20 Settembre 2019

Le mummie di Roccapelago in mostra. Vita e morte di una comunità dell’appennino modenese

Le Mummie di Roccapelago (XVI-XVIII sec.): vita e morte di una piccola comunità dell'Appennino modeneseDal 22 luglio 2012 al 14 ottobre 2012 presso il Museo “Sulle orme di Obizzo di Montegarullo” e la Chiesa della Conversione di San Paolo a Roccapelago di Pievepelago (MO), si terrà la mostra, ad ingresso gratuito, dal titolo Le Mummie di Roccapelago (XVI-XVIII sec.): vita e morte di una piccola comunità dell’Appennino modenese.

A 18 mesi dall’eccezionale scoperta, le mummie di Roccapelago sono quindi le protagoniste di una mostra allestita nel luogo del ritrovamento. Lo studio dei resti racconta usi, costumi, religiosità, abitudini e malattie di una collettività di contadini di montagna.

Testo a cura di Carla Conti della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna.

Una delle più singolari scoperte archeologiche degli ultimi anni è protagonista della mostra “Le Mummie di Roccapelago (XVI-XVIII sec.): vita e morte di una piccola comunità dell’Appennino modenese” allestita fino al 14 ottobre 2012 nel museo e nella Chiesa di Roccapelago, nell’Alto Frignano modenese. Una fossa comune con 281 inumati, di cui circa 60 mummificati, sepolti dalla metà del Cinquecento alla fine del Settecento, che un fortunato mix di ventilazione e clima asciutto ha conservato fino ad oggi, restituendoci i morti di un’intera comunità.
Li avevano trovati nel gennaio 2011 durante i restauri della chiesa. Scoperchiato il soffitto della cripta, era apparsa una piramide di corpi accatastati uno sull’altro, una montagna di ossa, pelle, tendini e capelli ancora avvolti in sacchi-sudari, con camice, calze, cuffie e piccoli oggetti d’uso quotidiano.
Ora una mostra curata da Giorgio Gruppioni e Donato Labate espone 13 di quelle mummie e circa 150 tra i reperti più significativi rinvenuti nello scavo, cercando di raccontare la vita di quell’umile gente, una piccola comunità montana di 40, 50 individui al massimo, uomini e donne in egual misura, vissuti abbarbicati sul loro cocuzzolo, a 1095 metri di altitudine.
Studiando i loro resti, esperti di tessuti e devozione religiosa, archeologi, antropologi e genetisti stanno ricostruendo la loro vita, scoprendo le abitudini dei contadini, le vesti intime, i modi di sepoltura, la dieta e le carenze alimentari, le malattie, i traumi e i tentativi di cura.
Per una volta la storia accantona i potenti e dà volto e voce a tante creature passate anonime nel dramma della vita.
L’analisi degli indumenti è di per sé eccezionale: secondo Thessy Schoenholzer Nichols, che ha esaminato i tessuti, di solito si  studiano gli abiti di personaggi  di alto rango, se non di veri e propri regnanti, è raro poterlo fare con le vesti dei contadini di 3-5 secoli fa, incluse quelle di un bambino.  Le mummie di Roccapelago consentono non solo di studiare i tipi di fibre, tessuti, fogge, cuciture e decorazioni utilizzati dalla povera gente ma di poterlo fare su indumenti in fibra vegetale (canapa e lino) che sono sempre i primi a deteriorarsi. L’abbigliamento comune è composto principalmente da una camicia e un sudario, quasi sempre di lino, e un paio di calze, esclusivamente di lana; rara la presenza di tessuti di pregio, come la seta ed il velluto, usati solo per due cuffie. Calze, camicie e sudari sono realizzati con materie prime locali, filate e tessute sul posto. Le camicie erano usate per molti anni, forse per tutta la vita adulta: lo denunciano le tante riparazioni con toppe anche sovrapposte che le ricoprono in ogni parte, dallo scollo all’orlo. La miseria non impediva comunque alle contadine di aggiungere dettagli vezzosi come piccoli ricami o merletti a fuselli realizzati in casa.
