15 Febbraio 2019

La battaglia di Wisby. Note di archeologia militare

In genere i campi dove si svolsero antiche battaglie lasciano poche tracce dei drammatici eventi chi vi si svolsero, tanto che assai spesso è difficile stabilire con precisione dove si svolsero gli avvenimenti bellici di secoli fa.

Il fatto è ben comprensibile, considerando che molti terreni sono del tutto inadatti alla conservazione dei resti organici e spesso anche di quelli inorganici come il ferro. Gli eventuali resti si trovano poi concentrati soprattutto nelle fosse comuni, che sono individuabili quasi solo fortuitamente, e che era pratica comune spogliare completamente i cadaveri ivi sepolti, così come prelevare dal campo tutto ciò che avesse valore (armi, armature) o che potesse essere riutilizzato (ad esempio fondendo armi spezzate).
In fondo, va poi ricordato che quello dei campi di battaglia è un terreno su cui raramente si cimentano.

Esistono però alcune eccezioni. Ricordiamo le recenti scoperte relative alla battaglia di Teutoburgo, oppure gli scavi di Numanzia o a Masada, tanto per rimanere in tema romano, oppure i numerosi rinvenimenti sul campo di Waterloo o gli studi multidisciplinari svolti su alcuni campi della guerra di Secessione americana.

Per quanto riguarda il basso medioevo i casi più noti e studiati sono quello della battaglia di Towton (Guerra delle Due Rose) e quello di Wisby, di cui dirò alcune cose qui di seguito.

La battaglia di Wisby si svolse il 27 luglio 1361, sotto le mura dell’omonima città commerciale, posta nell’isola di Gotland, nel Mar Baltico, popolata anche da tedeschi della Lega Anseatica.
Nel Baltico si intrecciavano allora gli interessi di tre potenze. La Lega anseatica, la Hansa, che riuniva Amburgo, Lubecca e altre città baltiche e del nord della Germania: la stessa Wisby era una città anseatica, con i mercanti tedeschi insediativisi già nel XII sec. Vi era poi il potente Ordine dei Cavalieri Teutonici che occupavano, in continua espansione soprattutto verso Este, la Curlandia, la Prussia, l’Estonia. Si aggiungeva infine il regno di Danimarca – che allora comprendeva la parte meridionale della Svezia – che con il re Waldemar IV aveva superato le feroci lotte interne.

Waldemar aveva riconquistato alla Svezia la Scania; decise poi di colpire nuovamente la debole Svezia, insieme all’espansionismo commerciale della lega anseatica, invadendo il Gotland, e ponendo così contemporaneamente un controllo strategico sui Teutonici. In seguito a questa invasone nacque poi un’alleanza tra Svezia e Hansa, contro la Danimarca, con una guerra che si concluse nel 1370 con la Svezia che fu l’unica a rimetterci.

Il 22 luglio 1361, Waldemar sbarcò una quarantina di km a sud di Wisby, con un esercito professionale, composto in gran parte da mercenari tedeschi. I cittadini di Wisby – tedeschi e no – si chiusero dentro le mura della città, che capitolò subito dopo la sconfitta sul campo dei Gotensi (un’accolita di gente non addestrata) che si opposero a Wlademar, subendo un massacro proprio sotto le mura della città. Le cronache riportano 1800 vittime, in larga parte gotensi: una cifra abbastanza elevata per le battaglie dell’epoca.
A ricordare il massacro era stata eretta una croce a 300 m dale mura cittadine.

A partire dai primi dell’800 si cominciarono a rinvenire in modo fortuito dei crani e dal 1905 iniziarono una serie di scavi sistematici conclusisi nel 1930, e condotti in modo multidisciplinare, con l’apporto di osteologi, storici, esperti di armi antiche. A questo seguì una monumentale pubblicazione nel 1939 a cura di Bengt Thordeman.

I resti rinvenuti corrispondevano a 1185 individui, cioè circa il 65% del totale dei caduti, quindi un campione assai rilevante. Di questi solo una percentuale ridotta doveva appartenere all’esercito professionale di Waldemar; tra i gotensi, invece, data la leva in massa, si riscontrava una percentuale elevata (30%) di ragazzi al di sotto dei 17 anni o vecchi oltre i 55, quest’ultimi spesso con segni di saldature di vecchie fratture.

Non furono trovate armi, se si escludono punte di dardi di balestra, un coltello ed un piccolo mazzafrusto. In compenso, insieme a due giachi, diversi camagli (cappucci in maglia di ferro), manopole e altri brandelli di maglia di ferro, si trovarono i resti di 24 corazze, cosa assai rara data la loro preziosità, indizio che la sepoltura in fosse comuni avvenne con molta fretta, probabilmente a causa della calura estiva.
Le corazze sono assai interessanti, a causa della loro rarità, ma anche perché illustrano un momento di passaggio dalla cotta di maglia – universalmente usata fino a tutto il XIII sec e il cui primo uso risaliva addirittura ai Celti – all’armatura a piastre che contrassegnerà XV e XVI sec. Alla cotta di maglia di ferro (usbergo, giacco, giaco) si era sempre affiancato l’uso di corazze a squame, di origine ancora più antica, composte da assai numerose piccole piastre o scaglia cucite una fianco all’altra su un supporto di cuoio, pelle o lino, in strisce sovrapposte. Questo tipo di armatura, assai comune in tutto l’Oriente, era stato reintrodotto in Europa al tempo delle invasioni barbariche ma fu poco usato, salvo nell’Europa orientale e Scandinavia.

