in metallo di produzione etrusca compaiono dal VII secolo nei più importanti santuari della Grecia: Delfi, Dodona, Olimpia e Samo. Sono soprattutto scudi oppure vasi laminati, ma anche oggetti di minor pregio quali le fibule, oltre ai buccheri. Le interpretazioni sono varie: bottini di imprese militari greche, merce di ritorno dei mercanti, offerte dei capi etruschi ai loro parigrado secondo rapporti di reciprocità e di amicizia.

Gli Etruschi furono anche un’importante potenza marittima e le fonti li dipingono spesso come pirati. Del resto nell’antichità commercio e pirateria erano attività concomitanti e la seconda non era considerata riprovevole. Già nel periodo villanoviano troviamo vasi a forma di barca, oppure decorati con motivi di imbarcazione, pesci o battaglie navali. Molti dei più importanti centri etruschi – Caere, Tarquinia in primis – si trovano a poca distanza dal mare e collegati ad esso da strade, in modo da poterne trarre i vantaggi senza essere esposti ai suoi pericoli. Anche altri centri interni – Veio, Volterra – sono collegati al mare attraverso le valli fluviali, importanti direttrici del commercio antico.
Le grandi metropoli marittime dell’Etruria meridionale urbanizzano la zona costiera e vi impiantano i porti; a Pyrgi, porto di Caere, e a Gravisca, porto di Tarquinia, sono stati rinvenuti importanti santuari a carattere emporico, luoghi in di contatto tra elementi stranieri e locali. Insieme alle merci viaggiano anche artigiani e tecnologie.
Vasai euboici si installano all’inizio del VII secolo a Cere e Tarquinia, poco dopo nasce a Cere il bucchero, destinato ad essere la caratteristica ceramica fine da mensa etrusca; dal 620 a.C. si registra una grande ondata di immigrazione di pittori corinzi che si installano prima a Vulci, poi a Veio e Tarquinia. Da ambiente greco si diffonde in Etruria l’architettura monumentale, l’olivicoltura, la scrittura e, in ambito militare, la tattica oplitica.

Dall’ultimo quarto del VII secolo inizia un grande movimento commerciale che parte dall’Etruria, per lo più da Caere e Vulci, verso la Francia e la Spagna meridionale, Corsica, Sardegna, Cartagine, la Sicilia e l’Italia meridionale tirrenica. Si tratta per lo più di anfore da trasporto, vasi in bucchero per attingere e versare, contenitori di profumi etrusco-corinzi. Ciò presuppone una produzione consistente e raffinata di vino e olio. Nel sud della Francia più di 70 siti, in Provenza e Linguadoca, hanno fornito resti di bucchero, oltre vasi etrusco-corinzi e anfore per il trasporto di vino. I giacimenti interessati si trovano sulla costa e nell’immediato entroterra; a questi si aggiungono le tombe a tumulo dei capi locali che contengono prestigiosi vasi in bronzo di produzione etrusca. Alcuni siti, come Saint-Blaise o Lattes, hanno restituito una quantità sorprendente di materiali e ciò autorizza a pensare ad empori commerciali.
L’esistenza di un intenso traffico marittimo è avvalorata anche dalla scoperta di relitti e di giacimenti sottomarini; tra tutti possiamo citare il relitto di Cap d’Antibes, che conteneva, oltre ad altri materiali, più di 180 anfore etrusche. Questo commercio sembra interessare soprattutto il vino – sempre di origine etrusca – sia che si tratti del suo trasporto che di vasi adatti per il suo consumo. Non passa molto tempo perchè anche i principi celti adottino la pratica del banchetto alla maniera greca, il simposio, sul modello dei loro consimili etruschi, ricostruendone fedelmente tutto il cerimoniale.

Per circa un secolo il traffico marittimo etrusco non ha avuto concorrenti. Anche Marsiglia, benché fondata nel 600 a.C., è approvvigionata con vino dell’Etruria. Solo nell’ultimo quarto del VI secolo i vigneti massalioti diventano produttivi e, a poco a poco, le caratteristiche anfore micacee soppiantano quelle etrusche.
Per il carico di ritorno non abbiamo certezze; oltre ai prodotti della pesca, dell’agricoltura e al legname, si può pensare al sale (da Saint-Blaise), alla manodopera umana, ma soprattutto ai metalli, oro e stagno in primis. L’Etruria era in priva dello stagno, indispensabile, insieme al rame, per produrre il bronzo.
Importanti giacimenti protostorici di stagno sono attestati in Gallia, insieme a numerosi ripostigli e depositi di fonditori che proliferano nel meridione nello stesso periodo in cui le prime navi etrusche iniziano a frequentare la regione.

