17 Luglio 2019

La piramide di Caio Cestio e il cimitero acattolico del Testaccio

La piramide di Caio Cestio e il cimitero acattolico del TestaccioIl cimitero del Testaccio fu il primo cimitero moderno di Roma, nel senso di terreno extraurbano con sepolture individuali. Fino al 1765 non compaiono segni di riconoscimento tombali, dunque per molto tempo la zona mantenne l’immagine di aperta campagna. Questo luogo incarnava il topos del giardino settecentesco, “paesaggio romantico” e meta di viaggiatori, grazie alla fama data dalle guide turistiche che lo descrivevano e dai vedutisti ottocenteschi che lo celebravano. Le prime sepolture del Testaccio furono di inglesi protestanti e di alto rango, questo spiegherebbe la vicinanza del cimitero alla Piramide Cestia; il carattere della zona circostante la piramide, era congeniale alla mentalità degli uomini del Nord, protestanti e inclini a determinate scelte culturali: questo campo dava agli stranieri l’impressione di assomigliare ai loro cimiteri, solo che qui al posto della cappella c’era la Piramide. Il Testaccio rimase a lungo un’appendice lontana dalla vita della città, e ciò lo rendeva, per il piccolo gruppo protestante, un posto appetibile, perché discreto e defilato seppure nel cuore della cattolicità. Del resto a Roma in materia di sepolture non cattoliche vigeva l’anarchia, mancando una normativa precisa a riguardo; l’unica prescrizione certa era che gli “eretici” non venissero interrati in luoghi consacrati. Il cimitero di Testaccio è caratterizzato dall’usanza nordica di seppellire in terra, dalla fitta vegetazione e dal gusto sobrio con cui sono sistemate le tombe. Il volume è corredato da illustrazioni di vedutisti e incisori che raccontano il cambiamento storico della piramide.
(Presentazione editoriale)

Reperibilità
Il libro è disponibile in commercio ? – sì – 15 euro

La scheda bibliografica
Chiara di Meo, La piramide di Caio Cestio e il cimitero acattolico del Testaccio. Roma 2008, Palombi Editori. Pp224, In8, brossura editoriale con ampi risvolti, 103 illustrazioni bn nt.
ISBN – 9788860601360