A Wisby furono trovate alcune corazze di quest’ultimo tipo, indice che la necessità di migliorare il vecchio giacco in maglia si indirizzava anche nella direzione della rivalutazione della corazza lamellare (l’armatura n.24, ad esempio, era composta da oltre 600 lamelle rivettate, e non più solo cucite al supporto). Assieme a questo tipo ne sono state trovate altre che testimoniano diversi esperimenti in direzione dell’uso di piastre più grandi, utilizzate insieme al cuoio, e che sono a tutt’oggi la migliore testimonianza di quella fase di passaggio dall’armatura mista di cuoio e ferro all’armatura a piastre propriamente detta.

Le 25 armature, pur rientrando in poche tipologie di fondo, sono tutte diverse tra loro e mostrano un’ampia panoramica anche dal punto di vista temporale e di origine geografica: l’armatura lamellare n.24 già accennata è senz’altro la più antica (ma difficilmente databile) e di modello addirittura tibetano!
Evidentemente i soldati dell’esercito gotense, messo su alla bell’e meglio, diversamente dall’esercito professionale di Waldemar, faceva uso di tutto quello che avevano a disposizione.

Nel complesso, però, i dati più impressionanti furono quelli forniti dall’analisi paleopatologica, ovviamente limitata ai danni riscontrabili sui resti ossei. Questa non solo consentì di individuare il tipo di armi usate ma anche le tecniche di combattimento. Vennero riscontrati quasi 600 colpi, di cui 125 erano ferite da dardi, il resto ferite da arma da taglio o da botta, con prevalenza delle prime. Un centinaio avevano leso il cranio con colpi impressionanti che li avevano anche spezzati in due o con pezzi di camaglio incrastrati nell’osso spezzato, mentre in numero doppio erano i colpi alle tibie; anche qui, come per le altre ossa, i colpi sembrano essere inferti con estrema violenza tanto da spezzare, in alcuni casi avevano troncato di netto un arto o entrambe le gambe.
In generale era sempra la parte sinistra quella a mostrare danni con assai maggiore frequenza. Questo perché la parte difesa dallo scudo, a sinistra, era quella più avanzata e perché, specie per un guerriero inesperto, era istintivo cercare di scansare un colpo portando avanti lo scudo invece che tenerlo stretto, scoprendosi così fatalmente; anche la quantità di ferite alle tibie mostra come l’attaccante usasse un fendente o un altro colpo dall’alto per sbilanciare l’avversario e poi, sfruttando l’inerzia della spada o dell’ascia, colpisse dal basso verso l’alto (con uno sgualembro rovescio, secondo la terminologia del contemporaneo trattato di scherma “Flos Duellatorum”).

Le armi usate furono soprattutto pesanti spade ed asce, ma non mancarono armi da botta come mazze o martelli d’arme, che lasciarono il loro segno (romboidale o esagonale) su alcuni crani.
Il combattimento corpo a corpo fu preceduto da una pioggia di dardi di balestre con cui i danesi investirono i gotensi: alcuni crani presentano addirittura 6 o 7 fori, anche bisogna considerare che alcuni possono essere stati colpiti mentre erano già caduti.

Vennero ritrovati anche alcuni ferri di cavallo e qualche sperone (elemento, quest’ultimo, non troppo indicativo, in quanto anche semplice segno del rango di cavaliere), cosa che fa pensare che fossero presenti anche alcuni cavalli, non si sa se gotensi o degli invasori, comunque in numero abbastanza limitato. Alcune ferite alle gambe, dal basso verso, sono state indicate come possibili ferite inferte da un fante ad un cavaliere, ma è assai probabile anche che si trattasse di semplici sgualembri rovesci o colpi inferti a uomini caduti a terra sotto la spinta degli scudi e colpiti in un punto vulnerabile.

Il combattimento si doveva essere svolto tra una schiera di soldati esperti ed un’accolta di volontari (o coscritti, nel senso di servi di qualche signore locale?), formata da gente di tutte le età, comprendente alcuni inabili. Al ripetuto tiro di balestre che scompaginò le file gotensi seguì un feroce corpo a corpo che si trasformò in una carneficina.

Al di là del valore dell’evidente valore dell’apporto di questa ricerca alla ricostruzione storica di un evento storico e di un fondamentale aspetto della vita dell’epoca, si tratta anche di un formidabile esempio di riuscita multidisciplinarità.

About Marco Astracedi

Mi occupo di divulgazione storico-scientifica, soprattutto nel ruolo di grafico-illustratore.
Le mie passioni sono la Geo-paleontologia, l'Archeologia e la Storia, con una particolare attenzione alla storia militare