Nella penisola iberica i materiali etruschi appaiono sparsi in una cinquantina di siti, tra la costa del Mediterraneo e dell’Atlantico meridionale, con qualche penetrazione sulla costa atlantica e verso l’interno; si tratta comunque di un commercio minoritario ma più diffuso di quanto si supponesse in un primo tempo, rivolto verso località strategiche come le colonie fenicie. Si tratta anche qui dei soliti pezzi: anfore per il trasporto del vino, buccheri da mensa, oggetti in metallo, mentre più scarse sono le ceramiche etrusco-corinzie.

La talassocrazia etrusca inizia a declinare con la sconfitta navale ad opera dei Liparesi nel 480 a.C.. In pochi anni una serie di sconfitte contro Siracusa segnano la fine del controllo sul Tirreno meridionale a favore dei Greci e della nuova potenza cartaginese. Le città etrusche si proiettano verso l’interno trovando in modo brillante nuove vie per esportare i raffinati prodotto dell’artigianato.

Alla luce dell’ampio respiro dei traffici etruschi non possiamo trascurare le influenze che essi ebbero sui popoli più vicini, che abitavano la penisola italica, benché quest’ambito non sia stato ancora sufficientemente indagato. Le città più sviluppate dell’Etruria attraggono genti di ogni provenienza e rango.
Tra la metà e la fine del VII secolo, troviamo a Vulci, Tarquinia, Caere e Veio, aristocratici greci, gens latine di altissimo rango e personalità eminenti del mondo italico. Questa mobilità, da una parte favorì la formazione delle strutture urbane in Etruria, dall’altra provocò una serie di contraccolpi negli ambienti periferici italici, economicamente subalterni rispetto alle fertili pianure tirreniche. Nelle regioni italiche si vanno costituendo ristrettissime oligarchie guerriere -legate alle aristocrazie etrusche- a capo di una vastissima popolazione di condizione semiservile, situazione che è possibile rilevare in moltissime necropoli delle aree sabina, umbra e campana. Qui, tra VII e VI secolo, le tombe delle emergenti aristocrazie presentano frequenti oggetti di origine etrusca, ceramiche in bucchero, vasi in lamina bronzea, le armi e il carro da parata, oltre ad imitazioni locali di questi prodotti. In generale siamo di fronte ad un importante processo di acculturazione delle genti italiche.
Questo fenomeno, di grande rilevanza per il mondo italico, perchè porta alla formazione di nuove entità etniche e territoriali, lascia presagire già i futuri scontri di portata peninsulare tra le più avanzate società urbane di Etruria e Lazio – Roma compresa – e le emergenti genti italiche come i Campani, gli Umbri, i Piceni, i Sanniti.

I traffici verso l’Italia settentrionale sono gestiti in prevalenza da Felsina, l’antica Bologna, centro principale della regione padana occupata dagli Etruschi. Le merci delle città dell’Etruria settentrionale -Volterra, Populonia, Vetulonia- attraversano l’appennino, raggiungono la città e da qui irradiano verso i mercati settentrionali, in particolare verso il Ticino, dove oggetti di fabbrica vetuloniese sono abbastanza frequenti. Ma questa non è la sola via percorsa dalle merci etrusche.

Sulla costa ligure, tra VIII e VII secolo, si sviluppa il centro di Chiavari che ha restituito sia anfore di Volterra e Populonia, sia ceramiche tipiche delle Etruria meridionale. Un ruolo importante nello stabilizzarsi di questi commerci è assunto da Pisa che, nella seconda metà del VII secolo, esporta a Chiavari i buccheri usati come coperchio degli ossuari. Recenti scoperte hanno portato in luce reperti etruschi nell’alessandrino e nelle valli appenniniche della Liguria interna; sembra probabile che tali materiali, in prevalenza prodotti nell’Etruria meridionale, abbiano raggiunto queste regione tramite la mediazione del centro di Chiavari. Questa via alternativa avrebbe portato a Golasecca anfore di vino e buccheri, nonché l’adattamento dell’alfabeto etrusco alla lingua locale.
In modo simile, isolate iscrizioni in lingua etrusca sono state rinvenute a Busca e Mombasilio in provincia di Cuneo; l’uso dell’etrusco su una stele funeraria destinata per sua natura ad essere letta sta a significare che in zona era presente almeno una piccola comunità di etruscofoni.