Le informazioni più struggenti vengono dalle cure applicate alle salme, amorevolmente preparate dai propri cari prima dell’inumazione. I capelli delle donne erano acconciati con trecce e chignon o raccolti in cuffie, le mani intrecciate in atto di preghiera o adagiate sull’addome, i polsi e le caviglie legati per mantenerli uniti, i menti fasciati per evitare che la bocca si spalancasse. Come nei giorni di festa, le si adornava con anelli, orecchini, collane o bracciali, gioielli semplici, in linea con il tenore di vita della comunità, mai in metallo prezioso. Estremamente toccante il recupero di una fede ancora calzata a eterno simbolo dell’amore di una vita. Tantissime le medaglie votive, riposte tra le pieghe degli abiti o in appositi sacchetti: tra le iconografie ricorrenti l’effige di Sant’Emidio, protettore dai terremoti, la Vergine dei sette dolori, rappresentata con sette spade conficcate nel cuore, e la Madonna di Loreto, riprodotta anche su un pezzo di stoffa. Singolare il ritrovamento di una rara lettera di rivelazione che accompagnava la salma di Maria Ori, una sorta di contratto  con Dio che “garantiva” protezione e grazie in cambio di preghiere.
Un dado da gioco trovato tra i corpi rimanda a serate di svago in piacevole compagnia ma in generale, secondo gli antropologi, la vita degli abitanti di Roccapelago era durissima. Lo attestano le fratture e le patologie all’anca e alla colonna vertebrale che raccontano di trasporti di carichi pesanti su terreni ripidi e impervi, lo dicono i traumi, muti testimoni di scontri violenti se non mortali. Tra le donne diffusa l’osteoporosi (forse per le tante gravidanze e i lunghi allattamenti) mentre in tutti è evidente l’usura e la perdita dei denti, legata al consumo di alimenti (segale, crusca, castagne, noci) poco adatti a preservare la dentatura. Altissima la mortalità delle giovani donne (falcidiate dai parti) e degli infanti dal primo anno di vita fino ai 6/7 anni; chi però varcava i vent’anni, soprattutto se uomo, poteva anche arrivare a un’età abbastanza avanzata per l’epoca, come attestano le numerose sepolture senili
“Questa mostra –sottolinea il soprintendente Filippo Maria Gambari- è un primo passo verso la ricostruzione della storia antropologica e bioculturale della piccola comunità che viveva in questa località e per lo studio dei processi microevolutivi delle popolazioni umane e del loro rapporto con l’ambiente e le risorse.
Per fare ciò, la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna e il Laboratorio di Antropologia del Dipartimento di Storie e Metodi per la Conservazione dei Beni Culturali dell’Università di Bologna (sede di Ravenna) hanno messo a punto un approccio pluridisciplinare che coniuga gli aspetti archeologici, antropologici e storici con un’attenta valutazione delle esigenze di esposizione e conservazione di reperti altamente deperibili quali i resti umani e i corredi tessili. Questo importante ritrovamento offre anche la possibilità di intraprendere innovative indagini genetiche di grande interesse biologico e medico-patologico (già in corso di programmazione). La valorizzazione di questo straordinario rinvenimento si avvarrà delle più moderne tecnologie digitali a cominciare dalla ricostruzione 3D delle sepolture più significative e dalla creazione virtuale di interventi di restauro e modelli di mummie, per offrire al pubblico, sotto forma di “narrazione storica”, la storia di questo straordinario ritrovamento.

Informazioni
Orari mostra: Luglio – Tutti i giorni dalle ore 16 alle 19; Agosto – tutti i giorni dalle ore 10:30 alle 12:30 e 16-19; Settembre – tutti i giorni dalle ore 16 alle 19; Ottobre – sabato dalle ore 15 alle 18 e domenica dalle ore 10:30 alle 12:30 e 15-18
Ingresso gratuito
Per informazioni e aperture straordinarie su prenotazione tel. 0536.71890 e 329.3814897