Introduzione
(di Chiara di Meo) – ATTENZIONE – Riproduzione vietata

Questo studio prende le mosse da una serie di immagini della piramide di Caio Cestio che, sussunte sotto una griglia interpretativa basata sulla presenza di costanti e variabili, risultano tracciare una sorta di percorso del gusto e di evoluzione di una forma, alla luce del periodo storico preso in considerazione.
L’analisi e la comparazione di queste immagini mi ha portato a formulare una proposta interpretativa, ossia che tra gli inizi del Settecento e la metà dell’Ottocento circa, l’iconografia della piramide Cestia abbia subito una trasformazione.
La morte a Roma nel Settecento era un fatto pubblico, essa stessa spartiacque tra bene e male, tra ciò che era o meno consentito, e in essa ciò s’innalzava platealmente a beneficio, istruzione e ammonizione di tutta la comunità. Ho dedicato tanta attenzione al cimitero perché questa era la sua funzione e il suo significato simbolico.
Nella seconda parte si tratta l’evoluzione dell’istituzione cimiteriale nell’età moderna, un fenomeno storico complesso che si lega alla storia della mentalità. Infatti dallo studio di fatti particolari relativi all’argomento si è potuto individuare l’avvento di una concezione moderna di cimitero e di morte, specchio di una rivoluzione mentale epocale destinata a ripercuotersi in ogni ambito della vita umana, storia dell’arte compresa.
Il nuovo modello di cimitero che si andava formando nell’Europa di fine secolo era frutto dell’avvento di una concezione laica del mondo, che stravolse l’iconografia stessa della morte, e che si riverberò sulle tendenze nel campo dell’architettura funeraria, nei prodotti artistici in generale, nella scelta dei soggetti e nella sensibilità degli artisti dell’epoca.
Dallo scetticismo illuminista nasce una nuova immagine della morte, intessuta di rimandi filosofici al panteismo, allo stoicismo e alle nuove idee del secolo, e bisognosa di un nuovo scenario, che troverà nel giardino. ll riflusso religioso apre la strada alla nuova sensibilità estetica: nel momento in cui la condizione reale dei cimiteri – repellenti fosse comuni prive di ornamenti vegetali o monumentali – viene contestata e cambiata, nasce l’idea sentimentale della tomba e il paesaggio pittoresco, derivato dai modelli letterari dei Campi Elisi e dell’Arcadia, sostituisce le terrificanti immagini dell’aldilà tipiche della tradizionale iconografia cristiana. Per smorzare l’orrore della morte emerge la proposta del cimitero-giardino che compie alla lettera l’idea di Et in Arcadia ego, il quadro che tanto affascinò gli uomini del Settecento. La sepoltura nel giardino paesaggistico divenne una moda che, partita dai paesi del Nord Europa, faticò a penetrare in Italia. Infatti la struttura mentale dei due poli europei, Nord e Sud, contrastava notevolmente. La spiritualità del Nord, avvezza ad immensi spazi verdi, alberi e tombe a terra, legava la sepoltura – almeno da dopo il Medioevo – all’idea di giardino ed era incompatibile con la tradizione mediterranea, centrata sull’antichissima idea che i morti debbano riposare in casa, una tradizione che parte dalle necropoli per sfociare nella “sacra casa”, la Chiesa: in questa visione la tomba diventa una sorta di seconda casa.
È nel XVIII secolo che la cultura protestante, quella classicistica e quella sepolcrale si intrecciano, e il cimitero acattolico diviene il luogo della memoria, dove entrare in dialogo con i defunti direttamente, senza il diaframma della Chiesa, come invece avviene per il cattolicesimo. Allo stato attuale delle ricerche non si è potuto trovare alcun atto costitutivo di fondazione del cimitero acattolico al Testaccio, sicuramente perché esso si è venuto a formare in maniera molto lenta e complessa, in un lasso di tempo che oscilla tra la fine del Seicento e i primi anni del Settecento.
l cimiteri per acattolici praticavano l’interramento all’aperto in spazi verdi, diversamente dalle pratiche cattoliche, e in questo senso il “vecchio recinto di Testaccio” fu il primo cimitero moderno di Roma, nel senso di un terreno extraurbano con sepolture individuali.
Fino al 1765 non compaiono segni di riconoscimento tombali, dunque per molto tempo la zona mantenne l’immagine di aperta campagna. Dalle sue oscure origini fino alla fine del secolo, le singole tombe
sorgono – sparse in una scena pastorale – senza segni di riconoscimento. Quest’angolo dei Prati divenne presto un “paesaggio romantico” meta di molti viaggiatori, anche grazie alla fama derivata dalle molte guide turistiche che lo descrivevano.