Nel V secolo nacquero quattro porti allo sbocco di grandi vie di penetrazione verso l’interno del continente europeo: Marsiglia, colonia greca focese, Adria e Spina, empori egineti sull’Adriatico, e Genova. Quest’ultima era un emporio che accoglieva genti locali ma la cui componente etnica principale era etrusca.
La fondazione del centro è motivata dalla posizione geografica sull’asse di attraversamento degli Appennini, in direzione della Valle Padana. Perso il dominio dei mari, la fondazione di Genova è da ricollegare alla molteplicità di vie che gli Etruschi attivarono per raggiungere la pianura padana e i valichi alpini e monopolizzare, sottraendo a Marsiglia, il commercio con i Celti transalpini. L’operazione ebbe successo come dimostra il cambiamento del flusso di importazioni nel mondo celtico e l’affermarsi di Milano, punto d’arrivo del percorso commerciale che seguiva la valle dello Scrivia, a discapito del centro di Golasecca.

Sul versante adriatico gli empori di Spina e Adria sono contraddistinti da una ricchezze senza confronti e insieme al centro etrusco di Marzabotto gestiscono le risorse commerciali della regione. I due empori convogliano i traffici greci interessati a raggiungere in modo più veloce le riserve granarie della Val Padana, i mercati settentrionali -venetici e golasecchiani- e quelli d’oltralpe -celtici- , che in quest’epoca si aprono ad un intenso commercio etrusco proveniente sia dall’Etruria padana che dall’area etrusca settentrionale, ora in rapida ascesa.

In Adria e nell’area polesana trovano sbocco la venetica Este e il territorio veronese, ma sempre maggiore importanza assume in questa fase Padova, il cui fiume sbocca in un’area lagunare destinata a divenire uno degli assi portanti dei nuovi commerci. La circolazione di ceramica attica ed etrusco-padana determina l’adozione dell’ideologia del simposio; la stessa arte delle situle, con le decorazioni in stile greco e orientale, è probabilmente mediata dall’arte etrusca.

La vecchia direttrice che collegava Bologna al Ticino e a Golasecca cambia e si sposta lungo l’asse del Mincio, prosegue lungo la pedemontana, toccando Brescia e Bergamo, che nascono in questo periodo e sono punti chiave per le vie di accesso ai valichi alpini, raggiunge Como per proseguire oltre le Alpi, verso l’alto bacino del Reno. E’ il periodo della nascita di Milano, futura capitale degli Insubri, a metà strada tra Adda e Ticino e tra la regione dei laghi e il corso del Po, e del sviluppo di Como che diventa il maggiore centro di tutta l’area della cultura di Golasecca.
Tra gli influssi etruschi troviamo il diffondersi dell’uso del tornio veloce per modellare ceramiche che imitano le forme etrusche e la ceramica depurata a pittura rossa definita etrusco-padana. Affluiscono vasi bronzei di fabbrica vulcente e felsinea e rara ceramica attica; una moneta della serie più antica di Populonia, scoperta in via Isonzo a Como, è finora l’unica moneta etrusca trovata a nord del Po. L’uso della scrittura appare ampiamente diffuso sui vasi che recano il nome al nominativo o genitivo per indicarne il possesso: di grande interesse il nome Plios, il ben noto genitivo di origine comasca.