Le prime sepolture erano di inglesi di alto rango, spesso riconducibili alla corte deg|i Stuart in esilio a Roma. Dunque potrebbe esservi più di una relazione tra la nascita del sepolcreto acattolico al Testaccìo e le esigenze civili e di decoro di questa élite che – aggiungendovi gli aristocratici protagonisti del Grand Tour di qualsivoglia provenienza che si fossero trovati a morire a Roma – non era affatto assimilabile alla sorte di quei defunti emarginati confinati ai Muro Torto.
Per i viaggiatori aristocratici protestanti, (del cui denaro comunque usufruiva il settore romano “turistico” con un palese ritorno di benessere a livello sociale) la prospettiva di una morte a Roma rischiava di trasformarsi in sepoltura infame, e ciò era causa di un grande disagio. Per questo durante il Settecento svariati protestanti che avevano la sorte di morire a Roma venivano portati a Livorno per essere tumulati in un cimitero degno di tale nome.
Se i non cattolici erano tenuti a rispettare l’obbligo di non esercitare pubblicamente alcun culto in vita, la morte diventava una questione spinosa, che reclamava il diritto alla decenza.
Gli studiosi si sono chiesti quale motivazione abbia spinto questi uomini a scegliere la zona intorno alla piramide, che era la forma più celebre di una classe di monumenti funerari in voga nel periodo.
Il genius loci, il carattere della zona circostante la piramide Cestia, era congeniale alla mentalità degli uomini del Nord, protestanti e inclini a determinate scelte culturali: questo campo dava agli stranieri l’impressione di assomigliare ai loro cimiteri, solo che qui al posto della cappella c’era la piramide.
Testaccio rimase a lungo un’appendice lontana dalla vita della città, e ciò la rendeva, per il piccolo gruppo protestante, un posto appetibile, perché discreto e defilato seppure nel cuore della cattolicità. Inoltre non esistevano parroci che tenessero sotto osservazione questa comunità, e dal momento che su quell’area, che era di proprietà pubblica, si incontravano e scontravano diversi poteri e competenze, nel caos della burocrazia la zona era di fatto un porto franco. Del resto a Roma in materia di sepolture non cattoliche vigeva l’anarchia, mancando una normativa precisa a riguardo; l’unica prescrizione certa era che gli “eretici” non venissero interrati in luoghi consacrati.
Il cimitero di Testaccio è caratterizzato dall’usanza nordica di seppellire in terra, dalla fitta vegetazione e dal gusto sobrio con cui sono sistemate le tombe. Vedutisti, poeti e scrittori ne hanno celebrato l’aspetto di romantico cimitero campestre.
Sicuramente la presenza della piramide deve essere stata un fortissimo elemento di attrattiva nella scelta del luogo da parte dei protestanti. È nota la fortuna artistica del soggetto: è sempre la piramide di Caio Cestio, smozzata in cima e dai lati ingombri di arbusti, come descritta dalle fonti coeve, che appare in una serie di innumerevoli raffigurazioni soprattutto tra Seicento e Settecento. Le fonti classiche esaltavano le piramidi egizie, ma quello romano fu l’unico esemplare antico di questo tipo di costruzione, effettivamente visibile in Europa per secoli. Dunque agli spiriti liberi del Settecento questo posto non appariva un confino, una terra sconsacrata per eretici accanto alla tomba di un pagano: anzi, essi lo ritenevano un luogo privilegiato per sperimentare il potere della natura sulle anime sensibili.
Nella percezione di questo luogo esiste un cambiamento, un cambiamento lungo un secolo, debitore alle coeve teorie del giardino paesaggistico elaborate nel mondo nordico protestante.
Questo cambiamento portò alla consacrazione del luogo come “paesaggio romantico”, in virtù del suo essere un unicum melanconico dotato di una fortissima carica estetica, generata dall’unione dei seguenti fattori: la campagna disabitata e selvaggia, la presenza di un rudere pagano – in antitesi con la Roma cattolica – la malinconia scaturita dalla decadenza della magnificenza passata, il campo sepolcrale degli eretici al bando e gli alti pensieri morali stimolati dalla riflessione sul senso dalla vita e della morte.
La piramide di Caio Cestio e la matrice delle tantissime raffigurazioni di piramidi che popolano l’arte occidentale dal Quattrocento agli inizi dell’Ottocento: solo a Roma era disponibile l’unico modello antico delle piramidi, e in tutte le immagini che ho potuto visionare, il comune denominatore è proprio la sua sagoma inconfondibile. Infatti, seppure calata in contesti diversi, la piramide Cestia è riconoscibile dal suo stato di conservazione, che appare simile in molte raffigurazioni: è questo il segno evidente dell’esistenza di un unico prototipo, dietro alle innumerevoli immagini di piramidi che costellano l’arte occidentale fino a tutto il Settecento.