Dall’Italia settentrionale, lungo le vie commerciali che passano per i valichi alpini, i prodotti etruschi raggiungono l’Europa centro-settentrionale. Rapporti tra le due aree sono testimoniati già dal Bronzo recente (XIII-XII secolo a.C.) e diventano particolarmente vivaci dal IX, quando la cultura villanoviana si diffonde a nord dell’Appennino nell’area emiliano-romagnola. Si tratta in particolare di beni materiali legati all’ideologia guerriera etrusca quali spade ad antenne, elmi crestati, morsi di cavallo e rasoi semilunati, che imitati sul posto, danno origine a varianti locali.
Attraverso il Veneto passano gli oggetti etruschi che raggiungono l’area alpina orientale a partire dalla prima metà dell’VIII secolo; accanto ai singoli oggetti troviamo anche nuove costumanze nel campo dell’abbigliamento femminile -fibule a navicella e a sanguisuga-, tecniche nuove che rendono più fini gli impasti ceramici, nuovi motivi decorativi -archetti e palmette- e la pratica del simposio. Nel V secolo, persa la via del Rodano per la fondazione di Marsiglia, gli Etruschi concentrano la loro attenzione sull’Italia centro-orientale da dove si dipartono strade che raggiungono la Germania meridionale attraverso i valichi delle Alpi centrali e in particolare toccando il territorio compreso tra il Canton Ticino e l’odierna Lombardia meridionale, nel territorio della Civiltà di Golasecca.
L’abitudine al simposio si afferma su larga scala come denuncia la grande quantità di vasellame etrusco e greco che forma il corredo del nobile celtico; vengono ripresi i modelli delle stoffe e delle calzature, seppur modificate in ambito locale, e anche alcune tradizioni religiose, come la deposizione di spiedi e alari nelle tombe hallstattiane. Verso l’Italia settentrionale convergono oggetti del mondo hallstattiano come le situle decorate a punti e bulloncini. Viene naturale pensare a gruppi di artigiani etruschi che si sono recati all’estero e hanno intrapreso stretti rapporti con i committenti e gli artigiani locali e ad artigiani celti che si recarono in Italia e adattarono alle proprie tradizioni motivi e ornamenti etruschi fino a creare un nuovo tipo di arte, che definiremo “celtica”. Non sono però da escludere anche imprese di mercanti che vollero aprire nuovi mercati o che furono interessati alla vendita di materie prime. I prodotti etruschi si diffondono così nella Gallia interna e in Germania, fino a raggiungere la Gran Bretagna, la Danimarca, la Polonia, in una serie di scambi secondari di tipo commerciale, oppure come reciproci doni tra principi locali.

Tale assetto è sconvolto dalle invasioni galliche del IV secolo nella pianura Padana, di cui si possono cogliere le avvisaglie già nei secoli precedenti con l’infiltrazione di piccoli gruppi celtici di origine transalpina. L’obbiettivo dei Galli è quello di controllare il commercio tra il Mediterraneo e l’Europa continentale, senza peraltro riuscirvi. Impadronitisi delle città etrusche, non furono in grado di mantenere l’assetto territoriale costituitosi: a Bologna e Marzabotto si adibiscono a luogo di sepoltura intere aree urbane, mentre Mantova riesce a limitare i danni per via della posizione strategica e Spina per via dell’importanza commerciale. L’arrivo dei Galli nell’Italia settentrionale porta un cambiamento della cultura materiale che tende a “celtizzarsi” fino a far quasi scomparire i rapporti con la civiltà Etrusca, che nelle sue sedi originarie è ora minacciata dalla potenza di Roma.

Il declino della civiltà etrusca, dovuto anche a conflitti interni, conduce nel giro di un paio di secoli alla completa romanizzazione, ma non si esaurisce l’eredità culturale lasciata da questo popolo. Prima i Romani e poi il Rinascimento, attraverso la riscoperta della cultura classica, riprenderanno i motivi architettonici dell’arco e della colonna tuscanica e motivi iconografici come la figura sdraiata nei monumenti funerari.

Andrea Burzì per Archeologia Italiana.

Bibliografia di riferimento

AA.VV., Italia, omnium terrarum alumna, Milano, 1988
Cristina Chiaramonte Trerè, L’Italia del primo millennio a.C., Milano, 2006
Massimo Pallottino, Gli Etruschi, Milano, 1992
Massimo Pallottino, Etruscologia, Milano, 1984
Mario Torelli, Storia degli Etruschi, Roma-Bari, 2005
Mario Torelli, L’arte degli Etruschi, Roma-Bari, 2006

About Andrea Burzì

Nato a Como nel 1980, mi sono laureato in Scienze dei Beni Culturali con un curriculum di studi archeologico e una tesi sulla Cultura di Golasecca.
Benché la vita quotidiana mi abbia portato ad operare in tutt'altro campo continuo a coltivare la passione per questo ambito di studi attraverso lo studio personale e la mia attività di volontariato nel Gruppo Archeologico Comasco Ulisse Buzzi onlus, che svolge attività di ricerca e divulgazione del patrimonio storico e archeologico della zona di Como; amo inoltre scrivere articoli divulgativi principalmente su questo tipo di argomenti.
Tra i miei interessi vi sono anche l'arte, la storia delle religioni, lo yoga, l'astronomia, le scienze naturali e i viaggi.