La trasformazione di questa immagine è però legata alla nuova sensibilità del paesaggio che s’impone durante iI secolo XVIII, mentre una breve premessa sulla trasformazione dell’iconografia funeraria alla fine del Settecento, e quindi sulla fortuna artistica che ha conosciuto in quel periodo il simbolo piramide, si è rivelata premessa necessaria per la trattazione del nostro argomento.
In questo studio si è inteso presentare una serie di immagini, scelte in un arco di tempo che spazia dal 1720 ai 1840 circa, e disposte in ordine cronologico: la scelta di racchiudere la rosa di immagini tra queste due date e motivata dalla volontà di illustrare un periodo in cui il senso della natura ha subito profondi cambiamenti.
Tutte le immagini presentate sono state sussunte sotto una griglia interpretativa costruita appositamente. L’analisi che segue è stata impostata dunque sui seguenti parametri: l’analisi del paesaggio come elemento realistico o fantasticamente rielaborato (sempre tenendo presente l’aspetto del sito alla data dell’opera), la presenza o meno delle tombe, e il livello di aggiornamento dell’immagine sul dato reale. Un altro indicatore importante per comprendere le ragioni della trasformazione di questa immagine è l’idea di morte, partendo dalla considerazione che la sua densità è massima nel periodo di maggiore fascino dell’estetica della morte, a fine secoio. Infine è stata analizzata fa presenza o meno di figure umane nelle immagini, e soprattutto i loro atteggiamenti e il loro vestiario – contemporaneo o paludato all’antica – sono stati visti come spie della mentalità dell’autore. Anche il rapporto tra figure umane e paesaggio è stato rilevato per ogni singola immagine, per valutare di volta in volta quale elemento abbia il ruolo principale. Infine sono state considerate l’ambientazione notturna e diurna e le condizioni climatico-atmosferiche. Last but not least, si e soppesato anche il ruolo dell’antico – che e una costante dell’epoca – e la sua evoluzione nel corso di un secolo.
Questi parametri si sono rivelati validi strumenti nel rilevare l’esistenza di costanti e variabili: ci sono poi degli elementi che sono sfuggiti alla catalogazione, e sono stati evidenziati caso per caso.
Il presente studio, che propone la lettura di un’immagine lungo un secolo, fornisce solo una chiave di lettura tra le tante possibili nell’ambito delle sempre perfettibili scienze umanistiche. I paragrafi spaziano dal tema di questa ricerca, di interesse specificatamente artistico, alla storia e alle “storie” di una serie di fenomeni che si è deciso di sviluppare quale supporto all’analisi iconografica. La scelta di disporre queste immagini secondo una sequenza cronologica mi è sembrata la più semplice e la più chiara.
Il limite principale di questo lavoro è senza dubbio il numero delle immagini proposte, frutto di una ricerca che è durata qualche anno e che, come tutte le ricerche, non può dirsi esaustiva.
Questa ricerca lascia molte strade aperte e molti spunti da sviluppare, magari a partire da un ventaglio di figure molto più ampio, o dalla proposta di un’interpretazione alternativa, che possa portare ad uno studio più approfondito di questa immagine.
Desidero infine ringraziare per i consigli dispensati, l’attenzione e l’aiuto che mi hanno fornito mia madre Rita, i proff. Orietta Rossi Pinelli, Luigi Gall, David Frapiccini e la dott. Wanda Gasperowicz.

Indice del volume
Introduzione
Parte prima
Le dinamiche storiche, politiche e culturali della società europea del Settecento [13-26]
L’uomo e la morte nel Settecento [27-39]
Roma e la morte nel Settecento [40-45]
Cattolici e protestanti: differenza e convivenza [46-52]
Parte seconda
Evoluzione dell’istituzione cimiteriale nell’età moderna [53-63]
La situazione dei cimiteri a Roma [64-68]
Breve incursione nel Landscape garden, e il giardino settecentesco [69-74]
Et in Arcadia ego: la morte entra nel giardino [75-85]
Cimiteri acattolici: alcuni esempi italiani [86-89]
Il cimitero acattolico del Testaccio [90-110]
Parte Terza
La piramide di Caio Cestio [111-130]
La nuova sensibilità del paesaggio nel Settecento: dal vedutismo al sentimento della natura [131-140]
La piramide di Caio Cestio e il genius loci [141-146]
Trasformazioni dell’iconografia funeraria alla fine del Settecento: la piramide [147-157]
Vedute della piramide dal 1720 al 1840 circa: analisi di un cambiamento [158-208]
Bibliografia